venerdì 19 settembre 2014

Le differenze si celebrano




Settimana interculturale ecumenica in Germania. 

(Giovanni Zavatta) «Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù»: così scrive san Paolo nella lettera ai Galati (3, 28). L’unità nella diversità è costitutiva dell’essenza della Chiesa: «Come cristiani vediamo questa interazione fra somiglianze e differenze ogni giorno. Essa collega le persone attraverso le frontiere, le lingue, le culture. Come discepoli di Gesù, tali differenze perdono il loro potere di separazione, di divisione», per diventare reciproco arricchimento. E si intitola proprio «Trovare le cose in comune, celebrare le differenze» la Settimana interculturale ecumenica che si tiene in Germania dal 21 al 27 settembre. A spiegarne significato e obiettivi sono i massimi rappresentanti della Chiesa cattolica, della comunità evangelica e della Chiesa greco-ortodossa in un messaggio, in gran parte dedicato al dovere di accogliere migranti e rifugiati, nel quale si sottolinea che «è compito principale dei cristiani non perdere mai di vista le questioni riguardanti la dignità umana» e si specifica che «l’impegno a difesa dei diritti dell’uomo è uno dei fondamenti della nostra società».
Il cardinale arcivescovo di München und Freising, Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, il pastore Nikolaus Schneider, presidente del Consiglio delle Chiese evangeliche in Germania, e il metropolita greco-ortodosso di Germania, Augoustinos (Lambardakis), scrivono che «in tutto il mondo individui stanno soffrendo conflitti violenti, la carestia, gli effetti di catastrofi naturali. Di conseguenza sempre più persone sono costrette a muoversi in cerca di un riparo, affrontando viaggi pericolosi». Basta osservare «le terribili immagini provenienti dalla Siria e dall’Africa centrale, dal Sahara e dal Mediterraneo». Il destino dei profughi che fuggono da queste aree non può lasciare indifferenti: «Come cristiani dobbiamo chiederci in quale parte del mondo incontriamo Gesù, dove lui ci mette di fronte i nostri fratelli e le nostre sorelle». Una risposta che in Germania c’è stata, se si ricorda che cresce il numero delle parrocchie e, più in generale, di coloro che si dedicano all’accoglienza dei profughi. «Ciò ci fa sentire pieni di speranza e gratitudine. Con questa forma di carità aiutiamo la nostra società a mantenere un volto umano».
La Interkulturelle Woche, promossa dalle comunità cattolica, evangelica e greco-ortodossa, sarà preceduta da un servizio di culto ecumenico, nel pomeriggio di oggi, venerdì 19, nella concattedrale di Sant’Eberardo, a Stoccarda. Il rito sarà guidato dal vescovo di Rottenburg-Stuttgart, monsignor Gebhard Fürst, dal pastore Frank Otfried, della comunità evangelica luterana di Württemberg, e dal vescovo greco-ortodosso Vasilios (Tsiopanas). Ci sarà anche Aydan Özoğuz, commissario per l’immigrazione, i rifugiati e l’integrazione. La Settimana interculturale, durante la quale, il 26 settembre, si celebrerà la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, coinvolgerà tutto il Paese con più di 4500 eventi in cinquecento diverse località. Nella capitale Berlino, ieri, servizio di culto ecumenico nella chiesa evangelica di San Paolo con l’intervento del presidente della Federazione tedesca di gioventù cattolica, Kristin Platek.
In Germania vivono almeno sessantamila siriani. È normale — affermano in una nota i componenti del comitato organizzatore della Interkulturelle Woche — che molti di coloro che fuggono dalle zone di guerra vogliano ricongiungersi con i loro familiari, amici o conoscenti all’estero. Un desiderio spesso frustrato da rigide procedure burocratiche, dalle limitazioni per l’ottenimento del permesso di soggiorno. Il contrario, scrivono, delle più elementari regole di benvenuto, di una vera cultura della solidarietà che dovrebbe prevedere «nessuna restrizione sul ricongiungimento familiare, libera circolazione dei lavoratori all’interno dell’Unione europea, accoglienza dei rifugiati provenienti da Paesi in guerra». Per celebrare le differenze occorre che tutti siano uguali: «Per vivere insieme nella società delle migrazioni si deve garantire che le differenze non portino a disparità di trattamento, emarginazione, esclusione». La disuguaglianza, la discriminazione e il razzismo restano i principali ostacoli sulla via dell’integrazione.
L'Osservatore Romano