lunedì 15 settembre 2014

Perché sentiamo il bisogno della gloria?

Berndnaut Smilde, Nimbus 2010

La Stampa, 14 settembre 2014
di ENZO BIANCHI
     La gloria è una realtà molto più presente di quanto non sia nominata, molto più pervasiva di quanto sia frequente nel linguaggio contemporaneo. Oggi si preferisce indicarla con altri termini: fama, rinomanza, onore, celebrità, irradiamento del nome, maestà, prestigio sociale... La gloria richiede e merita riconoscimento, attenzione, elogio e anche adorazione, cioè attaccamento, sottomissione, ammirazione accecante e, appunto, glorificazione della persona cui è attribuita la gloria.    
Questo tema non è affatto periferico nella nostra vita perché tutti noi umani sentiamo la necessità, l’impulso a glorificare, a rendere gloria, e riconoscere la gloria a qualcosa o a qualcuno, con esiti diversi che però determinano la nostra umanizzazione o la nostra alienazione, la nostra ricerca di autenticità o la nostra soggezione al falso, allo pseudos, determinano la nostra libertà o la nostra schiavitù. E soprattutto sentiamo l'impulso di ricevere gloria, di essere lodati e magnificati, di divenire famosi, di avere i famigerati 15 minuti di notorietà di cui parlava Andy Wharol, siamo presi dalla vertigine che ci porta a scambiare l'essere con l'apparire, con l'immagine, e l'immagine è sempre artefatta. Sicché certamente uno dei vizi capitali oggi più diffusi, anche se più taciuti, è lavanagloria. Dove il senso, anche laico, di questo termine desueto ci è dato dalle parole di John Malkovich, attore che conosce la gloria della celebrità e della fama: “Essere noti è disumano”. Il che ci porta a chiederci: perché allora l’uomo cerca il disumano come misura della propria realizzazione umana? Il discorso sulla gloria, che può apparire addirittura peregrino, punta dritto al cuore del problema che a tutti noi sta a cuore: cosa ci rende umani e cosa, invece, ci disumanizza?   
Possiamo trovare piste di risposta riflettendo sulla visione biblica della gloria, sul suo attraversare tutti i testi fino a raggiungere la sua pienezza e definitività nel quarto Vangelo, quando la gloria autentica, vera, visibile, concreta, gloria nella storia e gloria nell’umanità, è rivelata. È un itinerario non facile ma può essere determinante nel nostro cammino di umanizzazione.
Ora, il termine “gloria” nell’ebraico biblico è kavod – vocabolo apparentato akaved, “fegato” - ed esprime l’idea di “peso”, di qualcosa che si fa sentire, che si impone, che è considerevole. Viene usato per designare onore, fama, ricchezza, potere, prosperità, successo, forza, importanza...
Quando la bibbia parla di “gloria di Dio”, ne vuole indicare il peso, la potenza nella storia. Quando Dio si manifesta e agisce nella storia, allora fa vedere la sua gloria, dimostra di avere peso. Questa manifestazione, raccontata in immagini e in suoni, appare come luce, splendore, parola, tuono, bellezza, maestà... tutte realtà che si impongono e che stupiscono, provocando nell’uomo il timore di Dio, cioè il sentimento che Dio è presente e all’opera.
All’essere umano spetta riconoscere la gloria di Dio, riconoscere il suo peso, la sua azione, perché la gloria appartiene solo a Dio. Soli Deo gloria! “Io sono il Signore, io non cederò la mia gloria a un altro” (Is 48,11). Questa “gloria” di Dio, che tenta di manifestare ciò che conta, che è determinante nella storia come vita e azione del Dio Vivente e Uno, dov’è? Dove si situa? Dove si rivela? L’uomo può contemplarla? Può riconoscerla? E, di conseguenza, a cosa e a chi deve andare la sua adorazione, la sua attenzione? Potremmo anche dire: dove cogliere la verità?
La gloria di Dio è innanzitutto situata nei cieli, nell’alto dei cieli, cioè oltre il mondano. Dio è Santo, è Altro, distinto dal mondo, perciò la metafora che esprime questa alterità colloca Dio nell’alto dei cieli, nella sua dimora eterna. Invisibile, eterna, inaccessibile, mai pienamente comprensibile per l’uomo che in essa può solo porre fiducia, aderire alla sua presenza.
Ma quando Dio vuole incontrare gli uomini, nel linguaggio analogico e simbolico della bibbia, discende, viene, si fa vedere, soprattutto “parla”, si fa ascoltare. Ecco dunque la manifestazione, la rivelazione di Dio. Dio alza il velo su se stesso, si ri-vela e incontra l’uomo, il suo popolo Israele, senza che questi possano vedere pienamente Dio, faccia a faccia. Dio resta una presenza elusiva: di lui l’uomo può vedere le tracce, la schiena, ma mai il suo volto faccia a faccia. “Chi vede Dio, muore”, resta l’adagio di tutto l’Antico Testamento, cui risponde l’affermazione del Nuovo Testamento: “Dio, nessuno l’ha mai visto” (1Gv 4,12).
Quando però Dio vuole entrare in relazione con gli uomini, allora fa “discendere” dall’alto dei cieli la sua gloria che dimora, si ferma, sosta, diventa una presenza. La shekina’, la dimora è la presenza gloriosa di Dio. Eccola, dapprima sul monte Sinai, dove Dio si è rivelato a Mosè, e dove ha chiamato a sé il popolo liberato dalla schiavitù dell’Egitto: una nube infuocata dimora sul monte, a significare la gloria del Signore che lì dimora. Presenza di un Dio vivente, di fronte alla quale sta il popolo di Israele che riconosce e confessa il suo Dio come Liberatore. Qui, sul monte, la presenza gloriosa di Dio parla a Mosè. Dona la sua legge al popolo e stringe l’alleanza: “Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo!”
(...)
Ma ecco che in quella che il Nuovo Testamento chiama la “pienezza dei tempi”, il loro compimento, la gravidanza giunta al termine avviene il parto, la nascita, la novità... Dio non parla più al suo popolo attraverso messaggeri, angeli e profeti, ma viene egli stesso a salvare l’uomo: è il novum dell’incarnazione, dell’umanizzazione di Dio. Dio si fa uomo. Questo è indicibile: l’eterno si fa finito, l’onnipotente si fa debole, il celeste si fa terrestre, l’invisibile – “chi vede Dio, muore!” ripete tutto l’Antico Testamento – si fa visibile. Dio si fa carne, creatura mortale e finita, debole, precaria: si fa uno di noi per poter avere piena comunione con noi e stipulare un’alleanza ultima, definitiva, dopo la quale non ce ne saranno più altre. Giovanni nel prologo del suo Vangelo proclama con forza inaudita: “quella parola che era in principio, che era rivolta verso Dio, che era Dio ... si è fatta carne e ha posto la sua dimora tra di noi!”, per poi concludere in modo ancor più icastico: “e noi abbiamo visto la sua gloria” (Gv 1,1-2.14). Siamo all’apice della rivelazione cristiana: qui è tutto il cristianesimo, qui è il crinale rispetto all’ebraismo, qui è la fede cristiana!
Enzo Bianchi

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Giacomo Manzù, ai caduti della resistenza, Bergamo


L'anatema del Papa: la guerra è follia

la Repubblica, 14 settembre 2014
di ENZO BIANCHI

Quanti avevano cercato di forzare le parole del papa, quando invocava con forza che venissero fermati l’aggressione e i massacri contro le minoranze in Iraq, per farne un implicito sostegno all’ammissibilità di una “guerra giusta” troveranno particolarmente dure le parole usate da papa Francesco al Sacrario di Redipuglia: “la guerra è una follia!”. Un grido che sgorga dal suo cuore e dalla sua fede, e che riprende con il vigore della parola proclamata quanto affermato da papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris: nell’era atomica è “alieno dalla ragione”, folle pensare di ristabilire la giustizia attraverso la guerra. No, papa Francesco, nel commemorare i caduti nella prima guerra mondiale – e “dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale” – ripete con dolore che “forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’”. Nessuna distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, tra guerra di difesa e guerra di conquista, tra guerra regolare e irregolare: “la guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione!”.
Parole pronunciate alla commemorazione delle vittime di tutte le guerre. Un rito, quello della commemorazione dei caduti di guerra, che ripetiamo costantemente, sempre rammaricandoci di quanto è successo, sempre ripetendo “mai più!”. Eppure un rito che compiamo nello stesso preciso momento in cui alimentiamo, giustifichiamo, sosteniamo nuove guerre. Anche i governi italiani – esecutivi di uno stato che nella sua Costituzione “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – non cessano di commemorare le vittime di guerra mentre stipulano contratti per nuovi armamenti di offesa e non di difesa, mentre attuano riduzioni di spesa abnormi in settori come la sanità e l’educazione pubblica e danno solo qualche minima sforbiciata d’immagine alle spese militari...
Anche a noi, allora, si indirizza il grido accorato del papa che si scaglia contro “l’impulso distorto” che ci fa dire “A me che importa?”. Questo atto di accusa e questo invito al ravvedimento è dunque rivolto a ciascuno di noi che nel quotidiano ci comportiamo come Caino e non vogliamo essere “custodi del fratello”, ma nel nostro egoismo ripetiamo “A me che importa?”. Ma dietro a eventi globalmente devastanti come la guerra non c’è solo l’indifferentismo individuale, la cultura del disinteresse per l’altro, c’è ben di più e non sono solo le “ideologie” che forniscono una “giustificazione”. E il papa non esita a chiamare per nome questa “passione” guerrafondaia: “dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: ‘A me che importa?’”.
Fa un certo effetto vedere l’industria degli armamenti e il relativo commercio – che siamo soliti considerare come un importante elemento di crescita del PIL, di garanzia di posti di lavoro, di sollievo alla bilancia dei pagamenti... – assimilati ai “pianificatori del terrore” o agli “organizzatori dello scontro”. Eppure, se non fossero abbastanza chiare queste parole, papa Francesco ne aggiunge altre: “gli affaristi della guerra, forse guadagnano tanto, ma il loro cuore corrotto ha perso la capacità di piangere”. Il contesto storico del secolo scorso aveva portato i papi a denunciare la “inutile strage” e a cercare di fermare il demone della guerra rivolgendosi innanzitutto ai governanti che detengono il potere politico di assumere decisioni a nome degli stati e quindi di obbligare legalmente milioni di semplici cittadini a combattere e a uccidere non solo soldati nemici ma anche civili, “vecchi, bambini, mamme, papà”, quanto “Dio ha creato di più bello: l’essere umano”.
Oggi, che la terza guerra mondiale non è decisa dalle cancellerie ma scorre come fiume carsico in numerosi rivoli di eserciti irregolari o di bande armate, l’appello accorato del papa si rivolge a quanti possiedono i bacini di alimentazione di questi torrenti di “guerra a pezzi”: i produttori e i commercianti di armi, siano essi privati o istituzionali. Sta a loro decidere se disarmare o meno i belligeranti, sta al potere economico e finanziario – che è intrecciato con quello politico, ma ha anche una sua autonomia – decidere se trasformare il flusso di munizioni che è flusso di morte in un flusso di aiuti e in una corrente di vita, tocca anche a loro – e con ben più gravi ricadute – la faticosa scelta quotidiana che ciascuno di noi è chiamato a compiere tra la corruzione e l’onestà, tra la morte e la vita.
Le parole del papa, che non ha mai nominato la religione come fattore di giustificazione della “cupidigia, dell’intolleranza, dell’ambizione al potere” proprie della guerra, sono anche un monito a reagire alle minacce contro l’Europa e i cristiani lanciate in queste ore dall’ISIS in modo tale da disinnescare qualsiasi connessione tra fede religiosa e violenza disumana: come vanno ripetendo assieme al papa tutte le più alte figure religiose mondiali, “non si può uccidere nel nome di Dio”.
Sì, pochi minuti di un’omelia durante una celebrazione in memoria dei caduti di tutte le guerre possono costituire l’innesco per un cambiamento epocale: quella conversione del cuore – moto umano prima ancora che cristiano – che ci conduce a “passare da ‘A me che importa’ al pianto”. Davvero, come ha concluso papa Francesco “l’umanità ha bisogno di piangere, e questa è l’ora del pianto”. Un pianto che è sì di dolore, è sì di pietà, ma è anche il pianto di rabbia del povero che vede calpestati i suoi diritti, a cominciare dal più importante, quello alla vita nella pace e nella giustizia.
Enzo Bianchi
Pubblicato su: La Repubblica