
Francesca Cabrini e la Grande guerra.
(Maria Barbagallo) «Intanto gli Italiani emigrati dei vari Stati d’Europa rimpatriavano. Oh! Le scene strazianti a cui si assistette quando venimmo chiamate da un comitato di Signori in aiuto loro per far partire i nostri connazionali del Belgio e della Francia allineati in lunghe file, uomini, donne, vecchi, bimbi d’ogni età affamati e spossati sdraiati sul nudo terreno accanto a fardelli, più o meno grossi, involti in sacchi o tele di cui non si poteva distinguere il colore, aspettavano da giorni il momento di essere mandati in Italia. Si distribuiva loro latte, pane, uova, carne, vino frutta e denaro (...) Si aveva l’illusione di essere in un vero centro di Missione, eravamo felici di poter prestare la nostra opera di Missionarie a tanti nostri fratelli in ore sì difficili e in circostanze sì dolorose. Poveri italiani! Li vedemmo salire sul treno in carrozzoni più atti a contenere bestie che uomini; si spingevano, si pigiavano, urlando, schiamazzando; chi benediceva i signori che li avevano soccorsi, chi bestemmiava, chi imprecava alla guerra. In tale disordine le famiglie si dividevano pur credendo di essere unite e chi cercava il marito, chi la sposa, chi la mamma, chi il figlio.
Noi rimanevamo delle giornate intere e delle notti finché tutti furono partiti pregando di cuore al Signore e benedicendo quella massa di popolo e salvare la Francia che ci ospitava. Colti alla sprovvista i Francesi e sprovvisti dell’occorrente per la guerra, gli Austriaci se ne approfittarono ed in poco tempo gli furono addosso. Il rombo del cannone veniva ogni poco a scuoterci. I Francesi riunite in uno sforzo supremo le loro forze e assistiti miracolosamente dal Cielo, l’8 settembre riportarono la grande vittoria della Marna che nessuno avrebbe osato sperare infondendo in tutti una gioia che invano si cercherebbe di descrivere. Passati quattro mesi e credendo il pericolo sventato si richiamarono le orfanelle da Cornegliano; lasciarono esse non senza rimpianto la cara Italia felici però di ritornare al loro nido fra le suore amate. Ma la guerra continuava e si prolungò ancora per anni».
Questo scrivevano le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù nell’agosto 1914 nelle loro Memorie, un librone che cercavano in ogni modo di tenere aggiornato per ordine di madre Francesca Cabrini, che voleva che la storia dell’Istituto delle Missionarie fosse conosciuta dalle religiose del futuro. E questo cercavano di far sapere le Missionarie alla fondatrice, che all’epoca si trovava negli Stati Uniti e che, suo malgrado, non riuscì a ritornare in Europa proprio a motivo della guerra.
Centinaia di lettere testimoniano che Francesca Cabrini viveva la guerra con la stessa intensità e sofferenza delle sue missionarie, una sofferenza acuita dalla lontananza ma mai offuscata nella sua lucidità e nella sua leadership che la rendeva responsabile sia di suore, alunne e orfane ricoverate nei suoi istituti, sia delle case e delle poche cose importanti che in trentacinque anni di fondazione le suore si erano procurate con immensi sacrifici. La corrispondenza era particolarmente fitta con le missionarie di Inghilterra, Francia e Italia. «Preparare tutto in saccoccini che, un poco tutte, porterete dove sarà il posto più sicuro. Fate però tutto con calma e non abbiate paura. Girando per queste necessità sarà forse meglio che vi vestiate da secolari. Se la cosa si facesse seria dappertutto, potrete portare tutto qui». Così scriveva, ad esempio, la fondatrice a Madre Gesuina Diotti, sua principale referente a Roma. «Si sa che dovete stare bene informate di tutto alla giornata e prepararvi con prudenza alle evenienze, ma nell’istesso tempo conservate la calma dell’animo. Il Cuor SS. di Gesù è con voi e vi vuol tutte salve, e voi siate buone e pensate a salvare anche le ciabatte». La storia delle ciabatte richiamava le missionarie che erano state espulse dal Nicaragua nel 1894. In quell’occasione le suore, costrette dai soldati a lasciare il Paese, erano uscite di casa con le cose strettamente necessarie, ma una di esse aveva pregato il militare che la spingeva via a lasciarla rientrare un momento per prendere le ciabatte.
Madre Cabrini aveva in mente una soluzione molto concreta: se le cose si fossero messe troppo male, avrebbe fatto in modo di salvare tutte le suore e farle arrivare negli Stati Uniti. Offriva, addirittura, le sue case degli Stati Uniti per mettere in salvo il Papa, laddove fosse stato necessario: «Se poi anche l’Italia entrerà nella conflagrazione europea e le cose si faranno serie, allora sapete che qui ho posto per tutte. Mi sentirei di preparare il posto anche per il Santo Padre, diteglielo che offro le nostre Case e che specialmente quest’ultima di Dobbs Ferry sarebbe meno indegna dell’Augusta presenza del Santo Padre».
Oltre a salvare le suore, la preoccupazione di Francesca Cabrini era soprattutto quella di incoraggiarle a non perdersi d’animo, di pregare e cogliere l’occasione come se stessero facendo un corso di Esercizi Spirituali. Così scriveva a madre Savaré che, da Codogno, si occupava di tutte le opere della Lombardia: «Diventando sante col distacco da se stesse e da tutto, ripareranno il Cuor di Gesù tanto offeso e lo placheranno, più che con tante altre dimostrazioni esterne che tante volte servono più bene a coprire magagne che non dovrebbero esistere».
Quasi tutte le suore dietro l’insistenza di madre Cabrini cercarono un rifugio in parti poco pericolose, ma non era facile lasciare la casa, perciò cercavano di mandare le più anziane o ammalate in posti sicuri e poi cercavano di essere le consolatrici delle centinaia di famiglie costrette a fuggire. Era, anzi, la stessa madre che esortava le suore a occuparsi dei profughi, dei feriti e delle bambine orfane.
A Londra le missionarie offrirono la casa, che chiamavano l’Abbey, per i bisognosi, come risulta dalle memorie: «Lo spavento! Fu l’unica tribolazione che ci afflisse durante la guerra!! E non fu forse la più piccola croce comparandola alle gravi calamità che affliggevano tutta l’Europa durante la Gran Guerra? Vedevamo le flotte aeree e nemiche passarci di sopra la nostra vasta proprietà ad ogni ora del giorno e della notte; ogni sera si contemplava lo spettacolo bellissimo e meraviglioso delle Search lights che da più di cinquanta quartieri di Londra slanciavano la lunga fascia di luce convergendo quasi tutte sul centro della Metropoli per salvaguardare Buckingham Palace, la Casa del Parlamento Westminster Abbey, ecc. E ciò “fintanto” che una di queste luci scopriva un aeroplano o zeppelino nemico; allora incominciarono le cannonate contro il malaugurato visitatore notturno e per ordine del Governo tutti dovevamo ritirarci, nasconderci nei basamenti delle Case. E questa manovra di cannonate e di bombe che cadevano produceva scene strazianti in Londra: ma in casa nostra, nei nostri nascondigli si pregava, si pregava. Quale conforto ci fu la preghiera allora! (...) Le bombe caddero qui vicino e intorno a noi, ma non mai sulle nostre Case né nessuna di noi rimase offesa né in Convento o fuori dai proiettili nemici (...) Allo scoppio della guerra, dall’America Centrale ci arrivarono varie Signorine come educande che però rimasero poco causa gli avvenimenti della guerra e prima che questa fosse finita ritornarono a casa loro».
A Milano i dormitori delle educande furono usati per i militari feriti. A Parigi la Madre raccomandava: «Le povere bambine delle famiglie grandi che restano al momento sul lastrico sono meritevoli di grande compassione e bisogna ricoverarle. Dopo, N. Signore in compenso aiuterà noi».
Si rinfrancava quando le suore la informavano della carità che riuscivano a fare nonostante tutto: «Mi ha consolato assai nel sentire che avete con voi gli esuli salvati dal fuoco micidiale». Infatti per madre Cabrini la tragedia della guerra non doveva essere solo un pericolo dal quale fuggire, ma un’occasione per imparare a essere “vere Missionarie”, a confidare di più nella preghiera, nella Provvidenza, a crescere nella fiducia nel Sacro Cuore di Gesù. E soprattutto doveva essere un’occasione per esercitare la carità eroica, per dare testimonianza dell’Amore di Dio e raggiungere quelle persone che erano lontane dalla fede. Infatti quando le suore a Parigi rimasero senza orfane, avendo dovuto metterle in salvo in Italia, la casa si riempì di militari. Le suore con qualche parola di conforto riuscirono a far loro recitare il Rosario, partecipare alla messa e, addirittura, a confessarsi e comunicarsi dopo anni che non lo facevano.
Le missionarie in Europa sperimentarono anzitempo come vivere senza la presenza di madre Cabrini che fino allora era stata la loro guida. Compresero che dovevano affidarsi a Dio e al loro buon senso, a quanto avevano imparato dalla fondatrice. Non sapevano che non l’avrebbero più vista e, inconsapevolmente, stavano facendo una prova. Certo non immaginavano che poco più di due anni dopo, la madre le avrebbe lasciate.
Quegli anni tuttavia per Francesca Cabrini furono ancora anni di lavoro e di fondazioni. Trovandosi negli Stati Uniti, dove ormai c’erano la maggior parte delle sue opere dall’est all’ovest, dal sud al nord, aveva il suo da fare per ristrutturare, ricostruire, rinnovare. In particolare, però, volle celebrare i venticinque anni della sua partenza per le missioni — avvenuta, dall’Italia, il 19 marzo 1889 — con la fondazione della Casa di Dobb Ferry per le orfane. In occasione di questo giubileo d’argento, madre Cabrini ricevette encomi — conservati in preziose pergamene — da parte di illustri personaggi della Chiesa, da ministri e benefattori. Pio X, che morirà proprio nell’agosto 1914, le aveva mandato una magnifica pergamena con il suo augurio personale.
Dal Brasile e dall’Argentina erano molti i vescovi che reclamavano con urgenza la presenza di madre Cabrini, ma i viaggi in quel periodo erano molto difficili, la sua salute molto fragile, le preoccupazioni molto pressanti. Fu un periodo di grande preghiera, di abbandono e di fiducia nel Cuore di Gesù e di raccomandazioni preziose alle sue figlie sparse nel mondo.
L’anno, intanto, si era chiuso con una bellissima lettera indirizzata dalla madre a tutte le suore. È la famosa lettera del Natale 1914, che così inizia: «Dacché l’Istituto esiste, mai non abbiamo vissute ore così vibranti, così palpitanti di attesa, così fervide di tutte le ansie e di tutte le trepidazioni come quelle che da pochi mesi attraversiamo. Più il grande conflitto si avvia verso l’avvenire, crepitando di nuovi incendi, e più sentiamo la grandezza tragica premerci e pesarci sopra di tutta la sua mole terribile. Dove andiamo? Dove andremo? Di che sarà fatto il domani? Noi non sappiamo, nessuno sa né può sapere. Solo sappiamo che il fuoco purifica tutte le scorie. Se questo conflitto apportasse a noi il bene di farci migliori, non potremo più certo lamentarci. Sì, in questa conflagrazione che nessuno sa spiegare, vi è il dito di Dio il quale dal male sa sempre ricavare il bene. Il mondo si era pervertito troppo e dappertutto sembrava dilagarsi il male che rovinava l’innocenza di tante belle anime e indeboliva la fede. Il dito di Dio ha pesato e sta pesando sopra di noi e già nelle anime entra il fervore, tutte sentono il bisogno di avvicinarsi a Dio (...) Dobbiamo specialmente pregare con fervore più grande del solito ora che ci avviciniamo alla celebrazione del grande avvenimento: la venuta del Principe della pace. Egli è venuto a redimerci, dia a tutti la sua pace. E la pace ci sarà data se tutte noi cercheremo di rinnovare».
Questo scrivevano le Missionarie del Sacro Cuore di Gesù nell’agosto 1914 nelle loro Memorie, un librone che cercavano in ogni modo di tenere aggiornato per ordine di madre Francesca Cabrini, che voleva che la storia dell’Istituto delle Missionarie fosse conosciuta dalle religiose del futuro. E questo cercavano di far sapere le Missionarie alla fondatrice, che all’epoca si trovava negli Stati Uniti e che, suo malgrado, non riuscì a ritornare in Europa proprio a motivo della guerra.
Centinaia di lettere testimoniano che Francesca Cabrini viveva la guerra con la stessa intensità e sofferenza delle sue missionarie, una sofferenza acuita dalla lontananza ma mai offuscata nella sua lucidità e nella sua leadership che la rendeva responsabile sia di suore, alunne e orfane ricoverate nei suoi istituti, sia delle case e delle poche cose importanti che in trentacinque anni di fondazione le suore si erano procurate con immensi sacrifici. La corrispondenza era particolarmente fitta con le missionarie di Inghilterra, Francia e Italia. «Preparare tutto in saccoccini che, un poco tutte, porterete dove sarà il posto più sicuro. Fate però tutto con calma e non abbiate paura. Girando per queste necessità sarà forse meglio che vi vestiate da secolari. Se la cosa si facesse seria dappertutto, potrete portare tutto qui». Così scriveva, ad esempio, la fondatrice a Madre Gesuina Diotti, sua principale referente a Roma. «Si sa che dovete stare bene informate di tutto alla giornata e prepararvi con prudenza alle evenienze, ma nell’istesso tempo conservate la calma dell’animo. Il Cuor SS. di Gesù è con voi e vi vuol tutte salve, e voi siate buone e pensate a salvare anche le ciabatte». La storia delle ciabatte richiamava le missionarie che erano state espulse dal Nicaragua nel 1894. In quell’occasione le suore, costrette dai soldati a lasciare il Paese, erano uscite di casa con le cose strettamente necessarie, ma una di esse aveva pregato il militare che la spingeva via a lasciarla rientrare un momento per prendere le ciabatte.
Madre Cabrini aveva in mente una soluzione molto concreta: se le cose si fossero messe troppo male, avrebbe fatto in modo di salvare tutte le suore e farle arrivare negli Stati Uniti. Offriva, addirittura, le sue case degli Stati Uniti per mettere in salvo il Papa, laddove fosse stato necessario: «Se poi anche l’Italia entrerà nella conflagrazione europea e le cose si faranno serie, allora sapete che qui ho posto per tutte. Mi sentirei di preparare il posto anche per il Santo Padre, diteglielo che offro le nostre Case e che specialmente quest’ultima di Dobbs Ferry sarebbe meno indegna dell’Augusta presenza del Santo Padre».
Oltre a salvare le suore, la preoccupazione di Francesca Cabrini era soprattutto quella di incoraggiarle a non perdersi d’animo, di pregare e cogliere l’occasione come se stessero facendo un corso di Esercizi Spirituali. Così scriveva a madre Savaré che, da Codogno, si occupava di tutte le opere della Lombardia: «Diventando sante col distacco da se stesse e da tutto, ripareranno il Cuor di Gesù tanto offeso e lo placheranno, più che con tante altre dimostrazioni esterne che tante volte servono più bene a coprire magagne che non dovrebbero esistere».
Quasi tutte le suore dietro l’insistenza di madre Cabrini cercarono un rifugio in parti poco pericolose, ma non era facile lasciare la casa, perciò cercavano di mandare le più anziane o ammalate in posti sicuri e poi cercavano di essere le consolatrici delle centinaia di famiglie costrette a fuggire. Era, anzi, la stessa madre che esortava le suore a occuparsi dei profughi, dei feriti e delle bambine orfane.
A Londra le missionarie offrirono la casa, che chiamavano l’Abbey, per i bisognosi, come risulta dalle memorie: «Lo spavento! Fu l’unica tribolazione che ci afflisse durante la guerra!! E non fu forse la più piccola croce comparandola alle gravi calamità che affliggevano tutta l’Europa durante la Gran Guerra? Vedevamo le flotte aeree e nemiche passarci di sopra la nostra vasta proprietà ad ogni ora del giorno e della notte; ogni sera si contemplava lo spettacolo bellissimo e meraviglioso delle Search lights che da più di cinquanta quartieri di Londra slanciavano la lunga fascia di luce convergendo quasi tutte sul centro della Metropoli per salvaguardare Buckingham Palace, la Casa del Parlamento Westminster Abbey, ecc. E ciò “fintanto” che una di queste luci scopriva un aeroplano o zeppelino nemico; allora incominciarono le cannonate contro il malaugurato visitatore notturno e per ordine del Governo tutti dovevamo ritirarci, nasconderci nei basamenti delle Case. E questa manovra di cannonate e di bombe che cadevano produceva scene strazianti in Londra: ma in casa nostra, nei nostri nascondigli si pregava, si pregava. Quale conforto ci fu la preghiera allora! (...) Le bombe caddero qui vicino e intorno a noi, ma non mai sulle nostre Case né nessuna di noi rimase offesa né in Convento o fuori dai proiettili nemici (...) Allo scoppio della guerra, dall’America Centrale ci arrivarono varie Signorine come educande che però rimasero poco causa gli avvenimenti della guerra e prima che questa fosse finita ritornarono a casa loro».
A Milano i dormitori delle educande furono usati per i militari feriti. A Parigi la Madre raccomandava: «Le povere bambine delle famiglie grandi che restano al momento sul lastrico sono meritevoli di grande compassione e bisogna ricoverarle. Dopo, N. Signore in compenso aiuterà noi».
Si rinfrancava quando le suore la informavano della carità che riuscivano a fare nonostante tutto: «Mi ha consolato assai nel sentire che avete con voi gli esuli salvati dal fuoco micidiale». Infatti per madre Cabrini la tragedia della guerra non doveva essere solo un pericolo dal quale fuggire, ma un’occasione per imparare a essere “vere Missionarie”, a confidare di più nella preghiera, nella Provvidenza, a crescere nella fiducia nel Sacro Cuore di Gesù. E soprattutto doveva essere un’occasione per esercitare la carità eroica, per dare testimonianza dell’Amore di Dio e raggiungere quelle persone che erano lontane dalla fede. Infatti quando le suore a Parigi rimasero senza orfane, avendo dovuto metterle in salvo in Italia, la casa si riempì di militari. Le suore con qualche parola di conforto riuscirono a far loro recitare il Rosario, partecipare alla messa e, addirittura, a confessarsi e comunicarsi dopo anni che non lo facevano.
Le missionarie in Europa sperimentarono anzitempo come vivere senza la presenza di madre Cabrini che fino allora era stata la loro guida. Compresero che dovevano affidarsi a Dio e al loro buon senso, a quanto avevano imparato dalla fondatrice. Non sapevano che non l’avrebbero più vista e, inconsapevolmente, stavano facendo una prova. Certo non immaginavano che poco più di due anni dopo, la madre le avrebbe lasciate.
Quegli anni tuttavia per Francesca Cabrini furono ancora anni di lavoro e di fondazioni. Trovandosi negli Stati Uniti, dove ormai c’erano la maggior parte delle sue opere dall’est all’ovest, dal sud al nord, aveva il suo da fare per ristrutturare, ricostruire, rinnovare. In particolare, però, volle celebrare i venticinque anni della sua partenza per le missioni — avvenuta, dall’Italia, il 19 marzo 1889 — con la fondazione della Casa di Dobb Ferry per le orfane. In occasione di questo giubileo d’argento, madre Cabrini ricevette encomi — conservati in preziose pergamene — da parte di illustri personaggi della Chiesa, da ministri e benefattori. Pio X, che morirà proprio nell’agosto 1914, le aveva mandato una magnifica pergamena con il suo augurio personale.
Dal Brasile e dall’Argentina erano molti i vescovi che reclamavano con urgenza la presenza di madre Cabrini, ma i viaggi in quel periodo erano molto difficili, la sua salute molto fragile, le preoccupazioni molto pressanti. Fu un periodo di grande preghiera, di abbandono e di fiducia nel Cuore di Gesù e di raccomandazioni preziose alle sue figlie sparse nel mondo.
L’anno, intanto, si era chiuso con una bellissima lettera indirizzata dalla madre a tutte le suore. È la famosa lettera del Natale 1914, che così inizia: «Dacché l’Istituto esiste, mai non abbiamo vissute ore così vibranti, così palpitanti di attesa, così fervide di tutte le ansie e di tutte le trepidazioni come quelle che da pochi mesi attraversiamo. Più il grande conflitto si avvia verso l’avvenire, crepitando di nuovi incendi, e più sentiamo la grandezza tragica premerci e pesarci sopra di tutta la sua mole terribile. Dove andiamo? Dove andremo? Di che sarà fatto il domani? Noi non sappiamo, nessuno sa né può sapere. Solo sappiamo che il fuoco purifica tutte le scorie. Se questo conflitto apportasse a noi il bene di farci migliori, non potremo più certo lamentarci. Sì, in questa conflagrazione che nessuno sa spiegare, vi è il dito di Dio il quale dal male sa sempre ricavare il bene. Il mondo si era pervertito troppo e dappertutto sembrava dilagarsi il male che rovinava l’innocenza di tante belle anime e indeboliva la fede. Il dito di Dio ha pesato e sta pesando sopra di noi e già nelle anime entra il fervore, tutte sentono il bisogno di avvicinarsi a Dio (...) Dobbiamo specialmente pregare con fervore più grande del solito ora che ci avviciniamo alla celebrazione del grande avvenimento: la venuta del Principe della pace. Egli è venuto a redimerci, dia a tutti la sua pace. E la pace ci sarà data se tutte noi cercheremo di rinnovare».
L'Osservatore Romano