mercoledì 8 ottobre 2014

L’UTERO È TUO E ME LO GESTISCO IO

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Errore chiama errore e orrore chiama orrore

(di Tommaso Scandroglio) Errore chiama errore e orrore chiama orrore. La storia che stiamo per raccontarvi, che ha fatto il giro del mondo, ne è una prova. Kristal Kelley, una giovane donna del Connecticut, aveva firmato un contratto con una coppia per affittare il proprio utero. 22mila dollari per essere usata come una incubatrice di carne. Né più né meno di quando si affitta un appartamento.
Al quinto mese una ecografia di routine ha mostrato che il feto aveva una palatoschisi, una cisti cerebrale e difetti cardiaci. I medici le dissero che la piccola avrebbe avuto solo il 25% delle possibilità di condurre una vita normale. La coppia allora le ha chiesto di abortire: «si tratta di una scelta più umana» le scrissero. Kelley, madre single di due bambini, si rifiutò facendo sapere che «non era in loro potere giocare a fare Dio».
La coppia però tornò all’attacco e si offrì di pagare 10.000 dollari per l’ “incomodo”, cioè per sopprimere la bambina. La giovane donna, “in un momento di debolezza” come lei stessa ammise successivamente, rilanciò chiedendone 15.000. A quel punto gli aspiranti genitori si rifiutarono di sborsare una simile cifra. Infine Kelley fuggì in Michigan, dove i contratti di maternità surrogata non sono validi e colei che mette al mondo il bambino viene riconosciuta come madre legittima. Nel giugno del 2012 nacque la bambina e Kelley dunque figurò come madre, ma poi diede la figlia in adozione per problemi economici, gli stessi problemi economici che la spinsero a vendere parte del proprio corpo a fini riproduttivi.
La storia di Kelley trova il suo habitat naturale negli Usa, che potremmo definire come la patria dell’utero in affitto. Infatti negli States solo nell’ultimo anno sono nati più di 2.000 bambini da madri surrogate. Non c’è una legge federale valida per tutta la nazione, ma ogni Stato si regola in autonomia.
Diciassette Stati hanno leggi che consentono la maternità surrogata (la California è la più liberal), mentre in 21 la pratica non è né disciplinata né sanzionata. Infine in cinque stati i contratti di maternità surrogata sono nulli e in Washington DC sono previste delle sanzioni. Anche in Kansas si discusse a gennaio di una proposta di legge, poi bocciata, per sanzionare la pratica con 10.000 dollari di multa o un anno di carcere. In altri stati invece la maternità surrogata è permessa ma sono stati posti dei vincoli per l’accesso. Ad esempio in Illinois c’è l’obbligo di una visita medica e psicologica sia per la coppia che per la donna gestante, questa poi deve aver già avuto figli suoi e non deve fornire l’ovocita. Almeno un gamete deve infine venire dalla coppia richiedente. Da ultimo in sette Stati giudici locali hanno dato comunque parere positivo alla pratica nonostante la normativa statale non la legittimasse né la vietasse.
La maternità surrogata è figlia legittima della fecondazione artificiale. In quest’ultima pratica troviamo quei principi disumanizzanti – una vera e propria antropologia rovesciata – poi espressi al massimo grado nella tecnica dell’utero in affitto. In entrambi i casi infatti si reifica il nascituro che diventa una prodotto da ordinare non tramite Amazon (ma forse un giorno non troppo lontano ci arriveremo) ma grazie a medici e tecnici di laboratorio compiacenti. Non solo il figlio si reifica, ma anche i genitori o presunti tali quando uno o entrambi i gameti provengono da soggetti esterni alla coppia.
La donna nella fecondazione artificiale viene iperstimolata per aver più ovociti possibili, come se fosse una gallina dalle uova d’oro. Sfruttata nel suo corpo come avviene per le donna che vende il proprio utero per la gestazione. Un meretricio riproduttivo, una prostituzione generativa dunque. La fecondazione extracorporea, che sia omologa, eterologa o surrogata, alla fine non tratta più il figlio come figlio, la madre e il padre come genitori, ma squalifica tutti alterandone i ruoli naturali. E così avremo che il bambino prenderà il nome di “prodotto del concepimento”, la coppia diviene “i soggetti richiedenti” e quando questi cercano a suon di quattrini gameti ed uteri non propri si trasformano non in una coppia di genitori, bensì in una coppia di mercanti di vita. (Tommaso Scandroglio)

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La Svezia in prima fila nella promozione del gender diktat

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(di Lupo Glori) In Svezia, l’ideologico pronome neutro «hen», introdotto in alcuni asili di Stoccolma nel 2012, sta iniziando a dare i frutti sperati. In tal senso, Sofia Bergman, una madre svedese di due bambini, ha raccontato entusiasta, al noto settimanale americano “Newsweek”: «Non abbiamo ancora iniziato ad utilizzarlo in casa, ma è solo una questione di abitudine. (…) è una buona cosa se gli asili e scuole lo utilizzano».
Nelle politiche per la parità di genere nel mondo dei bambini, nessun paese ha osato tanto, quanto la Svezia. Gli asili, che per primi hanno introdotto il pronome neutro, continuano ad utilizzarlo ed altri hanno seguito il loro esempio. Sono, inoltre, sempre più diffusi i libri per l’infanzia che hanno come protagonisti personaggi di genere neutro. Anche se non esistono ancora statistiche ufficiali riguardo il numero degli asili nido svedesi che utilizzano il pronome «hen», Maria Hulth della Jämställt, società di consulenza sulla parità di genere, sottolinea come oggi vi sono numerosi insegnanti che spesso scelgono autonomamente di utilizzare il termine «hen», anche quando non adottato come politica interna della struttura scolastica.
L’impegno degli asili e delle scuole primarie svedesi nella promozione della parità dei sessi non si limita al pronome neutro: «Stanno facendo di tutto anche per evitare parole come “boys” e “girls”, utilizzando invece il vocabolo neutro “children”. E la “norma critica” si sta diffondendo sempre più velocemente». La Hulth racconta compiaciuta come gli stessi suoi due figli usano abitualmente il termine «hen» per chiamarsi l’uno con l’altro.
La cosiddetta “norma critica” è una teoria molto diffusa in Svezia secondo la quale tutte le norme tradizionali, come la distinzione tra uomini e donne, eterosessuali ed omosessuali, normodotati e disabili, devono essere smantellate al fine di realizzare una società veramente equa. Ad esempio, continua, a tale proposito, la Hulth, «tutti i bambini dovrebbero essere in grado di indossare ciò che vogliono. I vestitini non sono solo per le ragazze. Il rosa è un bel colore che dovrebbe essere a disposizione di tutti».
L’indottrinamento di genere delle giovani generazioni viene attuato in tutti i campi, da quello scolastico a quello ludico. Tricia Lowther, membro di Let Toys Be Toys (Lasciate i giocattoli essere giocattoli), una iniziativa lanciata nel dicembre 2012, per combattere la tradizionale distinzione tra giocattoli “maschili” e “femminili”, attraverso la promozione di reparti di genere neutri all’interno degli spazi commerciali, nota soddisfatta come: «Ben quattordici tra i principali rivenditori hanno apportato modifiche da quando abbiamo iniziato la nostra campagna quasi due anni fa. (…) Hanno rimosso le insegne dedicate ai ragazzi e alle ragazze. I reparti blu e rosa ancora resistono, ma le cose stanno cambiando».
Tra le imprese “gender-friendly” vi sono marchi importanti come: Tesco, Sainsbury, Morrisons, Boots ed altri. Marks & Spencer si è spinto anche oltre, cambiando direttamente le etichette dei propri giocattoli in perfetto stile “gender neutral”, mentre i creatori della popolare pistola Nerf hanno lanciato un modello speciale in versione rosa dedicata alle ragazze. Diverse agenzie governative utilizzano ordinariamente il termine «hen», tanto che, quest’anno, il vocabolo è stata aggiunto al dizionario ufficiale svedese. Studi specifici hanno, inoltre, riscontrato, che, in un giorno medio, la parola «hen» si trova pubblicata sulle pagine di almeno 15 giornali.
Non tutti sono, tuttavia, d’accordo con la promozione di tali politiche di genere. Tra questi, il dottor David Eberhard, uno dei più autorevoli psichiatri svedesi, mette in evidenza l’importanza dell’incontestabile dato biologico, affermando che l’introduzione di un nuovo pronome non cambierà il fatto che la stragrande maggioranza delle persone si identifica come uomini o donne: «Qualunque sia il modo con cui si sceglie di chiamare le persone, le differenze biologiche tra uomini e donne restano. (…) Dovremmo trattare gli altri con rispetto reciproco, ma ignorare le differenze di genere biologiche è da pazzi. Renderci identici non creerà più uguaglianza. (…) chiamare i bambini con il termine neutro “hen”, invece di lui o di lei? Questa è crudeltà infantile».
La politica di genere svedese nei confronti dell’infanzia è considerata la punta di lancia e il modello esemplare a cui, al più presto, anche tutti gli altri paesi europei si dovranno adeguare per il superamento dei vecchi stereotipi di genere e la promozione di qualsivoglia tendenza sessuale. Il gender diktat, come tutte le dittature, si propone di rieducare le incolpevoli future generazioni individuando nelle strutture dedicate all’infanzia il luogo privilegiato per imporre il proprio folle programma contro natura. Un progetto distruttivo contro la ragione e contro la realtà destinato a fallire inesorabilmente. (Lupo Glori)