Istituzioni e strutture sociali giuste.
(Luis Romera Oñate) L’anelito di pace che alberga in ogni cuore umano non si limita al desiderio di raggiungere momenti di tranquillità personale e sociale. Al contrario, consiste in un’aspirazione con pretese di totalità, cioè desidera ottenere uno stato interiore e sociale stabile, che non sia alla mercé di circostanze storiche contingenti o di arbitrarietà da parte dei detentori del potere fattuale nella società. Una pace consolidata è il risultato di una cultura e non semplicemente di atteggiamenti occasionali. In altri termini, la pace deriva da un insieme di istituzioni sociali — che vanno dalle sfere più intime, come quella familiare, agli ambiti nazionali e internazionali, come parlamenti, sistemi economici, ordinamenti giuridici e così via — in cui si riconosce, difende e promuove la dignità dell’essere umano, di ogni donna e di ogni uomo.
La pace richiede istituzioni e strutture sociali che siano effettivamente giuste, sia nel contatto più diretto con le persone, sia nelle sfere civiche, politiche, economiche o giuridiche. Dette istituzioni giuste sono promotrici di pace nella misura in cui — oltre a essere nei loro principi e nelle loro strutture espressione della dignità dell’essere umano — le prassi vitali che di fatto si stabiliscono in una società le rispettano. Dove s’infiltra la corruzione, non si può consolidare la giustizia e si attenta costantemente alla pace, per quanto adeguato sia il sistema di principi teorici enunciati.
Ne consegue che, quando ci riferiamo alla cultura per indicare l’humus in cui si radica la pace, ci riferiamo a questo insieme di convinzioni e atteggiamenti di fondo, condivisi dai membri di una società, in base ai quali si agisce ogni giorno. Tali convinzioni e atteggiamenti restano solitamente latenti, come precomprensioni a partire dalle quali si valuta quanto accade, si soppesano le possibilità che si presentano giorno dopo giorno nel corso degli eventi storici, e si agisce. In definitiva, le convinzioni e gli atteggiamenti a cui ci riferiamo sono l’istanza a partire dalla quale si valuta se un’istituzione o una prassi è sensata o meno.
Promuovere la pace esige di appellarsi a questo livello profondo della persona e delle società, senza limitarsi a elaborare formule pragmatiche per giungere a patti congiunturali, per quanto imprescindibili questi siano in un primo momento. Limitarsi a ottenere impegni che riguardano dimensioni derivate dalla vita sociale (come, per esempio, risarcimenti economici o una nuova distribuzione del potere) significa rinviare il problema e ipotecare la pace. Senza sottovalutare tali patti o accordi, promuovere la pace richiede di creare un’autentica cultura della pace, ossia elaborare convinzioni e assumere atteggiamenti che giungano nel più profondo della persona e generino istituzioni sociali e prassi vitali che esprimano il valore della persona.
In concreto, una cultura della pace rimanda a convinzioni su chi è l’uomo (chi è il mio prossimo) che poi si plasmano in dimensioni culturali che riguardano sia l’intimità delle persone sia la convivenza civile. Per esempio, tali convinzioni si tradurranno in istituzioni capaci di garantire la giustizia nella società senza dipendere dalle velleità di chi detiene un incarico di potere. Ma non si limitano a ciò. Fanno anche sì che ognuno s’impegni per il bene pubblico, il bene comune, il bene di coloro con cui sta a contatto giorno dopo giorno. In tal senso, una cultura della pace genera valori e principi sociali e democratici che comportano l’affermazione — in linea di principio e di fatto — dello stato di diritto o la distinzione di poteri, per limitarci a un paio di esempi. Ma allo stesso tempo spinge a riconoscere nei dettagli dell’esistenza quotidiana la dignità di ognuno, i suoi diritti e la sua libertà.
Proprio per questo non basta promuovere convinzioni. Occorre che tali convinzioni conducano a prese di posizione di fronte all’esistenza e agli altri, e che tali risoluzioni si esprimano nella realtà quotidiana, ossia si traducano in atteggiamenti operativi efficaci, in altre parole, in virtù.
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Numerose le iniziative in occasione della Settimana ecumenica per il cibo. Insieme contro la fame nel mondo
(Riccardo Burigana) Dal 12 al 19 ottobre molte comunità cristiane si sono interrogate, in luoghi e con forme molto diverse, su cosa i cristiani possono e devono fare per combattere la fame nel mondo, promuovendo una nuova cultura nei confronti del cibo nella prospettiva di riaffermare l’impegno ecumenico per la salvaguardia del creato. Questa settimana, The Global Churches Week of Action on Food, è stata particolarmente sostenuta dalla Ecumenical Advocacy Alliance (Eaa), che è una rete di Chiese e comunità ecclesiali, che condividono l’impegno ecumenico su alcuni temi specifici, come l’assistenza ai malati di Aids e l’accoglienza dei migranti. Per la Eaa questo evento ha costituito un tempo particolare di preghiera e di riflessione ecumenica sul valore del cibo nella società contemporanea. Negli stessi giorni, si sono celebrate anche le Giornate internazionali per le donne che vivono in campagna (15 ottobre), per il cibo (16 ottobre) e per la rimozione della povertà (17 ottobre): vere occasioni per riflettere sulle sperequazioni sociali ed economiche che determinano povertà e violenza nel mondo. Anche quest’anno, come già era accaduto negli anni precedenti, la settimana non è stata pensata solo per le comunità che sostengono la Eaa, ma per tutti i cristiani in modo da sottolineare, ancora una volta, come su alcuni temi i cristiani debbano trovare delle forme per manifestare i valori comuni che trovano la loro radice nella lettura della Sacra Scrittura, come è stato ricordato in numerosi interventi di presentazione e a commento di questa settimana. I cristiani sono chiamati a parlare e ad agire per rimuovere tutto ciò che determina una politica di ingiustizia nella produzione e nella distribuzione del cibo, in modo da favorire il diritto di tutti a poter avere accesso al cibo, così da proseguire la battaglia contro la fame nel mondo.
Questa settimana è stata caratterizzata da numerosi incontri, dagli Stati Uniti all’India, dalla Nuova Zelanda al Brasile, spesso a carattere locale, con la partecipazione di comunità cristiane di tradizioni diverse, che hanno così testimoniato la comune volontà di un impegno contro la fame, con delle iniziative pubbliche che hanno coinvolto la società civile e, talvolta, altre comunità religiose sviluppando una dimensione interreligiosa che arricchisce l’impegno ecumenico nella lotta contro la fame. Negli incontri di riflessione e di confronto ci si è soffermati su temi come lo sviluppo sostenibile nella produzione del cibo secondo una prospettiva di agroecologia, che assicuri condizioni di vita anche per i produttori e le loro comunità in un periodo medio-lungo. Grande attenzione è stata riservata al ripensamento della catena di distribuzione del cibo, dal momento che, come è stato osservato, proprio questa catena determina lo spreco di ingenti quantità di cibo, aumentando i profitti dei gestori della catena e non dei produttori, tanto più quando essi vivono in luoghi di emarginazione. Tra i numerosi incontri pubblici si deve segnalare la marcia che si è svolta a El Salvador, il 16 ottobre, proprio in occasione della Giornata internazionale per il cibo, dedicata a «L’agricoltura familiare: nutrire il mondo, aver cura della terra». A El Salvador le istanze per una nuova giustizia sociale nella distribuzione del cibo e nell’accesso all’acqua sono state parte integrante di un rinnovato impegno dei cristiani per assicurare a tutti questi diritti in nome della salvaguardia della creazione che deve generare equità e fratellanza. In molti luoghi si è pregato per rendere grazie al Signore per i doni della creazione e per promuovere percorsi di riconciliazione, una volta riconosciute le colpe per le violenze che uomini e donne hanno commesso e continuano a commettere nei confronti del mondo, come se esso non fosse un dono di Dio, ma un bene da sfruttare nell’oggi senza pensare al domani.
Questi momenti di preghiera, spesso vissuti in una forma ecumenica, hanno avuto al centro la lettura e il commento della Parola di Dio che rappresenta una fonte privilegiata nel cammino ecumenico nella scoperta dell’importanza della salvaguardia del creato e nella lotta contro la fame nel mondo. In questa prospettiva, come è stato sottolineato da più parti, soprattutto dove i cattolici hanno preso parte attiva ai momenti di preghiera, le parole e i gesti di Papa Francesco, con i suoi numerosi appelli contro la violenza e la povertà, costituiscono un aiuto a scoprire quanto i cristiani possono fare insieme per costruire un mondo più giusto, fondato sul Vangelo. o, cappella di San Brizio)
L'Osservatore Romano
Questa settimana è stata caratterizzata da numerosi incontri, dagli Stati Uniti all’India, dalla Nuova Zelanda al Brasile, spesso a carattere locale, con la partecipazione di comunità cristiane di tradizioni diverse, che hanno così testimoniato la comune volontà di un impegno contro la fame, con delle iniziative pubbliche che hanno coinvolto la società civile e, talvolta, altre comunità religiose sviluppando una dimensione interreligiosa che arricchisce l’impegno ecumenico nella lotta contro la fame. Negli incontri di riflessione e di confronto ci si è soffermati su temi come lo sviluppo sostenibile nella produzione del cibo secondo una prospettiva di agroecologia, che assicuri condizioni di vita anche per i produttori e le loro comunità in un periodo medio-lungo. Grande attenzione è stata riservata al ripensamento della catena di distribuzione del cibo, dal momento che, come è stato osservato, proprio questa catena determina lo spreco di ingenti quantità di cibo, aumentando i profitti dei gestori della catena e non dei produttori, tanto più quando essi vivono in luoghi di emarginazione. Tra i numerosi incontri pubblici si deve segnalare la marcia che si è svolta a El Salvador, il 16 ottobre, proprio in occasione della Giornata internazionale per il cibo, dedicata a «L’agricoltura familiare: nutrire il mondo, aver cura della terra». A El Salvador le istanze per una nuova giustizia sociale nella distribuzione del cibo e nell’accesso all’acqua sono state parte integrante di un rinnovato impegno dei cristiani per assicurare a tutti questi diritti in nome della salvaguardia della creazione che deve generare equità e fratellanza. In molti luoghi si è pregato per rendere grazie al Signore per i doni della creazione e per promuovere percorsi di riconciliazione, una volta riconosciute le colpe per le violenze che uomini e donne hanno commesso e continuano a commettere nei confronti del mondo, come se esso non fosse un dono di Dio, ma un bene da sfruttare nell’oggi senza pensare al domani.
Questi momenti di preghiera, spesso vissuti in una forma ecumenica, hanno avuto al centro la lettura e il commento della Parola di Dio che rappresenta una fonte privilegiata nel cammino ecumenico nella scoperta dell’importanza della salvaguardia del creato e nella lotta contro la fame nel mondo. In questa prospettiva, come è stato sottolineato da più parti, soprattutto dove i cattolici hanno preso parte attiva ai momenti di preghiera, le parole e i gesti di Papa Francesco, con i suoi numerosi appelli contro la violenza e la povertà, costituiscono un aiuto a scoprire quanto i cristiani possono fare insieme per costruire un mondo più giusto, fondato sul Vangelo. o, cappella di San Brizio)
L'Osservatore Romano