giovedì 12 marzo 2015

Imbecilli. Vigliacchi. E anche un pò stronzi...




La Confessione violata. Sui giornali.

«Sconcerto» e «profondo dolore» per chi ha agito «violando la sacralità del Sacramento». Lo esprime in una severa nota, a nome dei vescovi dell’Emilia Romagna, il cardinaleCarlo Caffarra, presidente dell’episcopato regionale e arcivescovo di Bologna, dopo la pubblicazione di quattro puntate sul «Qn» (Quotidiano nazionale, che comprende tre diffuse testate locali come «Resto del Carlino» di Bologna, «Il Giorno» di Milano e «La Nazione» di Firenze) di una sedicente inchiesta sulla confessione, realizzata da una cronista che si è finta penitente trascrivendo le risposte fornite dai confessori a spinose questioni (la madre lesbica che chiede il battesimo della figlia, la coppia di donne, la divorziata...). 

Un metodo inqualificabile che ha violato un sacramento estorcendo dichiarazioni con l’inganno a un interlocutore ignaro, anche se non è la prima volta che accade. «Nella mia responsabilità di Vescovo nella Chiesa cattolica e come Presidente della Conferenza Episcopale Emilia-Romagna, anche a nome dei miei confratelli Vescovi della regione – scrive Caffarra nella nota diffusa dalla Curia di Bologna – sento il preciso dovere di esprimere la più forte protesta per la pubblicazione a puntate, su di un diffuso quotidiano, di servizi giornalistici sulla Confessione ottenuti traendo deliberatamente in inganno il confessore e violando con ciò la sacralità del Sacramento, che come primo requisito richiede la sincerità della contrizione del penitente». 

L’arcivescovo di Bologna esprime «sconcerto per l'accaduto» mentre «con l'animo ferito da un profondo dolore» mette in chiaro tre punti. Anzitutto «tali servizi configurano oggettivamente una grave offesa alla verità di un Sacramento della fede cristiana, la Confessione». Inoltre «tali servizi sono anche una grave mancanza di rispetto verso i credenti, che vi ricorrono come a un bene tra i più preziosi perché dischiude loro i doni della Misericordia di Dio; e verso i sacerdoti confessori in quanto, esponendoli al dubbio di un possibile inganno, ne inficiano la libertà del giudizio, che è fondata sul rapporto fiduciario col penitente, come tra padre e figlio».

Infine, conclude Caffarra, «quanto sia grave il comportamento suddetto, risulta anche dal fatto che rientra nei delitti più gravi, a norma del motu proprio di Benedetto XVI "Inter graviora delicta" articolo 4, §2 (21 maggio 2010).

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Atto contrario alla Chiesa

di Giacomo Gambassi
​«Così si attenta alla sacralità del sacramento». Si affida proprio al verbo “attentare” il presidente dell’Associazione canonistica italiana, Paolo Moneta, per commentare la pubblicazione dei contenuti di Confessioni sulle colonne del Quotidiano Nazionale. Già ordinario di diritto canonico all’Università di Pisa, il professore spiega che «accostarsi al sacramento della Riconciliazione fingendosi di essere un penitente e di aver commesso determinati peccati, per divulgare sui mass media quanto il confessore dice, è un delitto grave per la Chiesa». Lo ha stabilito Benedetto XVI aggiornando nel 2010 proprio i delicta graviora.

«Sono delitti la cui competenza è riservata alla Congregazione per la dottrina della fede – afferma il canonista –. Il Codice di diritto canonico prevede che in genere i crimini passino al vaglio del vescovo diocesano attraverso il suo tribunale. Nel 2001 Giovanni Paolo II ha precisato una serie di fattispecie di particolare gravità contro la fede, i sacramenti e i costumi che sono sottoposti al giudizio del dicastero vaticano. Benedetto XVI ha riformato le disposizioni del predecessore per contrastare gli abusi sui minori e ha inserito fra i delitti gravi anche la divulgazione di quanto detto durante la Confessione attraverso i mezzi di comunicazione. Del resto era già accaduto che ci fossero state inchieste giornalistiche simili a quelle denunciate dal cardinale Carlo Caffarra. Paginate che erano state oggetto di indignazione e riprovazione da parte della comunità ecclesiale».

Ma perché questa scelta di papa Ratzinger? «La Confessione – chiarisce Moneta – è un sacramento particolarmente delicato. Il credente apre il suo cuore di fronte al ministro della misericordia presentando anche i peccati più gravi per i quali si dichiara pentito e chiede di essere assolto. Tutto ciò presuppone un’intima fiducia che servizi giornalistici come quelli usciti in questi giorni violano e tradiscono. Giustamente la Chiesa tutela il sacramento della Riconciliazione guardando al sacerdote che è tenuto all’inviolabilità del sigillo sacramentale. Ma se un finto penitente usa strumentalmente la Confessione per altri fini compie un atto contrario alla Chiesa».
Le norme prevedono che questo delitto sia punito con una pena “secondo la gravità del crimine”. «Spesso nella Chiesa – evidenzia il canonista – i reati sono a pena indeterminata: si lascia a chi giudicherà di stabilirla. In questo caso è la Congregazione a determinare la pena a seguito di accertamenti che possono essere delegati anche alla diocesi».

Però Moneta tiene a precisare quali siano gli effetti di una pena canonica. «Essa ha un valore per chi è credente. Ad esempio un giornalista potrebbe anche essere scomunicato, ma non è detto che a lui tutto ciò importi». E nel caso della Confessione divulgata a mezzo stampa si può incorrere in una vasta gamma di pene. «La più grave è la scomunica, ossia la privazione di tutti i beni spirituali legati all’appartenenza alla Chiesa. Poi c’è l’interdetto. Si può anche disporre la decadenza da un ufficio ecclesiastico, infliggere penitenze o privazione di benefici di cui si è titolari. Si tratta, in ogni caso, di pene che hanno un significato essenzialmente spirituale».

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Calpestate le regole

di Lucia Bellaspiga
«Le nostre regole deontologiche non consentono di nascondere la propria identità e di agire sotto mentite spoglie, se non quando la vita del giornalista è in pericolo. Oppure quando il dichiarare l’identità renderebbe impossibile il servizio, ma per scoprire che cosa la Chiesa preveda sui divorziati o sul Battesimo non occorre certo guardare dal buco della serratura». Severo il giudizio di Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine dei giornalisti: «Se queste sono le inchieste...». 

La collega di Qn sostiene che entrare nei confessionali fingendo situazioni non sue serviva a ottenere risposte più sincere.
Non si può fare, deontologicamente è molto grave. Ma tra l’altro che cosa voleva documentare? Che cosa ha trovato? Dei sacerdoti che sono fedeli al magistero della Chiesa e con estrema umiltà si pongono al fianco della persona, la comprendono fino in fondo, cercano assieme a lei il modo migliore e più umano per affrontare i problemi. E per ottenere questo occorreva calpestare in un colpo solo la deontologia professionale e un sacramento? L’impressione è che si cercasse lo scandalo, lo scoop, ma che le sia andata male. Perché se invece l’intento era rappresentare dei sacerdoti coscienziosi non era questa la via.

A dispetto dei titoli, aggressivi e fuorvianti, il ritratto dei preti che ne esce è molto positivo, infatti.
Vorrei incontrarli uno per uno per stringere loro la mano. Ma i titoli sono micidiali: «Vai dallo psicologo», avrebbe intimato un confessore alla ragazza lesbica che cerca Dio, poi se si va a leggere si trova invece tutta la tenerezza del pastore che non ha la risposta per tutto, ma che accoglie e fa suo il problema altrui. Un altro titolo parla di «Sacerdote irremovibile» che esclude la divorziata: «Non voglio scandali»! Ma alla giornalista nel confessionale aveva detto tutt’altro: «Quando la vita finisce non ci si pone davanti alla Chiesa ma davanti a Dio, è a Lui che dobbiamo rendere conto delle nostre azioni», intendendo che Dio è più misericordioso di quanto non pensiamo noi uomini... Mi hanno dato molto fastidio le tante trappole tese per farli cadere in affermazioni gravi: che modo di lavorare è questo?

Ma nessuno di loro ci è caduto...
I sacerdoti hanno ricordato con competenza e correttezza le regole. Se ti iscrivi al circolo del tennis rispetti le regole o no? E allora se desideri far parte della Chiesa ed essere cattolico è così strano che la stessa Chiesa ti chieda coerenza? Prendiamo l’esempio del Battesimo: il confessore spiega alla finta fedele che la madrina ha un ruolo, non è un’amica di famiglia scelta a caso, dunque deve essere chiaramente una cristiana vera e praticante. È uno scoop questo? Sa cosa mi sorprende? Se l’autrice delle inchieste fosse alle prime armi capirei, ma è un’inviata, doveva rifiutarsi di fare ciò che il direttore le chiedeva.

Chi tutela la deontologia?
La legge Severino ha tolto ogni potere disciplinare all’Ordine nazionale dei giornalisti, ridisegnando una struttura regionale. Ci sono gli estremi perché agisca l’Ordine della Toscana, al quale la giornalista è iscritta. Ma voglio essere positivo e leggere domani su Avvenire una sua spiegazione convincente... magari le sue scuse.
Avvenire