Nel corso della Penitenzieria apostolica. Antenne sensibili
L’indulgenza è un inno alla libertà. È un riconoscimento della dignità dell’uomo che, «proprio perché razionale, libero e capace di volere, deve essere sempre considerato ordinariamente responsabile dei propri atti». Lo ha ricordato il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore, nella lectio magistralis che ha inaugurato il XXVI corso sul foro interno promosso dalla Penitenzieria apostolica, che si svolge dal 9 al 13 marzo nel Palazzo romano della Cancelleria. Il porporato ha fatto notare come per salvaguardare l’autentica libertà dell’uomo e la storicità, il valore temporale degli atti da lui compiuti, «la distinzione tra pena temporale e colpa deve essere preservata». A questo proposito il cardinale ha sottolineato che «il giudizio universale non sarà un colpo di spugna sulla storia e il persistere della pena temporale, anche dopo l’assoluzione sacramentale della colpa, rende ciascun uomo consapevole delle conseguenze dei propri atti». Ciò gli indica «il dovere responsabile della riparazione e, cosa ancora più importante, lo chiama alla partecipazione all’opera redentiva di Cristo, per sé e per i fratelli». In questo senso, preservando il tesoro delle indulgenze, è salvaguardata «la trascendenza di Dio, attraverso il riconoscimento umile dell’eccedenza della sua misericordia». Ma è anche preservata «la dignità dell’uomo, che sempre deve essere ritenuto capace di scelte libere e, dunque, responsabile dei propri atti». Come è preservata «la verità della storia, nella quale gli atti vengono compiuti e che, per sua natura, nella sua oggettività fattuale, si sottrae a ogni manipolazione».
L’indulgenza poi, ha sottolineato, «ci parla del tesoro della divina misericordia e della sua eccedenza anche rispetto a tutto il possibile male compiuto dall’uomo». La chiamata a credere nella divina misericordia, «rivelatasi pienamente in Gesù Cristo, nella sua morte e risurrezione», e il riconoscimento «dell’assoluta eccedenza di tale misericordia sono, per noi cristiani, parte imprescindibile del riconoscimento della trascendenza di Dio, della sua assoluta alterità rispetto a ogni esperienza che di lui si possa fare».
Nel suo intervento dedicato agli aspetti canonici e agli orientamenti pastorali della penitenza, monsignor Krzysztof Nykiel, reggente della Penitenzieria apostolica, ha rilevato come nel sacerdote «grandezza e povertà convivono stabilmente; talvolta convivono anche grandezza e miserie»: la grandezza si manifesta nei «poteri che Dio gli ha dato», mentre la povertà, «o alcune gravi miserie, quando ci sono», derivano dai «suoi limiti di uomo o di essere fragile». Per questo la dimensione umana del sacerdote, «con i suoi pregi e i suoi difetti, nella confessione ha un peso notevole, più che in qualunque altro sacramento».
D’altra parte, ha fatto notare il reggente, ogni sacerdote, che «ne ha ricevuto facoltà dalla Chiesa, può assolvere validamente un peccatore che, pentito, gli confessa le sue colpe, ma spesso il penitente non ha bisogno solo del perdono». Infatti, può anche «aver bisogno di luce per illuminare alcune “zone oscure” della sua coscienza», oppure necessità «di stimoli forti o di una vera e propria sferzata per non continuare a rimanere radicato nel peccato». Allo stesso modo, può essergli utile «una parola di incoraggiamento che lo rassereni e lo aiuti a credere che con l’aiuto di Dio può farcela a cambiare vita», o anche solo una «parola di conforto». E tutto ciò un confessore può trasmetterlo solo «se ha raggiunto una sua maturità umana, una buona formazione morale e cristiana e se coltiva una sana vita spirituale e sacerdotale». Per questo, il carattere «che si è formato come uomo non può non entrare, nel bene e nel male, nel suo rapporto col penitente».
Monsignor Nykiel ha poi sottolineato come l’esercizio del ministero della confessione sia «uno dei compiti più difficili e logoranti per il sacerdote», perché egli deve mettersi in relazione con persone il più delle volte sconosciute e diverse tra loro e spesso «ha solo pochi minuti per risolvere situazioni complesse», mentre «gli stessi penitenti molte volte fanno ben poco per aiutarlo a vederci chiaro». Per questo il confessore deve avere “antenne sensibili” per intuire «situazioni di fragilità, di ansia, di dolore, o situazioni di superficialità, di spavalderia, di superbia, che spesso il penitente non manifesta chiaramente». Inoltre, «con ogni persona che ascolta» il sacerdote deve sapersi «svestire del suo stato d’animo personale, o di quello assorbito da chi si è confessato qualche attimo prima, per entrare il più possibile in empatia con chi gli sta davanti in quel momento».
Il successivo intervento di don Alessandro Saraco, officiale della Penitenzieria apostolica, ha offerto l’occasione per conoscere l’archivio che conserva al suo interno le testimonianze documentate di “tanti nuovi inizi” quanti «sono stati i penitenti e i fedeli che, nel corso del tempo, si sono rivolti alla Penitenzieria desiderosi di riconciliarsi con Dio e di aprirsi alla sua presenza sempre nuova». Si tratta, ha spiegato, di circa 1200 metri di scaffalature di documentazione per un totale di 5350 unità. «Originariamente — ha raccontato — l’archivio era collocato nei Palazzi vaticani e all’interno stesso delle mura vaticane fu trasferito da un luogo all’altro». Don Saraco ha poi ricordato come il documento più antico oggi conservato risalga al 1410: si tratta del primo registro della serie dei Registri matrimonialium et diversorum.
L'Osservatore Romano