
La novità del magistero sociale di Paolo VI.
(Roland Minnerath) Anticipiamo stralci della relazione dell’arcivescovo di Digione scritta per il convegno «Questione sociale, questione mondiale. La permanente attualità del magistero di Paolo VI» che si svolge il 10 marzo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. --Benché non sia un documento di dottrina sociale, la prima enciclica di Paolo VI,Ecclesiam suam (1964), pubblicata più di un anno dopo la sua elezione al soglio pontificio, merita una menzione del tutto speciale. Il Papa stesso ha presentato questo scritto come un testo programmatico del suo pontificato. Del resto è un documento di sapore montiniano, sia nello stile che nel pensiero, tutto rivolto alla missione della Chiesa nel mondo. Paolo VI l’aveva scritto di sua mano. L’enciclica fu pubblicata tra la seconda e la terza sessione del concilio, dunque prima della discussione della costituzione Gaudium et spes.
La portata sociale dell’enciclica sta nell’invito rivolto alla Chiesa a dialogare col mondo. La cosa ci pare ovvia oggi, magari anche con qualche delusione, ma nel 1964 risuonava come un appello nuovo e coraggioso. Quell’invito Paolo VI lo inseriva nella propria visione della missione della Chiesa. Il pensiero di Papa Montini si spostava continuamente tra Chiesa ad intra e Chiesa ad extra.
In questa doppia direzione egli aveva del resto cercato di impostare i lavori del concilio appena iniziato. Paolo VI invita la Chiesa ad approfondire la coscienza che ha di se stessa, poi a entrare in un processo di rinnovamento e di emendamento per rispondere meglio alla sua missione. In terzo luogo egli vede la Chiesa intrecciare una relazione autentica con il mondo esterno. Questa relazione si svolge nella forma del dialogo.
Non c’è dialogo senza dualità. La Chiesa non è il mondo, essa è nel mondo al quale è inviata come portatrice della salvezza di Cristo. La missione propria e irrinunciabile ricevuta dal suo Fondatore è l’annuncio, l’evangelizzazione. A questo mandato apostolico Paolo VI dice di voler dare «il nome oggi diventato comune di dialogo». E cioè: «La Chiesa si fa parola; la Chiesa si fa messaggio; la Chiesa si fa colloquio». Dio si fa conoscere in un dialogo incessante con l’uomo, che chiama «dialogo di salvezza» destinato a tutti gli uomini.
Il risultato di questo dialogo universale è stato certamente al di sotto delle generose attese di Paolo VI. La reciprocità non è sempre presente. Alcuni interpretano questo desiderio di dialogo come una debolezza o una incertezza. Il dialogo rimane per Papa Montini «servizio di verità e di carità» e appare come la porta d’ingresso al suo insegnamento sociale. Tanto è vero che il concilio ha accolto questo paradigma della presenza cattolica nelle sfere della vita economica e sociale.
Gaudium et spes 28, 1 riecheggia l’Ecclesiam suam, quando dice «il rispetto e l’amore deve estendersi pure a coloro che pensano o operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di sentire, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un colloquio».
La costituzione Gaudium et spes si conclude con un appello al dialogo fra tutti gli uomini: «La Chiesa diventa segno di quella fraternità che permette e rafforza un sincero dialogo» (92, 1).
Nella sua instancabile ricerca di un colloquio con l’umanità, Paolo VI ha offerto tre anni dopo Ecclesiam suam la sua luminosa enciclicaPopulorum progressio (1967). Il tema del dialogo vi appare naturalmente, quando il Papa rammenta la sua precedente enciclica, dichiarando indispensabile «tale dialogo tra coloro che forniscono i mezzi (dello sviluppo) e coloro cui sono destinati» (Populorum progressio, 54).
Populorum progressio è rimasta, pochi anni dopo la Pacem in terris(1963) e la costituzione conciliare Gaudium et spes (1965), come un grande momento della dottrina sociale della Chiesa. La Pacem in terris aveva impostato l’insegnamento sociale sull’ordine naturale creato da Dio e quindi sull’antropologia. Il documento aveva accolto il pensiero ormai globalizzato dei diritti umani, non senza radicarli nella stessa natura dell’uomo creato a immagine di Dio.
A due anni dalla fine del concilio e dalla pubblicazione della costituzione Gaudium et spes, cosa si poteva aspettare da un nuovo documento di dottrina sociale? Certo la continuità di Populorum progressio con Gaudium et spes è esplicita (nn. 12-22), ma l’approfondimento della tematica dello sviluppo è nuovo. Essa ha fornito al pensiero di Paolo VI una chiave di lettura della storia umana, in cui il Vangelo della grazia è inserito per farla avanzare verso una più completa umanizzazione. Si tratta per la persona umana di diventare sempre più persona e per l’umanità intera di scoprirsi solidale e coinvolta in un processo di sempre maggiore integrazione.
Populorum progressio veniva in un tempo di accelerata decolonizzazione, di sviluppo economico sconosciuto fino a quegli anni Sessanta. Era prima della guerra del Kippur e dei grandi problemi delle risorse energetiche, cioè in un tempo di relativo ottimismo quanto alle prospettive di sviluppo economico non solo nei Paesi del Nord, ma anche nel Terzo Mondo che si cominciava a chiamare “Paesi in via di sviluppo” invece di “Paesi sotto-sviluppati”. In quel contesto la Populorum progressio è venuta opportunamente a richiamare la riflessione su che cosa s’intende con sviluppo.
Il concetto di sviluppo integrale rimane fino a oggi il maggior contributo al dialogo con la società individualista e aliena da un approccio integrale, in cui la dimensione spirituale della promozione umana è spesso accantonata. «Il vero sviluppo è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane» (n. 20).
Con la Populorum progressio la Chiesa ha proposto una visione integrale della persona aperta sull’infinito di Dio in un mondo quasi ossessionato dall’accumulazione di beni materiali. Il magistero seguente avrà modo di precisare la prospettiva e di accompagnare attentamente l’evoluzione dei temi legati allo sviluppo.
Iscrivere il progresso nel programma di un’enciclica era coraggioso. Non dimentichiamo che il Syllabus di Pio IX (1864) finiva con lapropositio 80 che condannava chi pretendeva che il Papa venisse «a patti e conciliazione col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà». Infatti, il “progresso” era l’idolo di una certa modernità, progresso delle scienze che doveva eliminare l’ignoranza e la religione per creare un uomo nuovo.
Nel 1967 il progresso era senz’altro l’idolo dell’Occidente, stupito dalla rapida crescita economica, e faceva parte dell’ideologia marxista che prometteva la liberazione dalla penuria tramite il materialismo dialettico. È tuttavia da notare che Populorum progressio si traduce con “sviluppo dei popoli” e non progresso, mentre il Syllabuscondannava il progressus nel senso astratto del “progresso” lodato dalla modernità.
Lo sviluppo è un tema portante, perché genuinamente cattolico. La Chiesa cattolica ammette l’idea di sviluppo del dogma, inteso come progresso della nostra conoscenza della verità rivelata. Mentre l’ortodossia si è fissata nel tempo immutabile dei sette primi concili e il protestantesimo annulla la valenza della storia per riferirsi atemporalmente alla sola Parola scritta, il pensiero cattolico si affida alla presenza e all’azione dello Spirito Santo lungo tutto il cammino della Chiesa.
Lo Spirito agisce nel secondo come nel primo millennio e ci guida sempre più avanti «alla verità tutta intera» (Giovanni, 16, 13). La verità accolta e predicata dalla Chiesa è essa stessa integrale. Coglie l’uomo nell’ordine creato che lo accompagna nella sua vocazione spirituale.
Di sviluppo la Chiesa poteva parlare sullo sfondo del rapporto tra la grazia e la natura. Dio ci ha creati nella sua grazia che è partecipazione alla sua vita. La grazia perduta per via del peccato ci è stata ridonata dal Redentore. Con la grazia ricuperata, i nostri occhi si aprono sulla bellezza e il senso della natura, quindi il senso della vita in società, dell’universo affidato alla cura dell’uomo, dei beni del creato messi a disposizione di tutti, della necessaria giustizia a servizio di tutti perché l’uomo ritrovi la totalità della propria vocazione, che non si riduce alla gestione dei beni materiali, ma alla promozione integrale della sua persona.
La fede cristiana vede la storia della salvezza realizzarsi nella storia umana senza confondersi con essa. Certo i progressi umani non sono progressi nell’ordine della salvezza, ma possono essere un aiuto all’accoglienza della grazia che è dono gratuito di Dio. La teologia della storia di sant’Ireneo di Lione offre una visione ottimista di uno sviluppo dell’umanità che è anche spirituale e che si avvicina sempre più strettamente all’accoglienza del Lògos di Dio da parte degli uomini. Seguendo san Paolo, la storia della salvezza è crescita dell’umanità credente fino a raggiungere la pienezza del corpo mistico di Cristo (Efesini, 1, 22-23; 2, 20-22).
Il primo continuatore del pensiero sociale di Paolo VI è stato Paolo VIstesso. A lui risale l’iniziativa di creare una Pontificia Commissione di studio Iustitia et pax (1967), contestualmente all’istituzione del Consiglio dei Laici. La missione affidata a Iustitia et pax era di «promuovere da un lato il progresso dei paesi poveri e incoraggiare la giustizia sociale tra le nazioni sottosviluppate e lavorare esse medesime per il proprio sviluppo». Paolo VI ha anche istituito la Giornata mondiale della pace che permette al papa di trattare e proporre a ogni capodanno un tema di dottrina sociale.
Il tema dello sviluppo integrale lanciato da Montini appare come il filo rosso dell’insegnamento sociale del Magistero fino a oggi. Papa Francesco, nell’invitare la Chiesa ad andare alle periferie, s’ispira anche all’insegnamento di Paolo VI, quando ci dice: «Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società» (Evangelii gaudium, 186). Anche quando esamina il bene comune e la pace, il Papa scrive: «In definitiva, una pace che non sorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti, non avrà nemmeno futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme di violenza» (n. 219).
L’insegnamento sociale di Paolo VI continua a portare frutti sia nella Chiesa, resa attenta alle nuove sfide dell’umanità, sia nella società alla ricerca di giustizia e di pace.
L'Osservatore Romano