lunedì 19 ottobre 2015

All’inizio non fu così


In-principio
di Benedetto Rocchi
Il conflitto interiore di coloro che si trovano a non poter conciliare la loro vita coniugale con l’Eucaristia è grande, la loro situazione è veramente drammatica. E comprendo che non ci sono parole semplici e risolutive, formule consolatorie, scorciatoie canoniche. Ciò di cui si discute non è una semplice prassi pastorale, quanto piuttosto il significato stesso del matrimonio cristiano ed il mistero dell’Eucaristia.
Mi sembra chiaro che il divieto per coloro che dopo avere divorziato si sono risposati di accedere all’Eucaristia non è una «punizione». Non lo è mai stato, nè come tale viene presentato dai documenti più recenti del Magistero, in particolare dal Catechismo di San Giovanni Paolo II. Piuttosto è la constatazione di una impossibilità. L’insegnamento della Chiesa riconosce una condizione di oggettiva, volontaria adesione ad un peccato grave, l’adulterio; una condizione incompatibile con la partecipazione sacramentale al Corpo di Gesù. San Paolo dice che quando vengono assunti indegnamente il Corpo e il Sangue di Gesù diventano «condanna»: “Perciò chiunque mangia il pane o beve il calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il Corpo e il Sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva del calice; perchè chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.” (1 Cor 11, 27-29).
Dobbiamo chiederci dunque se quella dei divorziati che si sono sposati una seconda volta sia una condizione
«indegna» della comunione. Potrebbero esserci situazioni particolari, motivi eccezionali tali da rendere questa condizione certo non desiderabile, ma comunque spiritualmente compatibile con la comunione? I divorziati risposati devono sempre, necessariamente considerarsi adulteri?
Per cominciare a riflettere non possiamo che chiederci come avrebbe risposto Gesù. In realtà questa domanda gli fu effettivamente posta e lui rispose ad essa in modo diretto. I Vangeli riportano le parole che pronunciò dopo un quesito dei farisei sulla legittimità dell’atto di ripudio: “Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «E’ lecito a un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?» Egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Gli domandarono: «Perchè allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di ripudiarla?» Rispose loro: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di unione illegittima, e ne sposa un’altra, commette adulterio.” (Mt 19, 3-9). Secondo Marco per Gesù questa verità è simmetrica per uomini e donne: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10, 11-12).
Questo è uno di quei casi in cui le affermazioni di Gesù non richiedono un’esegesi complessa per essere comprese: sposarsi una seconda volta dopo avere divorziato è commettere adulterio, violando il sesto comandamento. L’affermazione è netta, senza eccezioni o precisazioni di sorta che pure, per il modo in cui i farisei avevano posto il loro quesito (“E’ lecito … ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”) sarebbero state possibili e forse erano attese dagli interlocutori. Gesù invece non fa distinzioni: il proprio coniuge (moglie, marito) non può essere ripudiato; risposarsi è sempre commettere adulterio.
Gesù è buono e pieno di misericordia per noi, nonostante tutte le nostre debolezze. Ci insegna a cercare il cuore della Legge, a non fermarsi alla sua lettera. Se ha pronunciato parole così nette, autorevoli (“Io vi dico”), non può averlo fatto per legalismo o per una volontà che oggi definiremmo «rigorista». Nè tantomeno per mancanza di tenerezza verso le difficoltà e le sofferenze degli uomini. Evidentemente nella questione del matrimonio e della sua indissolubilità entra in gioco qualcosa di grande, di essenziale. Non possiamo dimenticare questa parte della sua dottrina, anche se comprendiamo quanto difficile possa essere seguirla per alcuni cristiani, persone che conosciamo bene, parenti e amici di cui sappiamo la bontà e la fede in Gesù e che magari sono giunti ad un secondo matrimonio dopo storie dolorose nel corso delle quali hanno subito torti ed ingiustizie. Dobbiamo piuttosto cercare di capire perchè le «mezze misure» non sono possibili. Mi sembra però che rileggendo le parole di Gesù con cuore aperto, esse possano aiutarci con la loro chiarezza e, in definitiva accendano una luce di speranza.
Il fatto è che nel sacramento del matrimonio interviene la partecipazione attiva di Dio Creatore. Anzi, è possibile dire di più: il matrimonio dovrebbe essere visto come un atto creatore di Dio: “Dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina … e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Mc 10, 6-9). Non so se le parole «dall’inizio» nel testo originale greco corrispondano a quelle dell’inizio del Genesi (“In principio Dio creò il cielo e la terra”) e del Vangelo di Giovanni (“In principio era il Verbo”). Ma il significato è certamente quello. Il «principio» di tutto è il gesto gratuito dell’amore di Dio che crea tutte le cose con il suo Verbo. Dio «disse» in principio; e il Verbo incarnato di nuovo «dice» le parole che «creano» il matrimonio, che creano gli sposi in quanto sposi: “Dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina … e i due diventeranno una carne sola”. Mi sembra si possa dire così: accogliendo la vocazione matrimoniale l’uomo e la donna vengono «ri-creati» da Dio in uno stato nuovo che è appunto quello di sposo e di sposa. Questo stato è permanente, definitivo: proprio come la realtà tutta del creato che un giorno verrà misteriosamente riassunto a sè da Dio stesso, senza essere revocato, secondo quanto ha meravigliosamente intravisto San Paolo: “L’ardente aspettativa della creazione infatti è stata sottoposta alla caducità … nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla corruzione per entrare nella gloria dei figli di Dio” (Rm 8, 19-21). Dio rende gli sposi «una sola carne» con un atto di creazione che non può essere revocato: li trasforma ponendoli in uno stato che permane anche quando nel peccato non si conformano ad esso, alla sua verità.
La mentalità mondana quando intravede questa realtà la rifiuta come fosse una sorta di condanna, perchè ha perso il senso amoroso che guida tutti gli atti del Creatore. Guarda solo al «per sempre» dimenticando (o forse consapevolmente nascondendo) il perchè di questa definitività: l’amore fedele di un Dio che non ritira mai la sua promessa. Dovremmo abituarci a considerare lo «stato» irreversibile degli sposi piuttosto come un dono che non verrà mai ritirato. Quello che stentiamo a capire e soprattutto a credere, anche noi che ci diciamo cristiani, è che la promessa di grazia che Dio fa agli sposi nel giorno gioioso delle loro nozze non verrà mai rinnegata. Rimarrà sempre valida, certa. Anche nella crisi, anche nel fallimento umano della loro relazione. Quello che stentiamo a credere, perchè la nostra fede è davvero poca cosa, è che a tale promessa il marito e la moglie potranno sempre fiduciosamente tornare come ad un luogo privilegiato dove incontrare nell’amore umano quell’Amore che ha fatto tutte le cose e che tutte le sostiene in vita.
Esiste forse coppia di sposi ancora unita nella vita che non abbia fatto esperienza di questo ritorno? Che non abbia sperimentato l’amore rinnovato dal perdono per reciproche mancanze, piccole o grandi? O la commozione che prende quando, rinnovando il dono di sè verso l’altro anche solo con un piccolo gesto di riconciliazione, di generosità o di tenerezza, si riscopre intatto e vivo il proprio amore dopo tanti anni? Ci sono poi in tutte le epoche e in tutte le comunità le grandi storie di sposi che hanno ritrovato la strada del loro amore dopo la tempesta del tradimento e l’amarezza dell’allontanamento spirituale o addirittura della separazione. Molte famiglie conservano nella loro memoria le testimonianze di questi veri e propri miracoli.
Quello che dice Gesù è dunque vero in un senso anche molto concreto, cioè incarnato: è una verità che può cambiare e davvero cambia queste nostre, umanissime vite quando la accogliamo. La dottrina di Gesù sul matrimonio è una luce che spazza via le ombre dei distinguo e delle cavillosità dietro le quali noi creature amiamo nasconderci. Che inserisce il nostro umano amore in una luminosa possibilità alla quale possiamo sempre tornare per riscoprirci tutti rinnovati, continuamente ricreati, come Adamo ed Eva nel momento del loro primo incontro.