martedì 13 ottobre 2015

Vademecum per accogliere




​I vescovi diffondono le linee guida per parrocchie e diocesi: come, dove e per quanto tempo.
 IL DOCUMENTO (PDF)

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È stato diffuso oggi il Vademecum approvato dal Consiglio Permanente della Cei con una serie di indicazioni pratiche per le diocesi italiane sull'accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati. La Chiesa italiana, in prima linea nella prossimità ai migranti, indica così alle comunità locali chi, dove, come, quando accogliere, in risposta all’appello lanciato da Papa Francesco all'Angelus dello scorso 6 settembre “alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi”.

Su circa 95.000 persone migranti presenti in Italia, già oggi diocesi e parrocchie, famiglie e comunità religiose, ne accolgono in circa 1600 strutture oltre 22.000. La rete dell'accoglienza si può allargare ancora, come segno di accoglienza che si affianca ai molti altri a favore dei poveri (disoccupati, famiglie in difficoltà, anziani soli, minori non accompagnati, diversamente abili, vittime di tratta, senza dimora…) presenti nelle nostre Chiese: "un supplemento di umanità, anche per vincere la paura e i pregiudizi", scrivono i vescovi nel Vademecum.
Il percorso di accoglienza
Occorre in via preliminare curare la preparazione della comunità, informandola e formandola, con percorsi che possono essere curati da Caritas e Migrantes a livello regionale e diocesano.

Le forme dell’accoglienzaÈ la Caritas, non la la Diocesi in sé a curare la circolazione delle informazioni sulle modalità di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati in parrocchie, famiglie, le comunità religiose, nei santuari e monasteri e raccoglierà le disponibilità all’accoglienza. La famiglia può essere il luogo adatto per l’accoglienza di una persona della maggiore età . L’Usmi e il Movimento per la vita hanno dato la disponibilità della loro rete di case per accogliere le situazioni più fragili, come la donna in gravidanza o la donna sola con i bambini.

Dove accoglieren alcuni locali della parrocchia o in un appartamento in affitto o in uso gratuito, presso alcune famiglie, in una casa religiosa o monastero, negli spazi legati a un santuario, che spesso tradizionalmente hanno un hospitium o luogo di accoglienza dei pellegrini, acquisite le autorizzazioni canoniche ove prescritte. Pare sconsigliabile il semplice affidamento alle Prefetture di immobili di proprietà di un ente ecclesiastico per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, per la problematicità dell’affidamento a terzi di una struttura ecclesiale senza l’impegno diretto della comunità cristiana.n alcuni locali della parrocchia o in un appartamento in affitto o in uso gratuito, presso alcune famiglie, in una casa religiosa o monastero, negli spazi legati a un santuario, che spesso tradizionalmente hanno un hospitium o luogo di accoglienza dei pellegrini, acquisite le autorizzazioni canoniche ove prescritte. Pare sconsigliabile il semplice affidamento alle Prefetture di immobili di proprietà di un ente ecclesiastico per l’accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati, per la problematicità dell’affidamento a terzi di una struttura ecclesiale senza l’impegno diretto della comunità cristiana.

Chi accogliereFamiglie, persone della stessa nazionalità che hanno presentato la domanda d’asilo e sono ospitati in un Centro di accoglienza straordinaria (CAS); chi ha visto accolta la propria domanda d’asilo e rimane in attesa di entrare in un progetto SPRAR, per un percorso di integrazione sociale nel nostro Paese; chi ha avuto una forma di protezione internazionale (asilo, protezione sussidiaria e protezione umanitaria), ha già concluso un percorso nello SPRAR e non ha prospettive di inserimento sociale, per favorire un cammino di autonomia . Per i minori non accompagnati, il percorso di accoglienza è attivabile nello SPRAR. Per la delicatezza della tipologia di intervento, in termini giuridici, psicologici, di assistenza sociale, intrinseci alla condizione del minore non accompagnato, il luogo più adatto per la sua accoglienza non è la parrocchia, ma la famiglia affidataria o un ente accreditato come casa famiglia.

I tempiediamente il tempo dell’accoglienza varia da sei mesi a un anno per i richiedenti asilo o una forma di protezione internazionale. I tempi possono abbreviarsi per chi desidera continuare il proprio viaggio o raggiungere i familiari o comunità di riferimento in diversi Paesi europei.

Gli aspetti amministrativi e gestionali dell’accoglienzaIn Diocesi si individui l’ente capofila dell’accoglienza che si possa accreditare presso la Prefettura e partecipi ai bandi; questo ente seguirà con una équipe di operatori le pratiche per i documenti, i vari problemi amministrativi e anche l’eventuale esito negativo della richiesta d’asilo. All’ente capofila, attraverso il coordinamento diocesano affidato alla Caritas o/e alla Migrantes diocesana, arriveranno le richieste di disponibilità dalle diverse realtà ecclesiali (parrocchie, famiglie, case religiose, santuari) e curerà la destinazione delle persone.

Dal punto di vista dell’accoglienza, si possono riconoscere percorsi diversi, a seconda delle condizioni e sensibilità.

Opzione A: L’ospitalità in parrocchia di un richiedente asilo è un gesto gratuito, ma entra nella convenzione e nel capitolato che un ente gestore (di un CAS o di uno SPRAR) legato alla diocesi concorda con la Prefettura. La parrocchia sarà una delle strutture di ospitalità.

Opzione B: la parrocchia che ospita un richiedente asilo riceverà un rimborso per l’accoglienza dall’ente gestore capofila, che entra come specifica voce nel bilancio parrocchiale.

Opzione C: la parrocchia ospita gratuitamente, senza accedere ai fondi pubblici, chi esce dal CAS o dallo SPRAR.

Gli aspetti fiscali e assicurativiLe strutture o i locali di ospitalità in parrocchia devono essere a norma e la parrocchia deve prevedere l’assicurazione per la responsabilità civile. Se l’attività di accoglienza si svolge con caratteristiche che ai sensi della normativa vigente sono considerate commerciali si applica il regime generale previsto per tali forme di attività.

Il riconoscimento del diritto di rimanere nella propria terraL’accoglienza non può far dimenticare le cause del cammino e della fuga dei migranti che arrivano nelle nostre comunità: dalla guerra alla fame, dai disastri ambientali alle persecuzioni religiose. Da qui ’impegno a valorizzare le esperienze di cooperazione internazionale e di cooperazione missionaria, attraverso le proposte di Caritas Italiana e di Missio, della FOCSIV e della rete dei missionari presenti nelle diverse nazioni di provenienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Nell’anno giubilare le Chiese in Italia si impegneranno a sostenere 1000 microrealizzazioni nei Paesi di provenienza dei migranti.

Monitoraggio, verifica e informazioneL’esperienza di accoglienza chiede un monitoraggio in ogni diocesi e anche la cura dell’informazione sulle esperienze in atto.

VerificheLa Commissione Episcopale per le migrazioni prevederà un incontro annuale con il Tavolo nazionale di monitoraggio per una verifica, così da preparare una relazione sulla situazione da presentare durante i lavori dell’Assemblea generale dei vescovi.

Eventuali contributiLa CEI valuterà se e come assegnare un eventuale contributo alle diocesi, particolarmente bisognose, che hanno dovuto adeguare alcuni ambienti per renderli funzionali e idonei all’accoglienza.
Avvenire

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Migranti, Vademecum per accogliere bene e nella legalità. I suggerimenti della CEI 

di M. Michela Nicolais
Diocesi e parrocchie, famiglie e comunità religiose accolgono in circa 1.600 strutture oltre 22mila dei 95mila migranti presenti in Italia. Nonostante sia da sempre “in prima linea”, la Chiesa italiana vuole fare di più per “ampliare la rete ecclesiale dell’accoglienza a favore delle persone richiedenti asilo e rifugiate che giungono nel nostro Paese, nel rispetto della legislazione presente e in collaborazione con le istituzioni”. E lo fa attraverso un Vademecum, approvato dal Consiglio permanente, che vuole rispondere all’appello lanciato dal Papa nell’Angelus del 6 settembre. Il punto di partenza: la consapevolezza che la Chiesa non è un “soggetto diretto” di assistenza, né “collaterale” all’azione dello Stato a favore dei migranti. Parrocchie, famiglie, comunità religiose, santuari e monasteri potranno così in vista del Giubileo “riscoprire l’attualità delle opere di misericordia corporali e spirituali”, vincendo “la barriera dell’indifferenza”. Istituire “un primo servizio di assistenza” nei porti e nelle stazioni, per quei migranti che continuano il loro viaggio verso un altro Paese europeo: è una delle proposte del documento, in cui vengono fornite precise indicazioni anche di tipo legale, amministrativo e fiscale. 

Informazione e formazione. Da dove partire per accogliere i migranti? La prima tappa è l’informazione, anche con l’aiuto di “comunità e persone presenti in Italia e provenienti dai Paesi dei richiedenti asilo e rifugiati”. Seconda tappa, la formazione: tra le proposte, quella di “costruire una piccola équipe di operatori a livello diocesano e di volontari a livello parrocchiale e provvedere alla loro preparazione non solo sul piano sociale, legale e amministrativo, ma anche culturale e pastorale, con attenzione anche alle cause dell’immigrazione forzata”. 

Ente capofila. “L’accoglienza di un richiedente asilo in diocesi, come in parrocchia e in famiglia, ha bisogno di essere preparata e accompagnata, sia nei delicati aspetti umani come negli aspetti legali, da un ente che curi i rapporti con la Prefettura di competenza”. Con queste motivazioni la Cei definisce “auspicabile che in diocesi si individui l’ente capofila dell’accoglienza che abbia le caratteristiche per essere accreditato presso la Prefettura e partecipi ai bandi: una fondazione di carità, una cooperativa di servizi o comunque un braccio operativo della Caritas diocesana o della Migrantes; oppure un istituto religioso o un’associazione o cooperativa sociale d’ispirazione cristiana”. Questo ente “seguirà con una équipe di operatori le pratiche per i documenti, i vari problemi amministrativi e anche l’eventuale esito negativo della richiesta d’asilo”. All’ente capofila, attraverso il coordinamento diocesano affidato alla Caritas e alla Migrantes, arriveranno inoltre “le richieste di disponibilità dalle diverse realtà ecclesiali”, in modo da valutare “la destinazione delle persone”. 

Impegno di “rete”. La parrocchia diventa, quindi, “una delle sedi e dei luoghi distribuiti sul territorio che cura l’ospitalità, aiutando a costruire attorno al piccolo gruppo di migranti o alla famiglia una rete di vicinanza e di solidarietà”. Si tratta, per la Cei, di “un impegno” che “accompagna il migrante fino a che riceve la risposta alla sua domanda d’asilo, che gli consentirà di entrare in un progetto Sprar o di decidere la tappa successiva del suo percorso”. Tre i “percorsi diversi” da scegliere per l’accoglienza dei migranti in parrocchia: gratuita, ma in convenzione con un ente gestore concordato dalla diocesi con la Prefettura; rimborsata dall’ente capofila, che “entra come specifica voce nel bilancio parrocchiale”; gratuita senza accedere ai fondi pubblici, grazie al raccordo effettuato dalla Caritas o da Migrantes. Quanto alle strutture che accoglieranno i migranti, la Cei raccomanda: “Devono essere a norma e la parrocchia deve prevedere l’assicurazione per la responsabilità civile. Se l’attività di accoglienza si svolge con caratteristiche che ai sensi della normativa vigente sono considerate commerciali si applica il regime generale previsto per tali forme di attività”. La Cei, infine, “valuterà se e come assegnare un eventuale contributo alle diocesi, particolarmente bisognose, che hanno dovuto adeguare alcuni ambienti per renderli funzionali e idonei all’accoglienza”. 

Mille microrealizzazioni
 nei Paesi di provenienza dei migranti in fuga da guerre, fame, disastri ambientali, persecuzioni politiche e religiose”: è l’impegno della Cei per il Giubileo, valorizzando “le esperienze di cooperazione internazionale e di cooperazione missionaria”. 

Un tavolo di monitoraggio. “Un monitoraggio in ogni diocesi e la cura dell’informazione sulle esperienze in atto”. Per questo doppio motivo la Cei ha istituito un Tavolo di monitoraggio dell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati, al quale partecipano la Fondazione Migrantes, Caritas Italiana, Missio, Usmi, Cism, Movimento per la vita, Centro Astalli, l’associazione Papa Giovanni XXIII, l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, l’Ufficio nazionale per i problemi giuridici, l’Ufficio nazionale per l’apostolato del mare, l’Osservatorio giuridico legislativo della Cei.
Sir

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CEI: Vademecum per accoglienza profughi. Oltre 22mila ospitati in 1600 strutture

La Conferenza Episcopale italiana rende fattivo con il documento l’appello del Papa ad ospitare i migranti, offrendo spunti e suggerimenti anche su questioni fiscali e burocratiche
di Salvatore Cernuzio

Non è rimasto inascoltato l’appello di Papa Francesco, durante l’Angelus del 6 settembre scorso, ad aprire le porte a profughi e rifugiati. Se già il Vaticano ha provveduto ad accogliere due famiglie, in tutta Italia 22mila migranti dei 95mila sbarcati sulle coste nostrane - e ospitati nei diversi Centri di accoglienza ordinari e straordinari, nonché nel Sistema nazionale di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati - sono stati accolti in circa 1600 strutture, quali diocesi e parrocchie, famiglie e comunità religiose.
Questa generosa risposta della Chiesa e della società italiana è il dato principale che emerge dal Vademecum per l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati, pubblicato oggi dalla Cei, attraverso il quale i vescovi rendono fattiva la proposta del Santo Padre, nel segno di una Chiesa che – come ricorda il Concilio Vaticano II – “cammina con le persone”. 
Con il documento - sottolineano infatti i presuli - si vuole “aiutare a individuare forme e modalità per ampliare la rete ecclesiale dell’accoglienza a favore delle persone richiedenti asilo e rifugiate che giungono nel nostro Paese, nel rispetto della legislazione presente e in collaborazione con le Istituzioni”. 
Si tratta - affermano - di “un gesto concreto e gratuito”, “un servizio, segno di accoglienza che si affianca ai molti altri a favore dei poveri (disoccupati, famiglie in difficoltà, anziani soli, minori non accompagnati, diversamente abili, vittime di tratta, senza dimora) presenti nelle nostre Chiese: un supplemento di umanità, anche per vincere la paura e i pregiudizi”.
L’orizzonte in cui si staglia questa iniziativa è il Giubileo, tempo di grazia da sempre “caratterizzato da gesti di liberazione e di carità”, evidenzia la Cei, ricordando come nel 2000, Giovanni Paolo II invitò a opere di liberazione per le vittime di tratta e nacquero in loro favore molti servizi nelle diocesi e nelle comunità religiose. Così pure tutte le parrocchie italiane furono sollecitate a un gesto di carità e di condivisione per il condono del debito estero di Guinea e Zambia.
Il gesto richiesto ora da Papa Bergoglio di fronte a questo incessante flusso migratorio testimonia, dunque, “come sia determinante per la Chiesa e per la credibilità del suo annuncio che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia”.
Più nel concreto, l’episcopato italiano stila le condizioni generali per rendere efficace l’accoglienza, che prima, tuttavia, deve essere preceduta da una preparazione “a tappe” della comunità. In diocesi, come anche in parrocchia o in famiglia, l’accoglienza di un richiedente asilo - si legge nel documento - “ha bisogno di essere preparata e accompagnata, sia nei delicati aspetti umani (sociali, sanitari) come negli aspetti legali, da un ente (nelle grandi diocesi anche più enti) che curi i rapporti con la Prefettura di competenza”. 
Pertanto è necessario un percorso di formazione per i fedeli, in modo da far “conoscere chi arriva da noi”, ma soprattutto a “preparare chi accoglie (parrocchie, associazioni, famiglie) con strumenti adeguati (lettera, incontro comunitario, coinvolgimento delle realtà del territorio…)”. In tal senso, secondo i presuli, è utile anche “costruire una piccola équipe di operatori a livello diocesano e di volontari a livello parrocchiale e provvedere alla loro preparazione non solo sul piano sociale, legale e amministrativo, ma anche culturale e pastorale, con attenzione anche alle cause dell’immigrazione forzata”. Due aspetti di cui si prenderanno cura Caritas e Fondazione Migrantes.
Fondamentale sarà poi seguire “le pratiche per i documenti, i vari problemi amministrativi e anche l’eventuale esito negativo della richiesta d’asilo”. A tal proposito nel Vademecum viene tracciato un profilo delle categorie dei migranti che possono ricevere ospitalità nelle diverse strutture. Ovvero: una famiglia; persone della stessa nazionalità che hanno presentato la domanda d’asilo e sono ospitati in un Centro di accoglienza straordinaria; persone che hanno visto accolta la propria domanda d’asilo e rimangono in attesa di entrare in un progetto del Sistema nazionale di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati, per un percorso di integrazione sociale nel nostro Paese. Ancora: chi ha avuto una forma di protezione internazionale o ha già concluso un percorso nel Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati e non ha prospettive di inserimento sociale, per favorire un “cammino di autonomia”, prendendo a modello l’esempio dei gesuiti del Centro Astalli. 
Riguardo ai minori, la Conferenza Episcopale italiana sconsiglia l’accoglienza di minorenni non accompagnati, in quanto “per la delicatezza della tipologia di intervento, in termini giuridici, psicologici, di assistenza sociale”, intrinseci alla condizione stessa del bambino, “il luogo più adatto per la sua accoglienza non è la parrocchia, ma la famiglia affidataria o un ente accreditato come casa famiglia, in conformità alle norme che indicano l’iter e gli strumenti di tutela”.
Sul “dove accogliere” i vescovi suggeriscono: “In alcuni locali della parrocchia o in un appartamento in affitto o in uso gratuito, presso alcune famiglie, in una casa religiosa o monastero, negli spazi legati a un santuario, che spesso tradizionalmente hanno unhospitium o luogo di accoglienza dei pellegrini, acquisite le autorizzazioni canoniche ove prescritte”. 
Meglio non optare per il semplice affidamento alle Prefetture di immobili di proprietà di un ente ecclesiastico, aggiungono, “per la problematicità dell’affidamento a terzi di una struttura ecclesiale senza l’impegno diretto della comunità cristiana”. “Le strutture o i locali di ospitalità in parrocchia devono essere a norma”, precisano poi i vescovi della Cei, e “la parrocchia deve prevedere l’assicurazione per la responsabilità civile”. Inoltre, “se l’attività di accoglienza si svolge con caratteristiche che ai sensi della normativa vigente sono considerate commerciali si applica il regime generale previsto per tali forme di attività”.
Pur non prevedendo donazioni dall’8x1000, la Conferenza Episcopale assicura che “valuterà se e come assegnare un eventuale contributo alle diocesi, particolarmente bisognose, che hanno dovuto adeguare alcuni ambienti per renderli funzionali e idonei all’accoglienza”.
Circa i tempi, la Cei indica mediamente un tempo variabile da 6 mesi a un anno per i richiedenti asilo o una forma di protezione internazionale. “I tempi - scrive - possono abbreviarsi per chi desidera continuare il proprio viaggio o raggiungere i familiari o comunità di riferimento in diversi Paesi europei”. In questo caso, potrà essere “significativo” che la parrocchia mantenga i contatti con i migranti anche durante il viaggio, fino alla destinazione.