Commenti da Avvenire
Papa Francesco nel discorso per il 50° del Sinodo: «I vescovi custodi di fede,distinguere dai flussi spesso mutevoli dell’opinione pubblica». Pietro «garanzia di unità».
ANALISI/1 Ascoltare e "abbassarsi", per servire (Stefania Falasca)
ANALISI/2 Divorziati risposati, domande forti in cerca di risposte convincenti (Luciano Moia)
Sinodo, verso una linea comune
VAI ALLO SPECIALE | INTERVISTA Schönborn: nuova pastorale, ce la faremo | IL DIARIO Al Sinodo i fiori d’arancio sono anglicani
LA CURIOSITA' Il coro dell'Antoniano al Sinodo
Papa Francesco nel discorso per il 50° del Sinodo: «I vescovi custodi di fede,distinguere dai flussi spesso mutevoli dell’opinione pubblica». Pietro «garanzia di unità».
ANALISI/1 Ascoltare e "abbassarsi", per servire (Stefania Falasca)
ANALISI/2 Divorziati risposati, domande forti in cerca di risposte convincenti (Luciano Moia)
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LA CURIOSITA' Il coro dell'Antoniano al Sinodo
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Le cinque comunicazioni. Voci dai continenti
Pubblichiamo una nostra sintesi delle cinque comunicazioni svolte in aula durante la cerimonia per il cinquantesimo anniversario del Sinodo dei vescovi.
Dall’auto al pullman
Vincent Nichols arcivescovo di Westminster (Inghilterra)
Prendendo la parola in rappresentanza della Chiesa in Europa, il cardinale ha voluto anzitutto presentare la sua personale testimonianza. Nel settembre 1963 è arrivato a Roma, poco prima della seconda sessione del concilio. «Tutti i vescovi d’Inghilterra e Galles — ha raccontato — erano residenti al collegio inglese. Non avevo mai visto qualcosa del genere. E in quelle circostanze ho imparato la mia prima lezione sul significato della collegialità episcopale». Ogni vescovo, ha proseguito, era accompagnato in auto in San Pietro. Ma «durante la terza e la quarta sessione del concilio le cose erano cambiate: i vescovi scendevano insieme e insieme salivano sul pullman». Così «erano fratelli nel Signore, collegati fra loro nella sfida di un compito comune, plasmati in un collegio affettivo secondo il nuovo spirito che animava la Chiesa». E «il sinodo dei vescovi è stato uno strumento chiave per esprimere e rafforzare quel nuovo spirito».
Puntando lo sguardo sull’Europa del secolo scorso, il cardinale ne ha ricordato guerre, divisioni, ideologie. «Pian piano — ha affermato — le assemblee e il lavoro del sinodo dei vescovi hanno contribuito a superare la nostra visione eurocentrica. Alcuni ritengono che tale svolta si manifesti nell’internazionalizzazione della curia. Ma è un cambiamento molto più profondo». Si tratta, infatti, «della scoperta che i tesori della Chiesa sono reperibili ben al di fuori del suo terreno tradizionale europeo e dell’attività missionaria di ispirazione europea»; e «ora siamo più consapevoli» dell’universalità della Chiesa.
Il cardinale Nichols ha quindi ricordato le due assemblee speciali per l’Europa nel 1991 e nel 1999. La prima, secondo l’intenzione di Giovanni Paolo ii, «doveva far respirare la Chiesa tramite i suoi due polmoni». Ma il cardinale ha anche riconosciuto che non era facile comprendersi e vivere un autentico «scambio dei doni» tra oriente e occidente. Insomma quel sinodo ha detto che «la distanza fra est e ovest era più grande di quanto si pensava e le ferite rimanevano troppo profonde».
Però otto anni dopo, nel secondo sinodo per l’Europa, c’è stata «una maggiore reciprocità». E così «all’ovest ci siamo accorti della necessità della nuova evangelizzazione: la cultura e il Vangelo andavano staccandosi con grande rapidità», mentre «le Chiese dell’est si rendevano conto che la loro nuova apertura faceva entrare soprattutto le filosofie e le culture occidentali di indole materialista, a scapito della convinzione religiosa».
Passando, quindi, in rassegna alcune sfide attuali, il porporato ha affermato che «non è facile valutare l’influsso dei documenti post-sinodali in Europa», così come «delicati» restano i rapporti con i media. Comunque, al di là di limiti e difetti, il sinodo si sta mostrando come «dono capace di trasformare tante cose nella Chiesa» e le sue «possibilità non sono per niente esaurite».
Il cardinale ha infine evidenziato come l’Europa stia cambiando anche per «la migrazione di popoli in fuga dalle guerre, dalla violenza e dalla povertà». Ma non per questo deve cedere alla «tentazione di diventare una città fortificata mirata a proteggere se stessa e i propri beni ottenuti, senza dubbio, da ogni parte del mondo». Quanto alla famiglia, ha ricordato che essa «è il primo testimone della fede nella società, il primo laboratorio della fede e la spina dorsale di ogni parrocchia». L’Europa «conosce bene questa sfida e la necessità di imparare come far presente alla gente la pienezza dell’invito al matrimonio nel Signore, la sua fedeltà, la sua fecondità e la sua testimonianza», senza dimenticare «la vera misericordia di Dio verso chi lo cerca».
Cammino difficile ma soave
Mathieu Madega Lebouakehan vescovo di Mouila (Gabon)
«Cattolicità» e «collegialità»: sono state le parole chiave della comunicazione tenuta dal presule in rappresentanza dell’Africa. Il presidente della Conferenza episcopale del Gabon ha voluto descrivere la «cattolicità “incarnata” e visibile» della Chiesa continentale, di cui egli stesso ha fatto personale esperienza.
Il presule ha ricordato gli anni trascorsi per completare gli studi al Pontificio collegio urbano di Propaganda Fide, dove formatori e studenti provenivano da tutti i continenti, e ha poi ripercorso le assemblee sinodali alle quali ha partecipato in qualità di “adiutore” e di padre sinodale. In particolare, ripensando alla prima assemblea speciale per l’Africa che si tenne nel 1994, il vescovo ha sottolineato come fosse edificante vedere tutti i partecipanti amarsi «gli uni gli altri con affetto fraterno e quasi gareggiando nello stimarsi a vicenda». Del resto, ha detto, uno dei frutti di ogni sinodo è sempre stato quello di ricordare a tutti che la Chiesa è «famiglia di Dio». E punto culminante di ogni assise è «la manifestazione reale della collegialità» dopo «uno scambio fraterno e fruttuoso di notizie ed esperienze, nell’ascolto reciproco».
«A cinquant’anni dalla conclusione del concilio Vaticano ii — ha detto il presule — l’intuizione del santo Papa Giovanni xxiii rimane intatta. Tutti i suoi successori hanno accompagnato, oppure accompagnano tuttora la Chiesa in questo cammino tanto difficile quanto soave». E l’invito finale è stato quello di aprire i cuori «alle sollecitazioni dello Spirito Santo perché, cum et sub Petro, i pastori e le pecore possano camminare spediti verso le acque della salvezza».
Dove soffia il vento
Louis Raphaël i Sako patriarca di Babilonia dei Caldei (Iraq)
Di «iniziativa geniale, evangelica e profetica» ad opera di «un pastore con un carisma straordinario come Paolo vi» ha parlato il patriarca nel suo intervento, in rappresentanza del continente asiatico. Infatti, ha detto, «adottare un metodo collettivo che unisce la Chiesa di tutti i Paesi per studiare un tema era una cosa nuova». E il sinodo «ci ha donato una ricchezza straordinaria, soprattutto nel sentirci una sola famiglia e più forti nel nostro cuore e nella nostra missione di pastori», ha riconosciuto, aggiungendo: «Dialogare insieme è stato per noi un balsamo spirituale di bellezza profetica».
Nel rimarcare lo stile della collegialità, il patriarca Sako ha affermato che «lavorare insieme per contribuire alla realizzazione di un progetto con tutti gli elementi spirituali ed ecclesiali non è facile, ma con la guida sicura dello Spirito Santo ha portato sempre dei frutti». Lo si vede dai «tanti contributi scaturiti e nati dai sinodi durante cinquant’anni», che stanno appunto a dimostrare che «insieme si può lavorare e fare del bene non solo alla Chiesa ma anche alla società».
«I sinodi — ha fatto notare il patriarca — hanno trattato argomenti che riguardano la vita della Chiesa cattolica: teologia, spiritualità, pastorale, missione, disciplina». Dunque «l’interesse di questi sinodi è l’aggiornamento». Così «formare informando è il motto nel lavoro che svolgiamo ogni giorno insieme ai nostri collaboratori». Oltretutto, ha aggiunto, «noi orientali siamo abituati alla sinodalità, cioè a lavorare insieme». Ma «dobbiamo realizzare una sinodalità affettiva ed effettiva pure riguardo alle conferenze episcopali locali».
Per Sako «i sinodi, da cinquant’anni, con semplicità, libertà, accortezza e attenzione ci hanno fatto respirare il soffio buono del vento dello Spirito, che ci ha fatto sentire la sua presenza tra noi. Quel vento soffia ancora oggi nella nostra terra, nel nostro cuore e nella nostra mente». E ha anche confidato che «come professore, poi rettore del seminario maggiore e anche come vescovo» ha sempre «seguito e approfittato del messaggio di questi sinodi, e non solo nell’insegnamento ma anche nell’accompagnamento dei seminaristi e fedeli».
Non ha però mancato di riconoscere che «come orientali, forse, non abbiamo approfittato molto di questi sinodi, dato il nostro esiguo numero; l’ambiente sempre pieno di problemi, conflitti e insicurezza. E la società musulmana che considera la religione come una cosa sacra e immutabile non facilita il cambiamento». In questo senso, ha riconosciuto, «i nostri padri erano più coraggiosi di noi». Però, ha affermato Sako, particolarmente rilevanti sono stati il sinodo per il Libano e il Medio oriente, così come quello per l’Asia. A questo proposito ha ricordato che «siamo piccole Chiese, ci manca il personale, il metodo; abbiamo bisogno d’essere aiutati e non isolati o emarginati». E ha concluso invitando a investire sulla formazione, sulla sussidiarietà e a rimanere al passo coi tempi. Proprio dal sinodo sulle famiglie, ha auspicato, deve arrivare «un impulso per una nuova pastorale familiare», applicando «i risultati nelle strutture della Chiesa».
I frutti della collegialità
Ricardo Ezzati Andrello arcivescovo di Santiago de Chile (Cile)
«Il Sinodo è una realizzazione istituzionale della communio e, per questo, una caratteristica strutturale della Chiesa, nata dalla uguaglianza fondamentale di tutti i fedeli che, per il sacerdozio battesimale, partecipano alla missione e alla responsabilità della Chiesa». Lo ha detto il porporato nel suo intervento in rappresentanza del continente americano. I frutti dellacommunio, ha aggiunto, sono anche la collegialità episcopale e i sinodi universali e locali.
Il porporato ha parlato dell’importanza e dell’influenza del Sinodo dei vescovi nella Chiesa latinoamericana e dei Caraibi. In particolare, ha fatto notare come la Chiesa pellegrina in America latina, fin dagli inizi dell’evangelizzazione e davanti alle sempre nuove sfide, ha sempre cercato risposte comuni. Infatti, lungo gli ultimi tre secoli sono stati celebrati numerosi concili provinciali e sinodi locali che avevano lo scopo di aiutare la sua missione evangelizzatrice. A questo proposito, il cardinale ha ricordato come la prima conferenza generale dell’episcopato latinoamericano si svolse a Rio de Janeiro nel 1955, dieci anni prima del concilio Vaticano ii. In quell’occasione, ebbe origine il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), in un’epoca in cui non erano ancora nate la maggior parte delle conferenze episcopali del continente. Per questo, uno dei suoi primi compiti fu proprio la promozione di quegli organismi.
L’influenza in America latina e nei Caraibi delle assemblee generali ordinarie e straordinarie del sinodo dei vescovi — ha sottolineato il porporato — è stata segnata dalla diversa importanza per la vita della Chiesa delle tematiche trattate, come catechesi, famiglia, sacramento della riconciliazione, laici, formazione dei sacerdoti, vita consacrata, vescovi, Eucaristia.
La sinodalità, ha concluso, è stata un fecondo apporto evangelizzatore. L’esperienza, infatti, mostra che quanto maggiore è risultata la partecipazione agli eventi sinodali, tanto più incisiva ne è stata la ripercussione pastorale nella vita della Chiesa del Continente. In questo, senso, la struttura del Celam e delle sue conferenze generali è una felice realizzazione, così come va evidenziata la partecipazione dei presuli latinoamericani e dei Caraibi ai sinodi dei vescovi.
Se i vescovi imparano gli uni dagli altri
Soane Patita Paini Mafi vescovo di Tonga (Tonga)
Nel suo intervento in rappresentanza della Chiesa in Oceania, il presidente della Conferenza episcopale del Pacifico (Cepac) ha ripercorso la nascita delle varie conferenze nazionali dei vescovi dell’Oceania. In particolare, ha ricordato che sulla scia del Vaticano ii e in seguito alla grande visione di Paolo vi, alcuni dei vescovi, riuniti insieme nello spirito postconciliare, progettarono la creazione di quelle che sono divenute oggi le quattro conferenze episcopale dell’Oceania. Il porporato ha richiamato le genesi di ogni conferenza, a cominciare da quella del Pacifico (Cepac), nata nel 1974. Nello stesso anno, ha aggiunto, venne creata anche la Conferenza episcopale della Nuova Zelanda. Nel 1979 la Conferenza episcopale dell’Australia approvò i propri statuti. Infine, ultima formatasi, è stata nel 1983 la Conferenza episcopale di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone. Il 28 luglio 1992 le conferenze vennero unite insieme per formare la Federazione delle Conferenze episcopali cattoliche dell’Oceania (Fcbco).
È con grande gioia, ha concluso il cardinale, che va riconosciuto come i vari sinodi della Chiesa celebrati dal 1965 abbiano ispirato le Chiese in Oceania. Infatti, i sinodi negli ultimi cinquanta anni, ha detto, sono stati molto positivi, incoraggianti, arricchenti ed edificanti. Essi, ha spiegato, offrono l’opportunità di imparare dalle diverse conferenze, di disegnare nuove modalità per la cura pastorale del popolo di Dio e di sviluppare nuove idee e nuova programmazione pastorale per i ministeri. La formazione, infine, della Fcbco nel 1992 va considerata espressione della stretta collaborazione dei vescovi e della collegialità incoraggiati dal concilio Vaticano ii. In questo senso l’esortazione apostolicaEcclesia in Oceania ha dimostrato di essere un documento prezioso per le Chiese del continente. I popoli dell’Oceania, viene ricordato in quel testo, sono chiamati a seguire la via di Gesù Cristo, ad annunciare la verità e a vivere la sua vita.
L'Osservatore Romano
Dall’auto al pullman
Vincent Nichols arcivescovo di Westminster (Inghilterra)
Prendendo la parola in rappresentanza della Chiesa in Europa, il cardinale ha voluto anzitutto presentare la sua personale testimonianza. Nel settembre 1963 è arrivato a Roma, poco prima della seconda sessione del concilio. «Tutti i vescovi d’Inghilterra e Galles — ha raccontato — erano residenti al collegio inglese. Non avevo mai visto qualcosa del genere. E in quelle circostanze ho imparato la mia prima lezione sul significato della collegialità episcopale». Ogni vescovo, ha proseguito, era accompagnato in auto in San Pietro. Ma «durante la terza e la quarta sessione del concilio le cose erano cambiate: i vescovi scendevano insieme e insieme salivano sul pullman». Così «erano fratelli nel Signore, collegati fra loro nella sfida di un compito comune, plasmati in un collegio affettivo secondo il nuovo spirito che animava la Chiesa». E «il sinodo dei vescovi è stato uno strumento chiave per esprimere e rafforzare quel nuovo spirito».
Puntando lo sguardo sull’Europa del secolo scorso, il cardinale ne ha ricordato guerre, divisioni, ideologie. «Pian piano — ha affermato — le assemblee e il lavoro del sinodo dei vescovi hanno contribuito a superare la nostra visione eurocentrica. Alcuni ritengono che tale svolta si manifesti nell’internazionalizzazione della curia. Ma è un cambiamento molto più profondo». Si tratta, infatti, «della scoperta che i tesori della Chiesa sono reperibili ben al di fuori del suo terreno tradizionale europeo e dell’attività missionaria di ispirazione europea»; e «ora siamo più consapevoli» dell’universalità della Chiesa.
Il cardinale Nichols ha quindi ricordato le due assemblee speciali per l’Europa nel 1991 e nel 1999. La prima, secondo l’intenzione di Giovanni Paolo ii, «doveva far respirare la Chiesa tramite i suoi due polmoni». Ma il cardinale ha anche riconosciuto che non era facile comprendersi e vivere un autentico «scambio dei doni» tra oriente e occidente. Insomma quel sinodo ha detto che «la distanza fra est e ovest era più grande di quanto si pensava e le ferite rimanevano troppo profonde».
Però otto anni dopo, nel secondo sinodo per l’Europa, c’è stata «una maggiore reciprocità». E così «all’ovest ci siamo accorti della necessità della nuova evangelizzazione: la cultura e il Vangelo andavano staccandosi con grande rapidità», mentre «le Chiese dell’est si rendevano conto che la loro nuova apertura faceva entrare soprattutto le filosofie e le culture occidentali di indole materialista, a scapito della convinzione religiosa».
Passando, quindi, in rassegna alcune sfide attuali, il porporato ha affermato che «non è facile valutare l’influsso dei documenti post-sinodali in Europa», così come «delicati» restano i rapporti con i media. Comunque, al di là di limiti e difetti, il sinodo si sta mostrando come «dono capace di trasformare tante cose nella Chiesa» e le sue «possibilità non sono per niente esaurite».
Il cardinale ha infine evidenziato come l’Europa stia cambiando anche per «la migrazione di popoli in fuga dalle guerre, dalla violenza e dalla povertà». Ma non per questo deve cedere alla «tentazione di diventare una città fortificata mirata a proteggere se stessa e i propri beni ottenuti, senza dubbio, da ogni parte del mondo». Quanto alla famiglia, ha ricordato che essa «è il primo testimone della fede nella società, il primo laboratorio della fede e la spina dorsale di ogni parrocchia». L’Europa «conosce bene questa sfida e la necessità di imparare come far presente alla gente la pienezza dell’invito al matrimonio nel Signore, la sua fedeltà, la sua fecondità e la sua testimonianza», senza dimenticare «la vera misericordia di Dio verso chi lo cerca».
Cammino difficile ma soave
Mathieu Madega Lebouakehan vescovo di Mouila (Gabon)
«Cattolicità» e «collegialità»: sono state le parole chiave della comunicazione tenuta dal presule in rappresentanza dell’Africa. Il presidente della Conferenza episcopale del Gabon ha voluto descrivere la «cattolicità “incarnata” e visibile» della Chiesa continentale, di cui egli stesso ha fatto personale esperienza.
Il presule ha ricordato gli anni trascorsi per completare gli studi al Pontificio collegio urbano di Propaganda Fide, dove formatori e studenti provenivano da tutti i continenti, e ha poi ripercorso le assemblee sinodali alle quali ha partecipato in qualità di “adiutore” e di padre sinodale. In particolare, ripensando alla prima assemblea speciale per l’Africa che si tenne nel 1994, il vescovo ha sottolineato come fosse edificante vedere tutti i partecipanti amarsi «gli uni gli altri con affetto fraterno e quasi gareggiando nello stimarsi a vicenda». Del resto, ha detto, uno dei frutti di ogni sinodo è sempre stato quello di ricordare a tutti che la Chiesa è «famiglia di Dio». E punto culminante di ogni assise è «la manifestazione reale della collegialità» dopo «uno scambio fraterno e fruttuoso di notizie ed esperienze, nell’ascolto reciproco».
«A cinquant’anni dalla conclusione del concilio Vaticano ii — ha detto il presule — l’intuizione del santo Papa Giovanni xxiii rimane intatta. Tutti i suoi successori hanno accompagnato, oppure accompagnano tuttora la Chiesa in questo cammino tanto difficile quanto soave». E l’invito finale è stato quello di aprire i cuori «alle sollecitazioni dello Spirito Santo perché, cum et sub Petro, i pastori e le pecore possano camminare spediti verso le acque della salvezza».
Dove soffia il vento
Louis Raphaël i Sako patriarca di Babilonia dei Caldei (Iraq)
Di «iniziativa geniale, evangelica e profetica» ad opera di «un pastore con un carisma straordinario come Paolo vi» ha parlato il patriarca nel suo intervento, in rappresentanza del continente asiatico. Infatti, ha detto, «adottare un metodo collettivo che unisce la Chiesa di tutti i Paesi per studiare un tema era una cosa nuova». E il sinodo «ci ha donato una ricchezza straordinaria, soprattutto nel sentirci una sola famiglia e più forti nel nostro cuore e nella nostra missione di pastori», ha riconosciuto, aggiungendo: «Dialogare insieme è stato per noi un balsamo spirituale di bellezza profetica».
Nel rimarcare lo stile della collegialità, il patriarca Sako ha affermato che «lavorare insieme per contribuire alla realizzazione di un progetto con tutti gli elementi spirituali ed ecclesiali non è facile, ma con la guida sicura dello Spirito Santo ha portato sempre dei frutti». Lo si vede dai «tanti contributi scaturiti e nati dai sinodi durante cinquant’anni», che stanno appunto a dimostrare che «insieme si può lavorare e fare del bene non solo alla Chiesa ma anche alla società».
«I sinodi — ha fatto notare il patriarca — hanno trattato argomenti che riguardano la vita della Chiesa cattolica: teologia, spiritualità, pastorale, missione, disciplina». Dunque «l’interesse di questi sinodi è l’aggiornamento». Così «formare informando è il motto nel lavoro che svolgiamo ogni giorno insieme ai nostri collaboratori». Oltretutto, ha aggiunto, «noi orientali siamo abituati alla sinodalità, cioè a lavorare insieme». Ma «dobbiamo realizzare una sinodalità affettiva ed effettiva pure riguardo alle conferenze episcopali locali».
Per Sako «i sinodi, da cinquant’anni, con semplicità, libertà, accortezza e attenzione ci hanno fatto respirare il soffio buono del vento dello Spirito, che ci ha fatto sentire la sua presenza tra noi. Quel vento soffia ancora oggi nella nostra terra, nel nostro cuore e nella nostra mente». E ha anche confidato che «come professore, poi rettore del seminario maggiore e anche come vescovo» ha sempre «seguito e approfittato del messaggio di questi sinodi, e non solo nell’insegnamento ma anche nell’accompagnamento dei seminaristi e fedeli».
Non ha però mancato di riconoscere che «come orientali, forse, non abbiamo approfittato molto di questi sinodi, dato il nostro esiguo numero; l’ambiente sempre pieno di problemi, conflitti e insicurezza. E la società musulmana che considera la religione come una cosa sacra e immutabile non facilita il cambiamento». In questo senso, ha riconosciuto, «i nostri padri erano più coraggiosi di noi». Però, ha affermato Sako, particolarmente rilevanti sono stati il sinodo per il Libano e il Medio oriente, così come quello per l’Asia. A questo proposito ha ricordato che «siamo piccole Chiese, ci manca il personale, il metodo; abbiamo bisogno d’essere aiutati e non isolati o emarginati». E ha concluso invitando a investire sulla formazione, sulla sussidiarietà e a rimanere al passo coi tempi. Proprio dal sinodo sulle famiglie, ha auspicato, deve arrivare «un impulso per una nuova pastorale familiare», applicando «i risultati nelle strutture della Chiesa».
I frutti della collegialità
Ricardo Ezzati Andrello arcivescovo di Santiago de Chile (Cile)
«Il Sinodo è una realizzazione istituzionale della communio e, per questo, una caratteristica strutturale della Chiesa, nata dalla uguaglianza fondamentale di tutti i fedeli che, per il sacerdozio battesimale, partecipano alla missione e alla responsabilità della Chiesa». Lo ha detto il porporato nel suo intervento in rappresentanza del continente americano. I frutti dellacommunio, ha aggiunto, sono anche la collegialità episcopale e i sinodi universali e locali.
Il porporato ha parlato dell’importanza e dell’influenza del Sinodo dei vescovi nella Chiesa latinoamericana e dei Caraibi. In particolare, ha fatto notare come la Chiesa pellegrina in America latina, fin dagli inizi dell’evangelizzazione e davanti alle sempre nuove sfide, ha sempre cercato risposte comuni. Infatti, lungo gli ultimi tre secoli sono stati celebrati numerosi concili provinciali e sinodi locali che avevano lo scopo di aiutare la sua missione evangelizzatrice. A questo proposito, il cardinale ha ricordato come la prima conferenza generale dell’episcopato latinoamericano si svolse a Rio de Janeiro nel 1955, dieci anni prima del concilio Vaticano ii. In quell’occasione, ebbe origine il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), in un’epoca in cui non erano ancora nate la maggior parte delle conferenze episcopali del continente. Per questo, uno dei suoi primi compiti fu proprio la promozione di quegli organismi.
L’influenza in America latina e nei Caraibi delle assemblee generali ordinarie e straordinarie del sinodo dei vescovi — ha sottolineato il porporato — è stata segnata dalla diversa importanza per la vita della Chiesa delle tematiche trattate, come catechesi, famiglia, sacramento della riconciliazione, laici, formazione dei sacerdoti, vita consacrata, vescovi, Eucaristia.
La sinodalità, ha concluso, è stata un fecondo apporto evangelizzatore. L’esperienza, infatti, mostra che quanto maggiore è risultata la partecipazione agli eventi sinodali, tanto più incisiva ne è stata la ripercussione pastorale nella vita della Chiesa del Continente. In questo, senso, la struttura del Celam e delle sue conferenze generali è una felice realizzazione, così come va evidenziata la partecipazione dei presuli latinoamericani e dei Caraibi ai sinodi dei vescovi.
Se i vescovi imparano gli uni dagli altri
Soane Patita Paini Mafi vescovo di Tonga (Tonga)
Nel suo intervento in rappresentanza della Chiesa in Oceania, il presidente della Conferenza episcopale del Pacifico (Cepac) ha ripercorso la nascita delle varie conferenze nazionali dei vescovi dell’Oceania. In particolare, ha ricordato che sulla scia del Vaticano ii e in seguito alla grande visione di Paolo vi, alcuni dei vescovi, riuniti insieme nello spirito postconciliare, progettarono la creazione di quelle che sono divenute oggi le quattro conferenze episcopale dell’Oceania. Il porporato ha richiamato le genesi di ogni conferenza, a cominciare da quella del Pacifico (Cepac), nata nel 1974. Nello stesso anno, ha aggiunto, venne creata anche la Conferenza episcopale della Nuova Zelanda. Nel 1979 la Conferenza episcopale dell’Australia approvò i propri statuti. Infine, ultima formatasi, è stata nel 1983 la Conferenza episcopale di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone. Il 28 luglio 1992 le conferenze vennero unite insieme per formare la Federazione delle Conferenze episcopali cattoliche dell’Oceania (Fcbco).
È con grande gioia, ha concluso il cardinale, che va riconosciuto come i vari sinodi della Chiesa celebrati dal 1965 abbiano ispirato le Chiese in Oceania. Infatti, i sinodi negli ultimi cinquanta anni, ha detto, sono stati molto positivi, incoraggianti, arricchenti ed edificanti. Essi, ha spiegato, offrono l’opportunità di imparare dalle diverse conferenze, di disegnare nuove modalità per la cura pastorale del popolo di Dio e di sviluppare nuove idee e nuova programmazione pastorale per i ministeri. La formazione, infine, della Fcbco nel 1992 va considerata espressione della stretta collaborazione dei vescovi e della collegialità incoraggiati dal concilio Vaticano ii. In questo senso l’esortazione apostolicaEcclesia in Oceania ha dimostrato di essere un documento prezioso per le Chiese del continente. I popoli dell’Oceania, viene ricordato in quel testo, sono chiamati a seguire la via di Gesù Cristo, ad annunciare la verità e a vivere la sua vita.
L'Osservatore Romano
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An Interview with Cardinal Pell
Catholic Herald
Catholic Herald
Cardinal George Pell (b 1941) was educated at the Pontifical Urban University and Oxford University, where he earned the doctorate in history after being ordained to the priesthood for the Diocese of Balarat. After extensive pastoral work in his native Australia, he was named auxiliary bishop of Melbourne, and later Archbishop of Melbourne, before being appointed Archbishop of Sydney in 2001. Created cardinal by Pope St John Paul II in 2003, he was called to Rome by Pope Francis in 2014 to serve as the first Prefect of the new Secretariat for the Economy of the Holy See, in which post he has overseen the reform of Vatican finance.
His answers to questions posed by Letters from the Synod follow.
Your Eminence, you’ve been attending synods for decades. How does Synod-2015 differ from its predecessors?
It differs in several ways, and some of them are both quite innovative and quite good.
I vividly remember the 1990 Synod on the priesthood and priestly formation (which eventually gave the Church Pastores Dabo Vobis), where there was much talk in the press about celibacy, not least because many of the press covering that synod were laicised priests. One Synod father said to me, “If the next Synod is on agricultural science, most of the discussion, at least as reported, will have been on clerical celibacy.”
This Synod is what you might call a bit more spicy. It’s unlike the 2008 Synod on the Word of God, where there was widespreadagreement from the beginning and a ringing affirmation of the teaching of Dei Verbum [Vatican II’s Dogmatic Constitution on the Church] on the centrality of Scripture in Catholic life.
There’s a good atmosphere this time, although there are still significant differences on whether the Church is authorised to admit the divorced and civilly remarried to Holy Communion. The indissolubility of marriage has been massively endorsed. And when it comes down to it, I don’t think too many Synod fathers are going to want to be on the other side from Jesus on indissolubility or on the other side from St Paul on the conditions for worthily receiving Holy Communion.
You’ve expressed concern that the Holy Father’s views are being misrepresented by some who actually have no idea what his views are. Would you amplify that a bit?
The Western press in general presents Pope Francis through a particular prism that tends to filter out important elements of his message. The Holy Father talks frequently about spiritual struggle, as a devoted follower of St Ignatius Loyola would do. He has spoken more about Satan than any pope in living memory. He has clearly condemned abortion on many occasions, and he has said that the “door is closed” to the ordination of women to the priesthood. But because it’s difficult for a lot of the media to reconcile all of this with the image they’ve created of the Pope as a non-judgmental social reformer, these essential parts of his message tend to disappear.
The Pope wants to put Christ and friendship with him at the center of the Church. The Pope is calling the Church to be a Church that offers the world conversion, and the gift of faith, so that the world can know God’s mercy. He’s very keen on open discussion, the aim of which is to help us discern what the Holy Spirit is doing in the Church today. These are all central themes in the pontificate.
But to say that any of this amounts to a desire on the Pope’s part to change the doctrine on the reception of Holy Communion by the divorced and civilly remarried is many steps too far.
Who among the Synod fathers seem to you to be driving the discussion, and why?
Cardinal Peter Erdő’s opening relatio was an outstanding exposition of the authentic Catholic tradition on chastity, marriage, and the family. It was both sensitive and merciful in addressing the confusions of the age; he usefully distinguished between short-term mercy and long-term mercy, the latter being what actually heals wounded souls. And he made it entirely clear that the Church’s practice of not admitting the divorced and civilly remarried to Holy Communion is not a penalty for the failures of the first marriage, but the Church’s recognition of the consequences of the second marriage.
The interventions by Archbishop Charles Chaput and Cardinal Daniel DiNardo have been very fine. Cardinal Carlo Caffarra was, as always, impressively clear. Cardinal Robert Sarah’s intervention, in which he spoke of the two beasts of the apocalypse, was striking. And I confess I found Cardinal Kasper a bit disappointing. The announcement that the entire Polish episcopate was strongly committed to the defense of the Church’s tradition on sexuality, marriage, and family moved the discussion beyond the world of theory and theology. The position of the African bishops and of the bishops from the formerly communist countries in Europe should be reassuring to the Catholic world.
Archbishop Heiner Koch of Berlin, the relator of the German-language discussion group, made a substantial contribution to the general discussion with his reports, but these failed to engage systematically with the hard teachings of Christ on the most contentious issues.
What do you anticipate from Synod-2015’s third and final week?
We want brief and clear teaching on the nature of marriage, Holy Communion for the divorced and civilly remarried, and the location of teaching authority in the Church, so that any confusion that may have arisen on these points is dissipated, and it’s made clear to the world that Christ’s teaching, and the Church’s teaching, on marriage and sexuality are intact. At the same time, we are seeking new ways to reach out with that teaching in a world in which a lot of people are suffering, and in which marriage and the family are under attack and in some places dissolving. A list of best-practice, pastoral examples from around the world of helps to family living would be useful.
I welcome the public commitment of Cardinal Lorenzo Baldisseri [the Synod’s general secretary] to a paragraph-by-paragraph vote on the draft Synod final document, which will help us achieve that clarity, just as I welcome the drafting committee’s assurance that they will take full account of the Synod fathers’ views in preparing that draft.
Catholic Herald
His answers to questions posed by Letters from the Synod follow.
Your Eminence, you’ve been attending synods for decades. How does Synod-2015 differ from its predecessors?
It differs in several ways, and some of them are both quite innovative and quite good.
I vividly remember the 1990 Synod on the priesthood and priestly formation (which eventually gave the Church Pastores Dabo Vobis), where there was much talk in the press about celibacy, not least because many of the press covering that synod were laicised priests. One Synod father said to me, “If the next Synod is on agricultural science, most of the discussion, at least as reported, will have been on clerical celibacy.”
This Synod is what you might call a bit more spicy. It’s unlike the 2008 Synod on the Word of God, where there was widespreadagreement from the beginning and a ringing affirmation of the teaching of Dei Verbum [Vatican II’s Dogmatic Constitution on the Church] on the centrality of Scripture in Catholic life.
There’s a good atmosphere this time, although there are still significant differences on whether the Church is authorised to admit the divorced and civilly remarried to Holy Communion. The indissolubility of marriage has been massively endorsed. And when it comes down to it, I don’t think too many Synod fathers are going to want to be on the other side from Jesus on indissolubility or on the other side from St Paul on the conditions for worthily receiving Holy Communion.
You’ve expressed concern that the Holy Father’s views are being misrepresented by some who actually have no idea what his views are. Would you amplify that a bit?
The Western press in general presents Pope Francis through a particular prism that tends to filter out important elements of his message. The Holy Father talks frequently about spiritual struggle, as a devoted follower of St Ignatius Loyola would do. He has spoken more about Satan than any pope in living memory. He has clearly condemned abortion on many occasions, and he has said that the “door is closed” to the ordination of women to the priesthood. But because it’s difficult for a lot of the media to reconcile all of this with the image they’ve created of the Pope as a non-judgmental social reformer, these essential parts of his message tend to disappear.
The Pope wants to put Christ and friendship with him at the center of the Church. The Pope is calling the Church to be a Church that offers the world conversion, and the gift of faith, so that the world can know God’s mercy. He’s very keen on open discussion, the aim of which is to help us discern what the Holy Spirit is doing in the Church today. These are all central themes in the pontificate.
But to say that any of this amounts to a desire on the Pope’s part to change the doctrine on the reception of Holy Communion by the divorced and civilly remarried is many steps too far.
Who among the Synod fathers seem to you to be driving the discussion, and why?
Cardinal Peter Erdő’s opening relatio was an outstanding exposition of the authentic Catholic tradition on chastity, marriage, and the family. It was both sensitive and merciful in addressing the confusions of the age; he usefully distinguished between short-term mercy and long-term mercy, the latter being what actually heals wounded souls. And he made it entirely clear that the Church’s practice of not admitting the divorced and civilly remarried to Holy Communion is not a penalty for the failures of the first marriage, but the Church’s recognition of the consequences of the second marriage.
The interventions by Archbishop Charles Chaput and Cardinal Daniel DiNardo have been very fine. Cardinal Carlo Caffarra was, as always, impressively clear. Cardinal Robert Sarah’s intervention, in which he spoke of the two beasts of the apocalypse, was striking. And I confess I found Cardinal Kasper a bit disappointing. The announcement that the entire Polish episcopate was strongly committed to the defense of the Church’s tradition on sexuality, marriage, and family moved the discussion beyond the world of theory and theology. The position of the African bishops and of the bishops from the formerly communist countries in Europe should be reassuring to the Catholic world.
Archbishop Heiner Koch of Berlin, the relator of the German-language discussion group, made a substantial contribution to the general discussion with his reports, but these failed to engage systematically with the hard teachings of Christ on the most contentious issues.
What do you anticipate from Synod-2015’s third and final week?
We want brief and clear teaching on the nature of marriage, Holy Communion for the divorced and civilly remarried, and the location of teaching authority in the Church, so that any confusion that may have arisen on these points is dissipated, and it’s made clear to the world that Christ’s teaching, and the Church’s teaching, on marriage and sexuality are intact. At the same time, we are seeking new ways to reach out with that teaching in a world in which a lot of people are suffering, and in which marriage and the family are under attack and in some places dissolving. A list of best-practice, pastoral examples from around the world of helps to family living would be useful.
I welcome the public commitment of Cardinal Lorenzo Baldisseri [the Synod’s general secretary] to a paragraph-by-paragraph vote on the draft Synod final document, which will help us achieve that clarity, just as I welcome the drafting committee’s assurance that they will take full account of the Synod fathers’ views in preparing that draft.
Catholic Herald
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