Nella 29.ma Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci presenta il Vangelo in cui Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di sedere nel regno dei cieli uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra. Di fronte all’indignazione degli altri apostoli, il Signore risponde:
“Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti".
La Chiesa celebra questa domenica la sua 89.ma Giornata Missionaria, invitando tutti i cristiani alla preghiera e al coinvolgimento fattivo nell’evangelizzazione, frutto maturo del Battesimo. Il Vangelo ci rivela qualche cosa di Dio e di Gesù Cristo molto importante. Questo è ciò che la Parola di Dio fa primariamente: mostrarci qualche cosa del volto di Dio, parlarci di Dio, e non venirci a dire cosa fare o non fare, questo viene soltanto dopo. Giacomo e Giovanni – e non si sa bene a quale titolo – si avvicinano a Gesù per chiedere i primi posti accanto a lui, nel suo regno. Gesù rivela loro la logica di Dio, cioè la via della croce, la via del “dono di sé”. Alla gloria di Dio, a Dio, si giunge passando per l’ultimo posto, non per il primo, secondo la logica delle conquiste umane, che sono sempre oppressive: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”. E Gesù, per evitare ogni equivoco, usa la parola “schiavo”, una parola proprio non politically correct, e a quel tempo la parola suonava in tutta la crudezza della verità delle cose, era una parola che faceva paura. Ma questo “farsi ultimo”, “farsi schiavo”, “farsi dono” è tipico dell’amore di Dio verso l’uomo: “Anche il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”. L’Eucaristia, a cui oggi partecipiamo, è il dono di Dio all’uomo, ci invita ad accoglierlo per fare anche di noi un dono agli altri, per farci “missione”. (Pasotti)
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Servire è rinnegare il proprio io
Commento al Vangelo della XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) -- 18 ottobre 2015
Con Gesù si sale a Gerusalemme. Anche questa Domenica… Dovremmo sapere dove stiamo andando, ma forse, come i discepoli, non lo abbiamo compreso sino in fondo. Essi seguivano Gesù, ma erano imbalsamati nella mummia del proprio Io.
Accade anche in noi come quando un computer affetto da virus non riesce a leggere un documento e i caratteri che appaiono sul monitor sono un collage di segni strani e senza logica. Anche le parole più chiare di Gesù subiscono uno stravolgimento ad opera del virus dell'orgoglio e delle superbia, segni dell'uomo vecchio.
Che progetti abbiamo per questa settimana? In famiglia, a scuola, al lavoro, con amici e fidanzati, che cosa speriamo, che cosa desideriamo? E' importante chiedercelo perché, con tutta probabilità, scopriremo che la cesura netta che appare nel Vangelo tra l'annuncio della Passione e della Risurrezione di Gesù e le richieste dei due fratelli figli di Zebedeo, è la stessa che apre le nostre giornate.
Ogni mattina il Signore ci annuncia un giorno di combattimenti, un cammino che conduce a Gerusalemme, alla Croce, per passare alla Resurrezione. Gesù ci prende in disparte e ci annuncia quello che gli deve accadere in noi. Per questo San Paolo scriveva che in lui si completava quello che manca alla Passione di Gesù, quello che manca alla vista degli uomini di questa generazione perché si possano salvare.
Ma a noi, confessiamolo, importa poco. Al risveglio siamo sintonizzati su ben altro canale. Le cose da fare, i soldi, gli amici, i figli, i genitori, gli affetti vari da curare, gli obbiettivi da raggiungere. Ma, quel che è peggio, tutto pensiamo di farlo con Gesù. Giacomo e Giovanni infatti non chiedono un potere empio, senza Dio. No, loro desiderano una cosa santa, regnare con Gesù. Essere alla sua destra e alla sua sinistra. Come noi, che, nelle vicende della vita, desideriamo stare con il Signore, per carità, ci affidiamo a Lui in tutto.
Ma la risposta di Gesù ci fa comprendere che “neanche sappiamo che cosa chiediamo e desideriamo”. La buccia sembra buona, ma è l'interno ad essere marcio. Chiediamo cose sante, ma lo spirito e i criteri sono mondani. Ci sfugge l'essenziale: il calice che Dio ha preparato per il Suo Figlio, e per ciascuno di noi. Infatti quando ci viene presentato, normalmente ce la diamo a gambe.
Ma proprio per questo, anche oggi il Vangelo è per noi una Buona Notizia. Da soli non possiamo nulla. Noi vogliamo che Gesù ci faccia quello che gli chiediamo. Siamo pronti a strumentalizzarlo, come sposi, madri, figli, presbiteri, non vi è differenza. E Gesù ci annuncia che sì, lo berremo il suo calice, che coincide con quello preparato per noi.
Non abbiamo nulla da temere, Lui lo già bevuto! Lui sa come si fa, come si sale sulla croce, come non si scappa, come si entra nella morte. Gesù è in noi davanti alla Croce: "Ora Colui che è il Verbo assume Egli stesso un corpo, viene da Dio come uomo e attira a sé l'intera esistenza umana, la porta dentro la parola di Dio, viene da Dio e fonda così il vero essere uomini. Non è una persona sola, bensì ci rende tutti «uno» in sé, ci trasforma in una nuova umanità... È questa la «sequela» cui Gesù ci chiama: lasciarsi attrarre dentro la sua nuova umanità e dunque nella comunione con Dio." (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, pag.382-383).
Abbandoniamoci a Lui allora, lasciamo che ad ogni risveglio ci annunci il nostro destino, ci attiri nella sua "nuova umanità", battezzandoci nel suo stesso battesimo. Ogni giorno che si schiude è come il fiume Giordano che attende il corpo benedetto del Signore vivo nella nostra carne. La moglie, il marito, i figli, i genitori, gli amici, il fidanzato, i colleghi, e poi la precarietà economica, il mobbing e le incomprensioni sul lavoro, le malattie sempre in agguato, il rifiuto e il disprezzo, il traffico e i contrattempi, sono come i flutti nei quali immergere la nostra vita perché sia distrutto l'uomo vecchio e possa apparire quello nuovo, creato a immagine di Cristo: donarsi a chi reclama la nostra attenzione, il nostro tempo, i nostri schemi, la nostra vita. Spesso violentemente, ingiustamente, senza apparente ragione.
Allora coraggio, nella Chiesa impariamo a scendere nelle acque del Giordano che lambiscono ogni giorno il frammento di terra e di storia che siamo chiamati a calpestare, per riemergervi pronti a ricevere lo Spirito Santo che fa della nostre giornate il compiacimento di Dio, che ci fa figli amatissimi che seminano ovunque lo stesso amore del quale sono ricolmi.
Dare la vita significa, infatti, innanzi tutto deporre nelle acque del battesimo quotidiano l'egoismo, la superbia di chi pretende di condurre e piegare la propria vita e la storia, che giudica Dio per come fa il Padre, il Figlio per il modo così singolare con il quale ci ama e che non ci piace quasi mai, e lo Spirito Santo per non spiegarci tutto e, come Aladino con la sua lampada, non soffiare secondo i nostri desideri.
Servire è rinnegare il proprio io e ogni opera della carne, lasciando che sia crocifisso con Cristo l'uomo vecchio che si corrompe, proprio attraverso le vicende e le persone che il Padre prepara per noi ogni giorno.
Conformati a Lui possiamo vivere un'altra vita nel capovolgimento dei criteri mondani: non possiamo aspettarci nulla dal potere di questo mondo; per quanta indignazione gettiamo nelle piazze, per quanto possiamo impegnarci per la realizzazione di una politica più onesta e giusta, per quanto ci sforziamo di costruire una cultura della legalità, "coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere".
Il Signore conosce il veleno che divora il mondo che lo rifiuta, e con Lui anche i suoi discepoli "sanno" della corruzione che vi si nasconde. Non siamo chiamati alle rivoluzioni violente, nelle piazze come nei condomini, negli uffici o sui campi di calcio dove giocano i nostri figli, nelle scuole e nelle nostre case.
Siamo chiamati, nella Chiesa e con essa, a qualcosa di molto diverso: "tra di voi invece..." dice il Signore, “chiamando a sé” i suoi discepoli. Tra i fratelli nati dallo stesso battesimo, che si accostano e bevono allo stesso calice, ogni relazione è celeste, e per questo capovolta rispetto alle relazioni mondane: tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli, ovunque Il primo è l'ultimo e l'ultimo è il primo, e sembra quasi una gara a perdere, perché, fra i cristiani, vi è la certezza della vittoria di Cristo sulla morte, il demonio e il peccato.
"Fra di voi" è diverso, perché voi siete stati perdonati, rigenerati, risuscitati con Cristo e già siete stati assisi con Lui alla destra del Padre. Non si tratta di un posto di prestigio, perché ciò che sarà nel Regno dei Cieli non è affare nostro.
Ma si tratta di avere lo stesso Spirito del Signore, di regnare già oggi con Lui nella storia perché, seppur non in pienezza, nel battesimo abbiamo già oltrepassato il guado della morte, siamo le primizie dei santi del Cielo, e per questo ci è dato il potere di sottomettere i demoni, la carne e il mondo che così diviene il potere di dare la propria vita.
Si tratta di amare, di regnare come regna Lui, dal Legno della Croce, il battesimo che ci fa ultimi, servi di tutti. Certo si tratta di assumere un combattimento quotidiano contro la carne, il mondo e il demonio: nella Chiesa, le cariche significano la promozione “alla croce; questo è stato promosso all’umiliazione. Questa è la vera promozione. Quella che ci fa assomigliare meglio a Gesù. Sant’Ignazio, negli Esercizi spirituali, ci fa chiedere al Signore crocifisso la grazia delle umiliazioni: Signore voglio essere umiliato, per assomigliare meglio a te. Questo è l’amore, è il potere di servizio nella Chiesa” (Papa Francesco, Omelia a Santa Marta, 21 maggio 2013).
Siamo dunque chiamati alla libertà di chi, abbassato e umiliato nella storia di ogni giorno, dall'ultimo posto, serve e accompagna ogni uomo al Paradiso, all'incontro con Dio, a mostrare e a offrire al mondo la vita "fra di noi", figli nel Figlio.
Il "posto" non conta, il potere e il prestigio non conferiscono nulla e non aggiungono nessun valore, mentre il ruolo nella società ancor meno: servire e amare, donarsi senza riserve è il luogo dove essere autenticamente se stessi, felici, realizzati, colmi della stessa pienezza di Cristo. E' questa la grandezza della nostra vita, perderla per amore, per riscattare chi è perduto: "Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore" (Benedetto XVI, Omelia nella Messa di inizio Pontificato).
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Il potere dell’amore si esercita con il servizio
LECTIO DIVINA di Mons. Francesco Follo
Domenica XXIX del Tempo Ordinario – Anno B – 18 ottobre 2015
1) Un Dio che serve.
Il brano evangelico di questa domenica (Mc 10,35-45) sembra che ripeta alcune parole che Cristo ha già detto in precedenza: “Chi vuole essere grande si faccia servo di tutti” (cfr. Mc 9,35), che però i discepoli continuano a non comprendere, come non capiscono Cristo che annuncia la sua passione. La reazione degli Apostoli alla terza predizione della Passione è peggiore delle precedenti.
Dopo la prima ci fu una discussione tra Gesù e Pietro. Questi pensava ancora secondo gli uomini e non secondo Dio e, quindi, voleva convincere Cristo a non andare a morire.
Dopo la seconda ci fu l’incomprensione di tutti gli apostoli, intenti a litigare su chi fosse il più grande.
Dopo la terza è come se Gesù non avesse detto nulla. Anzi, Giacomo e Giovanni, che Lui prediligeva, invece di fare la sua volontà, vogliono che Lui faccia la loro. In effetti, chiedono a Gesù: “Vogliamo sedere uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (cfr. Mc 10, 37), mentre gli altri si arrabbiano per questa richiesta.
Reazione che non è certamente in linea con l’amore umile, predicato dal Maestro. Gesù paziente raccoglie intorno a sé anche gli altri apostoli e rivolgendosi sia ai due, che cercavano potere e onore, sia agli altri dieci, che erano irritati da questa richiesta forse perché era stata fatta prima che loro potessero fare altrettanto, spiega che l’Apostolo più grande è quello che serve.
Chi è il più grande? Nel Regno di Dio è grande chi serve e il miglior servizio è quello di dare la vita. Già il servire è un po’ morire, è la croce quotidiana. Ma se si accetta questa croce ci uniamo al servizio che Cristo offre a tutta l’umanità, manifestando l’amore gratuito e misericordioso di Dio.
Gesù, con pazienza, insegna che per essere grandi con Lui e come Lui occorre esercitare l’autorità come fa Lui: servendo. “Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Questa frase è il punto di forza dell'intero insegnamento di Cristo. E’ una frase che va molto al di là del semplice esercizio dell’autorità fatto con pazienza, dolcezza e umiltà. E così la commenta l’autore dell’Imitazione di Cristo: “Se vuoi regnare con Gesù, porta con Lui la croce. Solo i servi della croce trovano la via della beatitudine e della vera luce” (cfr. Cap. 56).
Per partecipare alla sua grandezza, Gesù non ci chiede solo di fare come Lui, ma di essere come Lui: servi. “Ognuno può essere grande, perché ognuno può servire. Non è necessario avere una laurea per servire. Non è necessario concordare soggetto e verbo per servire. E' necessario solamente un cuore pieno di grazia” (Martin Luther King), rigenerato dall’amore di Cristo in Croce.
2) L’autorità è di chi ama e l’esercita con il servizio1.
L’autorità nel Cristianesimo è concepita e vissuta come esercizio dell’amore, perché per Cristo chi Lo ama è colui che può e deve guidare gli altri suoi amici, facendosi loro servitore.
E’ questo l’insegnamento che viene dal testo di San Marco che stiamo esaminando oggi. Ai discepoli che chiedono a Gesù di condividere la Sua grandezza, Lui risponde insegnando che la grandezza sta nel servizio e che il servizio è un cammino di croce cioè di dono di sé perché l’amico viva. Non è bello soffrire, ma è doveroso, bello e gioioso “servire” anche se ha come prezzo la rinuncia di sè. “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20,35). Insegnamento, questo, che viene anche da un non cristiano come il poeta indiano Tagore: “Sognavo che la vita fosse gioia. Mi sono svegliato. La vita era servizio. Ho servito e nel servizio ho trovato la gioia”. E la Beata M. Teresa di Calcutta ha completato dicendo: “Dove c’è Dio, lì vi è amore. E dove c’è amore, vi è sempre servizio. Il frutto dell’amore è il servizio. Il frutto del servizio è la pace”.
La vera grandezza, che è quella di Dio, è quella di essere servo dell’amore, perché servire è, nel Nuovo Testamento, la traduzione concreta di amare. Amare vuol dire servire l’altro. Come l’egoismo vuol dire servirsi dell’altro.
Nella mentalità dominante l’autorità è concepita e praticata come potere, quasi sinonimo di dominazione e, in questo senso, essa è il contrario del servizio. Ma teniamo presente che anche Gesù ha goduto di profonda autorità e ha agito con autorità2: eppure Gesù è stato anche colui che nel Nuovo Testamento è presentato, soprattutto ricorrendo all’inno del servo sofferente (Is 52,13-53,12), come uno che ha dato la sua vita per gli altri, esprimendo al massimo grado la verità che non c'è miglior amico di colui che dona la sua vita per gli altri. “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio” (Is 42,1) E’ Dio che parla e presenta il “suo” servo; è Lui che lo ha “scelto”, è Lui che lo sostiene.
Ogni elezione nella Scrittura è sempre in vista di una missione per affrontare la quale c’è bisogno della grazia. Dio dice che il suo servo è “cosa buona” e che ha posto in lui il suo Spirito. “Ascoltatemi, o isole, udite attentamente, nazioni lontane; il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fino dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.”(Is 49,2) Ha reso la mia bocca come spada affilata, mi ha nascosto all'ombra della sua mano, mi ha reso freccia appuntita, mi ha riposto nella sua faretra. (Ibid.)
In sintesi per noi il servo è un uomo, scelto tra gli uomini; non è migliore degli altri né più capace; è Dio che gli va incontro, che lo purifica e lo rende capace di dirgli di sì; la chiamata ad essere santo si concretizza nella missione agli altri, quale inviato di Dio; questa missione consiste soprattutto nell'annunziare la Parola, nel prestare la voce a Dio, nell’essere suo testimone. Secondo il Vangelo, l’autorità è, quindi, una qualifica che Dio dà per un servizio. Se volessimo esprimerci con una pagina del Vangelo di San Giovanni, potremmo rifarci alla lavanda dei piedi, la sera dell'ultima cena nel Cenacolo.
L’episodio della lavanda dei piedi ci rimanda al vangelo di Marco, dove Gesù è preoccupato di non assimilarsi ai grandi della terra: non vuole essere servito, ma servire. Donando la sua vita vuol dimostrare che sa portare sino alle estreme conseguenze la verità in cui crede e la missione che il Padre gli ha affidato. Non solo ma ci vuole far capire che la vita cristiana è vita nella gioia, perché servire Dio, il prossimo, e la Chiesa, dà gioia. “Chi dà agli altri lo faccia con semplicità, chi aiuta i poveri lo faccia con gioia!” (Rm 12, 7-8).
3) L’autorevole servizio delle vergini consacrate3.
Riflettendo su come le vergini consacrate sono grandi e su come esercitino l’autorità dell’amore servizievole, ho pensato che oggi sia importante sottolineare quanto segue. Le vergini consacrate nel mondo dedicano la loro vita e tutte le loro forze di amore a Dio e al suo Regno. Loro testimoniano che ogni vocazione è accoglienza della carità di Dio e risposta a Lui nel servizio degli altri. Esse ricordano la sorgente teologale dell’amore soprattutto attraverso la verginità che richiama quella verginità del cuore e degli affetti che nasce e si alimenta dell’intima e feconda comunione con il Signore.
Questa donne seguono in modo particolare l’esempio della Madonna. Maria Vergine ha risposto Si alla proposta di “essere per l’altro”. Non solo ha capito la portata e la grandezza della chiamata di Dio ma nelle sue parole:” Eccomi sono la serva del Signore” ha interpretato in modo esemplare il vero atteggiamento al servizio chiesto da Dio. Un servizio operoso, silenzioso, che sotto la croce si è fatto cooperante della volontà del Padre, e forse mai come in quel momento sono ancora risuonate nel suo cuore quelle parole: “Eccomi sono la serva del mio Signore”.
Chi ama serve tutti e va in cerca, come Cristo, particolarmente degli esclusi, dei diseredati, dei peccatori, e con la vita casta proclama che Dio li guarda, li ama, li salva.
La loro importanza non è misurata da ciò che essi producono, in termini di efficienza, ma dallo spirito e dallo stile che li anima e dalla comunione ecclesiale che vivono.
La loro è una vocazione al servizio, che mostra mediante la consacrazione e la vita che ne deriva che si può passare da un “io” possessivo ad un “io" oblativo.
Queste donne mostrano come si fa ad amare il prossimo come se stessi. Basta amare Gesù, perché chi ama davvero vuol bene anche a coloro che l’Amato ama.
Questo insegna pure Rito della Consacrazione delle vergini. Grazie a questo Rito la Chiesa celebra la decisione di una donna di donare a Cristo Sposo la propria verginità e, invocando su di lei il dono dello Spirito, la dedica per sempre al servizio cultuale del Signore e a un servizio di amore in favore della comunità ecclesiale e del mondo.
La consacrazione è una risposta alla chiamata di Dio Padre “sorgente purissima da cui scaturisce il dono della integrità verginale”. Per mezzo di Cristo Lui chiama le vergini “per un disegno d’amore […] per unirle più intimamente a sé e metterle alservizio della Chiesa e dell’umanità” (Rito della Consacrazione delle Vergini, n. 29 – Omelia). Per questo la Chiesa invoca su di loro tutte le virtù, grazie e carismi di cui hanno bisogno per vivere la loro vocazione, pregando cosi: “Concedi, o Padre, per il dono del tuo Spirito, che siano prudenti nella modestia, sagge nella bontà, austere nella dolcezza, caste nella libertà. Ferventi nella carità, nulla antepongano al tuo amore; vivano con lode senza desiderare la lode.” (Ibid, n 38 – Dalla preghiera di consacrazione).
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LETTURA PATRISTICA
Sant’Ambrogio da Milano
De fide, 5, 56s., 60-65, 77-84
Quanto è paziente e clemente il Signore; che alta sapienza e benevola carità! Volendo, infatti, far vedere che Giacomo e Giovanni non avevano chiesto una cosetta da niente, ma una cosa tale che non l’avrebbero potuta ottenere, fece ricorso alla prerogativa della benevolenza del Padre; e non temé una derogazione al suo diritto, al diritto di "colui che non credette di fare un torto dichiarandosi uguale a Dio" (Ph 2,6). Amando però i suoi discepoli - "li amò sino alla fine" (Jn 13,1) - non volle dar loro l’impressione che negasse loro quanto chiedevano. Santo e buono il Signore, che preferisce dissimulare il suo diritto, piuttosto che detrarre qualche cosa alla sua benevolenza: "La carità", infatti, "è paziente è benigna, non vuol sopraffare, non si gonfia, non reclama diritti" (1Co 13,4).
Perché finalmente vi rendiate conto che l’espressione "non è cosa mia darlo" vuole suggerire indulgenza più che mancanza di autorità, osservate che, in Marco (Mc 10,40), dove non si parla della madre, non si fa alcuna menzione del Padre, ma è detto soltanto: "Non è cosa mia darlo a voi, ma a coloro per i quali è stato preparato". In Matteo, invece, dove è la madre che prega, vien detto: "Per i quali è stato preparato dal Padre mio" (Mt 20,23); e l’aggiunta "Padre mio" è fatta perché l’amore materno richiedeva una maggiore indulgenza.
Ammettiamo che fosse stato possibile per degli uomini ottenere ciò che si chiedeva, che cosa significa quel: "Non è cosa mia darvi di star seduti alla mia destra o alla mia sinistra" (Mt 20,23)? Che vuol dire cosa "mia"? Più sopra disse: «Ilmio calice lo berrete», poi dice: «Non è cosa "mia"». Il "mio" unito a calice, ci fa luce per capire che cosa vuol dire qui cosa "mia".
Pregato da una donna, come uomo, di far sedere i suoi figli alla sua destra e alla sua sinistra; dal momento ch’ella s’era rivolta a lui, come a un uomo, anche il Signore, solo come uomo, accennando alla sua passione, risponde: "Potete bere il calice, che io berrò?"
Perciò, poiché parlava secondo la carne della passione del suo corpo, volle dimostrare che ci lasciava un esempio di una passione da soffrire nella carne. "Non è cosa mia" va inteso come l’altra espressione: "La mia dottrina non è mia" (Jn 7,16), non è mia secondo la carne, perché le cose divine non sono oggetto del parlare della carne.
Rivelò tuttavia subito la sua indulgenza verso i suoi amati discepoli, chiedendo: «Ma il mio calice lo berrete?». Così, non potendo dar loro ciò che chiedevano, fece un’altra proposta, per poter dir loro un sì, prima di un no; perché capissero ch’era mancata più a loro l’equità nella richiesta fatta, che non la generosità nella risposta del Signore.
"Il mio calice, sì, lo berrete", cioè affronterete la passione della mia carne, perché potete imitare ciò che deriva in me dalla natura umana; vi ho dato la vittoria della passione, l’eredità della croce; "ma non è cosa mia il darvi di star seduti alla mia destra o alla mia sinistra". Non dice semplicemente: "Non è cosa mia dare", ma "darvi", cioè dare a voi. E questo dovrebbe significare che non si tratta di mancanza di potere in lui, ma di merito nelle creature.
Si può anche intendere così: "Non è cosa mia", di me che venni a insegnar l’umiltà, di me che venni non per essere servito, ma per servire; di me, che seguo la giustizia, non favoritismi.
Poi appellandosi al Padre aggiunse: "Per i quali è stato preparato", per dire che il Padre non guarda le raccomandazioni, ma i meriti, perché Dio non fa preferenze di persone (Ac 10,34). Perciò l’Apostolo dice: "Coloro che sapeva lui e che predestinò" (Rm 8,29); prima li conobbe e poi li predestinò, vide i meriti e predestinò il premio...
A ragione, dunque, è ripresa la donna che chiese delle cose impossibili, e domandò che fossero ridotte a speciale privilegio quelle cose che il Signore voleva dare non solo a due apostoli, ma a tutti i suoi discepoli, e non a titolo di una particolare raccomandazione, ma per sua volontaria generosità, come sta scritto: "Voi dodici siederete sopra troni, per giudicare le dodici tribù d’Israele" (Mt 19,28).
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NOTE
1 Si pensi all’episodio in cui dopo la risurrezione, sulla riva del lago di Tiberiade Gesù Cristo chiede a Pietro: “Mi ami tu?”. “Sì”. “Pasci le mie pecore”.
2 E’ proprio Marco che ci riferisce come Gesù sin dall'inizio insegnava con autorità (1,27).
3 L’Ordo Virginum è una forma di vita consacrata; nel Codice di Diritto Canonico è inserita col can. 604 nella parte III “Gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica” (Liber II: “De Populo Dei”): “A queste diverse forme di vita consacrata si aggiunge l’ordine delle vergini le quali, emettendo il santo proposito di seguire Cristo più da vicino, dal Vescovo diocesano sono consacrate a Dio secondo il rito liturgico approvato e, unite in mistiche nozze a Cristo Figlio di Dio, si dedicano al servizio della Chiesa”.