lunedì 11 marzo 2013

Alla riscoperta della solidarietà



(Nicola Gori) È una riflessione quaresimale singolare e innovativa quella proposta in questa intervista al nostro giornale, dal domenicano Wojciech Giertych, teologo della Casa Pontificia: la responsabilità personale e la solidarietà con i più bisognosi si rafforzano laddove lo Stato «non si assume l’onere di provvedere a tutti i bisogni del cittadino, quasi fosse una baby sitter»; è meno invadente; impone meno tasse, dunque rende disponibili più mezzi per la carità; lascia più spazio alla generosità personale e alla liberalità delle donazioni, anzi le favorisce alleggerendo il peso della burocrazia e del fisco. E aggiunge poi che «più lo Stato si indebita ipotecando il futuro delle generazioni, più aumenta la conflittualità sociale».

Benedetto XVI nel suo messaggio per la Quaresima aveva invitato a riflettere soprattutto sul rapporto tra fede e carità. Quale dev’essere il giusto rapporto tra queste due virtù teologali ?
Nella teologia si fa la distinzione tra la fede che non è ancora formata e quella formata dalla carità. La pienezza della fede si raggiunge quando essa è formata dalla carità, e si crede in Deum. Questa particella in nella lingua latina significa essere in movimento, in cammino. La fede nella sua pienezza, quindi, provoca il cammino, il pellegrinaggio, cioè l’andare verso Dio. In pratica, questo significa che il motivo, la ragione formale di tutte delle cose che si fanno è l’amore per Dio. La carità dà la possibilità all’uomo di amare Dio come amico. Questo apre al discorso sugli altri: l’amore e l’amicizia con Dio di conseguenza fanno considerare anche il prossimo come amico di Dio, membro della stessa comunità alimentata dall’amore divino. In questo senso, la fede animata dalla carità cerca di vivere tutte le realtà quotidiane, i rapporti sociali e familiari come un modo per esprimere l’amicizia con Dio, e questa amicizia è esigente, perché deve essere nella verità. D’altronde, è bene ricordare che la fede viene prima della carità, perché non si può essere amici di Dio se non si crede nella sua esistenza.
Come evitare i rischi connessi al fideismo e all’attivismo moralista?
Il fideismo è la convinzione che la fede sia la negazione della ragione. Invece nella fede c’è spazio per le domande, per la ricerca, per la chiarezza del pensiero. Avere fede non significa chiudere gli occhi e credere negando la ragione. La fede è molto più esigente della sola esperienza affettiva; penetra la ragione senza eliminarla e dunque provoca le decisioni, gli atti. L’attivismo morale è un altro tipo di rischio, quando cioè ci si dedica a un’attività senza rapporto con Dio, senza la fede in Lui. Ci sono persone che pensano di dover sempre agire. Talvolta questo atteggiamento è dovuto a qualche ideologia o a qualche reazione politica o a forme di ingiustizia. In questo senso, la prospettiva è solo morale, cioè una reazione al male che si vede intorno a sé e al quale si vuole rispondere. La reazione cristiana, invece, non è solo morale, è prima di tutto teologale, cioè si adatta alla fecondità di Dio. Chi opera per amore di Dio, è spinto dalla fede e dalla carità e così diventa trasparente alla fecondità di Dio stesso. È importante capire che Dio salva il mondo attraverso gli uomini aperti alla sua forza.
Ha ancora senso oggi proporre il digiuno, la preghiera e l’elemosina come pratiche per vivere cristianamente la Quaresima?
La liturgia ripropone questi tre mezzi per ravvivare il rapporto con Dio. Ancora più importante però è il ricordo della possibilità di incontrare Dio attraverso le virtù teologali: fede, speranza, e carità. La tradizione, è vero, parla di preghiera, digiuno ed elemosina, ma si possono trovare anche altri mezzi, più attuali. Si può scrivere qualche frase tratta dalla Bibbia e metterla sulla scrivania in modo che ci ricordi la presenza di Dio. Si può pregare attentamente alle ore fissate. Il digiuno non sia solo in riferimento al cibo, ma anche a televisione, internet, ricerca di piaceri.
Qual è l’antidoto al pericolo dell’“anestesia spirituale” che minaccia la società odierna e rende ciechi dinnanzi alle sofferenze degli altri? 
Direi che non è questa la minaccia più pericolosa perché l’indifferenza verso Dio è ancora peggio, spinge a non cercare Dio e apre la strada al grande problema della mancanza della fede stessa. La fede è un dono di Dio che assicura il contatto con Lui. Dobbiamo fare degli atti di fede durante la giornata, nella preghiera, nella liturgia, per prolungare la prospettiva della mente fuori dei suoi limiti razionali ed entrare nel mistero di Dio. Ogni volta che ci si mette in contatto con Dio attraverso un atto di fede, ci si apre alla sua grazia. Mi sembra che questo è stato dimenticato da molti, è così che prende campo l’anestesia spirituale. Si crede che Dio esista nel cielo, ma non si crede nella possibilità di un rapporto vivo con Lui. Se l’uomo ignora Dio, ignora anche gli altri.
La crisi economica e sociale ha cambiato il senso della solidarietà e della carità?
La crisi economica deve ricordarci che la solidarietà è una risposta di carità ai bisogni degli altri. Dovrebbe portarci a riflettere anche sul senso da dare allo Stato sociale. La mentalità comune crede che lo stato debba essere come una nanny che prende sotto la sua responsabilità l’uomo dalla nascita fino alla morte e gli assicura tutto. Una concezione così assoluta potrebbe però portare alla deresponsabilizzazione del singolo e allo svilimento del concetto di solidarietà. Nella prospettiva cristiana lo Stato non deve essere onnipotente e onnipresente proprio perché è necessario alimentare la solidarietà tra i cittadini e promuovere il principio della sussidiarietà, favorendoli magari con meno burocrazia e meno spese. Infatti, quando ci sono poche tasse c’è più spazio per la generosità e responsabilità personale nella vita sociale. Quando ci sono troppe tasse, invece, c’è l’idolatria dello Stato e si rimette tutto nelle sue mani alimentando così l’indifferenza personale. Questo lo si nota soprattutto nelle nazioni in cui lo Stato diventa sempre più prepotente e presente in tutti campi della vita. E quanto più gli Stati assumono la responsabilità al posto dei cittadini e diventano onnipotenti, tanto più si allontanano dall’etica, perché non è possibile che possano imporre alti valori morali a tutti.
È una critica allo Stato sociale?
No. È una constatazione: dove ci sono poche tasse c’è più spazio per la generosità, fioriscono le donazioni e le persone si sentono più responsabili degli altri. Spero che la crisi economica aiuti a riscoprire e a far rinascere la solidarietà e la sussidiarietà. C’è un grave problema morale, quando gli Stati fanno enormi spese e mettono i debiti sulle spalle delle generazioni future. Mi accorgo che in Europa non si discute molto su questo. È moralmente sbagliato che i bambini non ancora nati, siano obbligati a pagare per le spese consumistiche delle generazioni precedenti. Se i Governi continuano a seguire queste politiche, si arriverà a uno scontro drammatico tra generazioni. Arriverà il momento in cui lo Stato non potrà più dare niente, con ovvie conseguenze. Nella prospettiva dell’etica sociale cattolica, la situazione è migliore, quando lo Stato è meno presente e lascia più spazio alla creatività personale. E poi non bisogna dimenticare che nella visione cristiana della vita la salvezza attesa non è quella che arriva dallo Stato, ma è quella che viene da Dio.
La Quaresima può aiutare l’uomo d’oggi a ritrovare il senso del peccato?
Affermo qualcosa sul quale non tutti sono d’accordo. Osserviamo oggi la separazione della coscienza dal male e dal peccato, dalla fede nella forza della grazia. Non è sparita tanto la percezione del male e del senso di colpa o del senso del peccato, quanto la convinzione che nel sacramento della penitenza c’è il contatto oggettivo con la grazia della redenzione, si è smarrita cioè la coscienza che si può uscire dal peccato attraverso la grazia di Cristo offerta nei sacramenti. È importante riscoprire il Mistero pasquale, prepararsi durante la Quaresima alla Pasqua, riconoscere che Cristo ha già preso sulle sue spalle le conseguenze delle nostre colpe per liberarci.
C’è secondo lei ancora spazio per il silenzio e per la penitenza in un mondo alla continua ricerca dell’efficienza e del successo?
L’efficienza, il successo e la gratificazione del piacere vengono proposte come la salvezza secolare. Questa non è la prospettiva cristiana e si vedono i suoi limiti. Lo Stato e la società non possono offrire una continua gratificazione. Nella visione cristiana lo scopo non è il successo, neanche la perfezione umana; è invece la santità, cioè l’incontro della debolezza umana con la grazia di Dio. Si considera piuttosto la fecondità della grazia che l’efficacia dell’attivismo. L’efficacia si può misurare in ambito economico, ma la fecondità va molto più in là. Quando si offre un bicchiere d’acqua a qualcuno, quale è il beneficio di questo gesto di carità? L’acqua in sé è poca cosa, ma chi la riceve si sente amato, toccato dall’amore autentico e generoso.
L’Anno della fede che stiamo vivendo rappresenta un invito a riscoprire i fondamenti del nostro Credo. In questo senso quanto può essere utile riattualizzare il messaggio del concilio Vaticano II?
Paragonando questo Anno della fede a quello indetto da Paolo VI dopo il concilio c’è una differenza. Immediatamente dopo lo svolgimento del concilio ci fu dello smarrimento, non era più chiaro quali fossero le verità della fede. Si pensava che il concilio aveva cambiato tante cose e anche i dogmi fossero cambiati. Alla fine di questo anno Paolo VI pubblicò l’Humanae vitae per ribadire che la morale non era cambiata. E poi formulò il Credo del popolo di Dio. Oggi abbiamo il Catechismo della Chiesa Cattolica e le encicliche di Giovanni Paolo II che danno chiarezza sulle verità della fede. Questo Anno della fede è stato indetto da Benedetto XVI non tanto allo scopo di chiarire il contenuto della fede, quanto piuttosto a quello di reagire alla mancanza della fede stessa.
 
L'Osservatore Romano, 12 marzo 2013.