Cortile dei gentili a Marsiglia. Ricerca, dialogo e ascolto senza sincretismi.
Pubblichiamo in una nostra traduzione parte di uno degli interventi tenuti a Marsiglia il 6 giugno nel corso della conferenza «Humanismes et Religions» — a cui hanno partecipato anche il filosofo Jean-François Mattéi e il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura — organizzata dall’Institut Catholique de la Méditerranée in collaborazione con l’Académie de Marseille, nell’ambito del Parvis du coeur, il Cortile dei gentili in corso nella città francese. Anticipiamo l’intervento introduttivo che il cardinale Ravasi tiene il 7 giugno al centro diocesano Le Mistral per l’incontro «L’homme en débat: Paul Ricoeur et Albert Camus».
Pubblichiamo in una nostra traduzione parte di uno degli interventi tenuti a Marsiglia il 6 giugno nel corso della conferenza «Humanismes et Religions» — a cui hanno partecipato anche il filosofo Jean-François Mattéi e il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura — organizzata dall’Institut Catholique de la Méditerranée in collaborazione con l’Académie de Marseille, nell’ambito del Parvis du coeur, il Cortile dei gentili in corso nella città francese. Anticipiamo l’intervento introduttivo che il cardinale Ravasi tiene il 7 giugno al centro diocesano Le Mistral per l’incontro «L’homme en débat: Paul Ricoeur et Albert Camus».
(Gianfranco Ravasi) Di fronte a un’assemblea così importante e significativa vorrei descrivere la mia emozione — forse con un po’ di enfasi — ricorrendo a un parallelo ben più grande. L’apostolo Paolo, quando rievoca il suo primo incontro con la comunità di Corinto, metropoli culturalmente raffinata e complessa, vera e propria perla della civiltà greca, confessa il suo turbamento con queste parole: kagò en asthenèia kài en fòbo kài en tròmo pollò eghevòmen pros umàs (1 Corinzi, 2, 3). La stessa trilogia di sentimenti — debolezza umana, timore reverenziale e trepidazione interiore — percorre ora anche il mio spirito, il mio cuore e la mia mente.
Vorrei, perciò, assumere in questo incontro solo un atteggiamento legato a un verbo fondamentale nella tradizione ebraico-cristiana, lo šama‘ – akoùein, l’“ascolto” che è fatto di rispetto, attenzione, adesione. Noi tutti viviamo, infatti, sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte. Per questo, il dia-lògos è necessario, ossia l’incrociarsi (dià) dei percorsi e dei discorsi del lògos, così da realizzare quella coppia di verbi che Pascal intrecciava in modo originale proprio in uno dei suoi Pensieri più “teologici”, il 257 dell’edizione Brunschvicg, ritmato sul chercher-trouver. Come insegnava l’antica sapienza dell’Oriente, la verità è simile al diamante: è una sola, ma ha molte facce.
Proprio per questo, una volta “trovata” una di queste sfaccettature della verità, è necessario riprendere la via della “ricerca”, come suggeriva Jean Cocteau, nel suo Journal d’un inconnu: «Prima trovare, poi cercare». È un po’ quello che avverrà oggi durante questo incontro che mette in scena alcune questioni capitali penultime e ultime dell’essere e dell’esistere. Credenti e non credenti studiano quei profili da angolature diverse; ciascuno di essi ha i piedi ben piantati in un suo “cortile” di ricerca e di scoperta. Ma il dialogo costringe ciascuno a essere methòrios, come il filosofo giudaico Filone Alessandrino definiva in modo illuminante il sapiente, cioè colui che sta sulla frontiera, ben radicato nel suo territorio, ma con lo sguardo che si protende oltre il confine e l’orecchio che ascolta le ragioni dell’altro.
La ricchezza degli orizzonti che si aprono dinanzi a noi impedisce ogni forma di fondamentalismo ed esclusivismo; la luce netta della verità invita, però, a superare anche ogni forma di vago accordo minimalista e sincretista. È ciò che limpidamente affermava Monsieur Gabriel de Broglie, Cancelliere dell’Institut de France, in occasione dell’inaugurazione ufficiale a Parigi del Cortile dei gentili nel marzo 2011: «Le dialogue doit intervenir dans la clarté, sans confusion et sans faux irénisme; il ne doit pas cacher mais plutôt souligner l’identité spécifique de chacun des partenaires du dialogue; il doit enfin avoir lieu sur l’unique terrain où tous peuvent se retrouver, celui de l’humanité commune» («Il dialogo deve nascere nella chiarezza, senza confusione, senza falso irenismo; non deve nascondere ma piuttosto sottolineare l’identità specifica di ciascuno dei dialoganti; si deve infine trovare un legame sull’unico terreno dove può essere trovato, cioè la comune umanità»).
A questo terreno il cristiano si deve presentare con lo statuto epistemologico rigoroso della sua teologia, con la sua visione antropologica elaborata nei secoli attorno ai temi fondamentali della persona, col patrimonio creato dalla cultura, dall’arte e dallo stesso èthos dell’Occidente cristiano. Questo enorme bagaglio di sapere e di esperienza, di verità e di bellezza deve essere posto sul tavolo di fronte al “Gentile” che, a sua volta, imbandirà la mensa del suo incessante “cercare” e dei suoi alti risultati “trovati” alla luce della ragione e della verifica.
Come dicevo, inizia ora per me il momento dell’ascolto partecipe. Mi pare suggestiva un’affermazione di Jean Guitton: ciò che egli affermava del culto vale anche per la ricerca di questa sessione. Se è autentica, essa s’incontra costantemente col numen e col lumen, ossia col mistero e con la dimostrazione, con l’infinito e il definito, con la domanda e l’intelligibilità, appunto col chercher e col trouver.
Ebbene, il Cortile dei gentili, il simbolo spaziale del tempio di Gerusalemme, che è stato adottato dal Pontificio Consiglio della Cultura per raffigurare il confronto tra credenti e non credenti, entrambi in ricerca, aveva un muro divisorio rispetto all’area sacrale templare. L’apostolo Paolo suggestivamente affermava che Cristo è venuto ad «abbattere il muro di separazione che divideva» i due popoli, «facendo dei due una cosa sola» (Efesini, 2, 14). È ciò che si vorrebbe realizzare col «Cortile del cuore» di Marsiglia, che assume in sé oltre alle ragioni della ragione anche quelle pascaliane del cuore, che mette al centro due figure emblematiche come Camus e Ricoeur.
È un confronto condotto con libertà e rigore, senza esclusivismi radicali o sincretismi facili, accettando la sfida di inoltrarsi in terreni ignoti e anche di approdare a porti reciprocamente distanti. Nessuno, però, degli interlocutori uscirà indenne da un simile dialogo serio e fecondo. Il poeta inglese Wystan Auden, nei suoi Shorts, affermava con amarezza: «Bisognosi anzitutto di silenzio e di calore, / produciamo solo freddo e chiasso brutale». Con semplicità e senza grandi pretese i dialoghi, come quello che ora iniziamo, potrebbero offrire il silenzio intenso della riflessione e il calore della speranza.
L'Osservatore Romano
Vorrei, perciò, assumere in questo incontro solo un atteggiamento legato a un verbo fondamentale nella tradizione ebraico-cristiana, lo šama‘ – akoùein, l’“ascolto” che è fatto di rispetto, attenzione, adesione. Noi tutti viviamo, infatti, sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte. Per questo, il dia-lògos è necessario, ossia l’incrociarsi (dià) dei percorsi e dei discorsi del lògos, così da realizzare quella coppia di verbi che Pascal intrecciava in modo originale proprio in uno dei suoi Pensieri più “teologici”, il 257 dell’edizione Brunschvicg, ritmato sul chercher-trouver. Come insegnava l’antica sapienza dell’Oriente, la verità è simile al diamante: è una sola, ma ha molte facce.
Proprio per questo, una volta “trovata” una di queste sfaccettature della verità, è necessario riprendere la via della “ricerca”, come suggeriva Jean Cocteau, nel suo Journal d’un inconnu: «Prima trovare, poi cercare». È un po’ quello che avverrà oggi durante questo incontro che mette in scena alcune questioni capitali penultime e ultime dell’essere e dell’esistere. Credenti e non credenti studiano quei profili da angolature diverse; ciascuno di essi ha i piedi ben piantati in un suo “cortile” di ricerca e di scoperta. Ma il dialogo costringe ciascuno a essere methòrios, come il filosofo giudaico Filone Alessandrino definiva in modo illuminante il sapiente, cioè colui che sta sulla frontiera, ben radicato nel suo territorio, ma con lo sguardo che si protende oltre il confine e l’orecchio che ascolta le ragioni dell’altro.
La ricchezza degli orizzonti che si aprono dinanzi a noi impedisce ogni forma di fondamentalismo ed esclusivismo; la luce netta della verità invita, però, a superare anche ogni forma di vago accordo minimalista e sincretista. È ciò che limpidamente affermava Monsieur Gabriel de Broglie, Cancelliere dell’Institut de France, in occasione dell’inaugurazione ufficiale a Parigi del Cortile dei gentili nel marzo 2011: «Le dialogue doit intervenir dans la clarté, sans confusion et sans faux irénisme; il ne doit pas cacher mais plutôt souligner l’identité spécifique de chacun des partenaires du dialogue; il doit enfin avoir lieu sur l’unique terrain où tous peuvent se retrouver, celui de l’humanité commune» («Il dialogo deve nascere nella chiarezza, senza confusione, senza falso irenismo; non deve nascondere ma piuttosto sottolineare l’identità specifica di ciascuno dei dialoganti; si deve infine trovare un legame sull’unico terreno dove può essere trovato, cioè la comune umanità»).
A questo terreno il cristiano si deve presentare con lo statuto epistemologico rigoroso della sua teologia, con la sua visione antropologica elaborata nei secoli attorno ai temi fondamentali della persona, col patrimonio creato dalla cultura, dall’arte e dallo stesso èthos dell’Occidente cristiano. Questo enorme bagaglio di sapere e di esperienza, di verità e di bellezza deve essere posto sul tavolo di fronte al “Gentile” che, a sua volta, imbandirà la mensa del suo incessante “cercare” e dei suoi alti risultati “trovati” alla luce della ragione e della verifica.
Come dicevo, inizia ora per me il momento dell’ascolto partecipe. Mi pare suggestiva un’affermazione di Jean Guitton: ciò che egli affermava del culto vale anche per la ricerca di questa sessione. Se è autentica, essa s’incontra costantemente col numen e col lumen, ossia col mistero e con la dimostrazione, con l’infinito e il definito, con la domanda e l’intelligibilità, appunto col chercher e col trouver.
Ebbene, il Cortile dei gentili, il simbolo spaziale del tempio di Gerusalemme, che è stato adottato dal Pontificio Consiglio della Cultura per raffigurare il confronto tra credenti e non credenti, entrambi in ricerca, aveva un muro divisorio rispetto all’area sacrale templare. L’apostolo Paolo suggestivamente affermava che Cristo è venuto ad «abbattere il muro di separazione che divideva» i due popoli, «facendo dei due una cosa sola» (Efesini, 2, 14). È ciò che si vorrebbe realizzare col «Cortile del cuore» di Marsiglia, che assume in sé oltre alle ragioni della ragione anche quelle pascaliane del cuore, che mette al centro due figure emblematiche come Camus e Ricoeur.
È un confronto condotto con libertà e rigore, senza esclusivismi radicali o sincretismi facili, accettando la sfida di inoltrarsi in terreni ignoti e anche di approdare a porti reciprocamente distanti. Nessuno, però, degli interlocutori uscirà indenne da un simile dialogo serio e fecondo. Il poeta inglese Wystan Auden, nei suoi Shorts, affermava con amarezza: «Bisognosi anzitutto di silenzio e di calore, / produciamo solo freddo e chiasso brutale». Con semplicità e senza grandi pretese i dialoghi, come quello che ora iniziamo, potrebbero offrire il silenzio intenso della riflessione e il calore della speranza.