giovedì 6 giugno 2013

L'attenzione perduta




Il terribile fatto che ci ha offerto la cronaca di ieri, con l’ennesima morte accidentale di un bambino dimenticato in macchina, e il dolore assoluto dei genitori del piccolo Luca pesano su di noi come un macigno. La disattenzione che è alla base di questo dramma, che purtroppo potrebbe ancora ripetersi, è un campanello di allarme molto forte che non possiamo più ignorare.
L’evoluzione tecnologica degli ultimi trent’anni, infatti, ci ha proiettati con troppa rapidità in un ritmo di vita per il quale il nostro corpo e la nostra mente non erano ancora preparati.
In un mondo ciecamente devoto al progresso, ci siamo convinti di essere solo cultura e che proprio questo nostro essere cultura ci permettesse rapidamente di adattare la nostra vita alle nuove esigenze. Il tragico episodio di Piacenza ci parla probabilmente di qualcosa di diverso.
Le galline sono in grado di riconoscere solo una ventina di loro simili, quelle che solitamente sono destinate ad incontrare nella loro vita nel pollaio. Quando questo numero viene superato, ogni nuova gallina che arriva viene percepita come nemica e dunque attaccata. Il mondo che ci vuole solo esseri culturali nasconde in realtà una grande fragilità. Noi siamo frutto dell’evoluzione: se la nostra storia fosse una torta, la cultura ne sarebbe una meravigliosa e spessa guarnizione, ma non l’essenza stessa.
La base della torta è la natura, e la natura porta con sé delle leggi per ognuna delle specie. Anche l’uomo ha la sua etologia, ed è questa etologia, costituita da migliaia di anni di evoluzione parallela-di natura e cultura -ad essere stata scardinata negli ultimi trent’anni. Scardinata nei suoi comportamenti, nelle tappe della vita, nei ritmi della quotidianità, nel lento fluire del pensiero. È stata la nostra capacità di attenzione e di concentrazione a costruire nei secoli quel che noi chiamiamo cultura.
Ci è voluta attenzione e concentrazione per capire i ritmi della terra e dare via all’agricoltura. E ancora attenzione, e concentrazione sono state necessarie per costruire, ad esempio, il Duomo di Orvieto, senza l’aiuto di macchine, computer, colate di cemento. Eppure, se lo si guarda, non c’è dettaglio o ornamento che non sia perfetto. L’attenzione è il pilastro portante della nostra vita ma, per esistere nella sua feconda creatività, ha bisogno di radicamento, di profondità, di una direzione univoca verso cui andare.
L’irruzione delle tecnologie di comunicazione veloce degli ultimi vent’anni ha completamente frantumato la nostra capacità di attenzione profonda.
Siamo attenti, sì, terribilmente attenti, ma solo ai crepitii di superficie, agli squilli, ai cinguettii, ai led luminosi, sempre pronti alla risposta, sempre raggiungibili da tutti e sempre terrorizzati di perdere quell’onda che ci tiene connessi col mondo virtuale che ci circonda. Ma questo nostro essere eternamente connessi ci ha portato inevitabilmente a vivere in uno stato di continuo allarme. Il nostro cervello è fatto per la profondità e la lentezza, allontanarlo da questa condizione non può che metterlo in uno stato di grande instabilità.
Non si tratta di essere contro la tecnologia, ma di capire quanto la tecnologia serva a noi e quanto noi, invece, siamo destinati ad essere servi della tecnologia. Senza attenzione profonda, uno scrittore non riesce a scrivere un libro, un poeta una poesia, uno scienziato fare una scoperta.Senza attenzione profonda si disgregano anche i rapporti umani, perché quel che costruisce i rapporti umani è soltanto l’amore, e l’amore non è altro che una forma di attenzione prolungata nel tempo. (S. Tamaro)
Fonte:  Corriere della Sera