Nuovo documento sulla situazione di profughi e sfollati.
(Antonio Maria Vegliò, Cardinale presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti) Essere vicini ai rifugiati presuppone vedere, toccare, assaporare e persino sentire l’odore della loro situazione, facendosi carico della loro causa. Guardarli negli occhi e conoscere i loro sentimenti, ascoltando le loro speranze e la loro disperazione. Un’esperienza del genere non lascia indifferenti e non è che il primo passo per intraprendere adeguate prese di posizione nel dibattito politico.Il nuovo documento Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate — che viene presentato giovedì 6 maggio — riflette la situazione di rifugiati, sfollati, apolidi e vittime delle diverse forme di traffico di esseri umani. Questo titolo già indica che la natura della migrazione forzata è cambiata. Uomini, donne e bambini sono costretti a lasciare le loro case per molte ragioni diverse, per cui è diventata meno evidente la differenza tra migrazione forzata e migrazione volontaria per motivi di lavoro. Nello stesso tempo, l’atteggiamento di molti governi si è fatto più rigido. E questo impone una riflessione, dato che apparentemente al centro delle decisioni politiche le misure di deterrenza hanno preso il sopravvento sugli incentivi per il benessere delle persone. Sembra che la priorità sia data alle strategie per tenere lontani profughi e sfollati. La sola presenza di rifugiati o di persone deportate è sentita come problema, invece di tener conto delle ragioni per cui sono stati costretti a fuggire. Di pari passo, inoltre, troviamo anche un’opinione pubblica sempre più diffidente e tutto questo sta minacciando lo spazio di protezione.
La risposta corretta non sta nella chiusura delle frontiere. I Paesi dovrebbero garantire i diritti dei rifugiati e agire secondo lo spirito della Convenzione del 1951, andando incontro a chi è nel bisogno, accogliendolo e trattandolo come si farebbe con cittadini autoctoni.
La comunità internazionale, in verità, si è dimostrata attenta ad alcuni di questi problemi, in particolare verso la situazione dei rifugiati. Tuttavia, al giorno d’oggi gli impegni sottoscritti non sono sempre onorati, per cui si verificano complicate condizioni per coloro che fuggono e, talvolta, realtà di cruda miseria. I governi dovrebbero rispettare i loro diritti, mentre dovrebbero essere altresì individuati ulteriori approcci per le persone coinvolte nelle migrazioni forzate. Fatti del presente e del futuro esigono risposte che dovrebbero soddisfare i bisogni delle persone sradicate e promuovere e ripristinare la loro dignità. La protezione deve essere garantita a tutti coloro che vivono in condizioni di migrazione forzata, tenendo conto di esigenze specifiche, che possono variare dal permesso di soggiorno per le vittime del traffico di esseri umani alla possibilità di accedere alla cittadinanza per gli apolidi. Questa realtà, poi, tocca da vicino anche le comunità cristiane, come Papa Francesco ha affermato lo scorso 24 maggio, nell’udienza ai partecipanti alla ventesima plenaria del nostro Pontificio Consiglio: «non dimenticate la carne di Cristo che è nella carne dei rifugiati: la loro carne è la carne di Cristo!».
La situazione dei rifugiati e degli sfollati è un indice di rilevazione del livello di civiltà in cui si trova il mondo. In effetti, essi sono i suoi barometri. Il semplice fatto che esistano profughi e rifugiati mira alle cause della migrazione forzata: si tratta di violazioni dei diritti umani, che avvengono in condizioni di oppressione politica, persecuzioni, conflitti violenti, sfollamenti a causa di catastrofi naturali, progetti di sviluppo e, forse in misura sempre più elevata, come conseguenza dei cambiamenti climatici. In aggiunta, vi è il traffico di esseri umani, che potrebbe essere ancor più vicino alle nostre vite di quello che pensiamo. Dopo tutto, le società sono collegate fra loro da rapporti commerciali e, non di rado, questi si basano sulla produzione di beni realizzati in condizioni di sfruttamento, quasi di schiavitù, che finiscono nei negozi a basso prezzo, come risultato del lavoro forzato, che è una delle tante forme del traffico di persone.
A ben vedere, comunque, non parliamo di statistiche e non intendiamo suggerire differenti prospettive teoriche su tale questione. Resta il fatto che oggi più di cento milioni di persone sono coinvolte nella migrazione forzata. Ci riferiamo a persone con sogni e desideri, che provano anche paure e preoccupazioni. Ma c’è una differenza fondamentale: essi sono stati costretti a lasciare il loro ambiente familiare. Ognuno di loro ha una fisionomia e una storia.
Per quanto riguarda, in particolare, la situazione umanitaria in Siria e nei Paesi circostanti, c’è da rilevare che essa diventa sempre più precaria ogni giorno che passa, dal momento che gli eventi si stanno deteriorando. In Siria, 4,5 milioni di persone sono diventati sfollati interni, mentre 6,8 milioni di persone versano in condizioni di grave necessità. Al presente si contano 80.000 morti. Il massiccio esodo di rifugiati sta scuotendo i Paesi vicini come un terremoto. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) ha registrato più di 1,6 milioni di rifugiati siriani nei Paesi limitrofi. Libano, Giordania e Turchia ospitano rispettivamente almeno 470.000, 465.000 e 330.000 rifugiati registrati. Il numero ufficiale dei profughi, però, deve essere senza dubbio molto più alto. La questione dei rifugiati siriani ha preso l’avvio nei Paesi circostanti come problema di rifugiati urbani. Essi dovevano condividere gli stessi servizi per l’istruzione e l’assistenza sanitaria. Sul mercato del lavoro dovevano competere con la popolazione locale, anche se ufficialmente non erano autorizzati a lavorare. In principio erano ospitati presso famiglie in luoghi diversi. Naturalmente questo ha reso le cose più complicate per l’Acnur e per le organizzazioni non governative (ong), con difficoltà a raggiungerli. Inoltre, le razioni di cibo o i servizi d’assistenza dovevano essere forniti in modo diverso. Ora si stanno sviluppando metodi innovativi per raggiungere i rifugiati “urbani”, includendo servizi di posta e di messaggistica informatica riguardante la distribuzione degli aiuti, l’accesso a internet e filmati sui diritti dei rifugiati, linee telefoniche per rispondere alle urgenze e la distribuzione di carte di credito per consentire ai rifugiati di ottenere contributi finanziari. Tuttavia, gli appelli delle agenzie delle Nazioni Unite non sono sufficientemente finanziati dalla comunità internazionale e non bastano a soddisfare i bisogni.
Diverse famiglie raccontano storie strazianti. Ognuno ha sperimentato fatti dolorosi. Alcuni hanno perso i familiari, che sono stati rapiti o hanno subito violenze. La mancanza di un reddito adeguato provoca gravi inconvenienti nel pagamento dell’affitto, nell’acquisto di viveri e nell’affrontare costose cure mediche. Le stanze d’abitazione sono in comune e diventano subito sovraffollate. Spesso si tratta soltanto di ambienti di ripostiglio, umidi, non riscaldati e non arredati. Non è raro che le famiglie vivano in due o tre camere, dove trovano alloggio 20 persone, che devono risparmiare anche sul cibo. Gli interventi medici non possono essere pagati e, così, per i malati gravi si apre la porta della morte. Per sopravvivere, la gente fa lavori saltuari, per lo più senza avere i documenti in regola. Le famiglie sono costrette a svendere ciò che hanno per trovare un luogo di riparo e comprare da mangiare, anche se questo può significare vendere un prezioso anello nuziale e altri gioielli.
Molte famiglie cadono nell’indigenza e si trovano a confronto con scelte impossibili, associate a ulteriori nuovi rischi: lo sfruttamento, compreso il lavoro minorile, la prostituzione pur di sopravvivere, nozze forzate e il matrimonio con spose bambine. Ciò riflette le loro condizioni sociali ed economiche. Vi sono uomini adulti che non sono in grado di lavorare e provvedere al sostentamento delle loro famiglie, soffrono di depressione, ansia e malattie croniche. I bambini, poi, sono vittime di atti di violenza, traumatizzati e vivono nella paura svegliandosi ogni notte di soprassalto.
Con il prolungarsi dei tempi, gradualmente nascono attriti con la popolazione locale. Recentemente molti hanno perso il lavoro, rimpiazzati da rifugiati siriani disposti a lavorare per una frazione del salario che dovrebbero ricevere. La crescente tensione complica i rapporti tra la popolazione locale e i rifugiati.
Le ong e le parrocchie offrono assistenza alimentare ai rifugiati. I volontari visitano le singole famiglie e stilano un elenco dei loro bisogni. Inoltre li incoraggiano a mantenersi in contatto con la parrocchia locale.
Situazioni come queste, che toccano casi concreti di rifugiati, richiamano una serie di temi descritti nel documento. I Paesi limitrofi hanno dischiuso generosamente i loro confini, li hanno tenuti aperti e hanno accolto i rifugiati. Questo è esattamente ciò che chiedeva la Convenzione sui rifugiati del 1951. Altrove, invece, vi sono Paesi, e purtroppo non sono esclusi quelli Europei, che chiudono la frontiera di fronte ai disperati che fuggono, senza curarsi della loro domanda di protezione. L’accesso alla procedura d’asilo, infatti, deve ancora essere garantita. I Paesi dovrebbero rispettare i diritti di coloro che sono costretti a scappare, dovrebbero aiutare quelli che versano in grave necessità, accoglierli e, in tal modo, onorare gli obblighi della Convenzione che hanno sottoscritto.
Le organizzazioni caritative di ispirazione cattolica, impegnate in questo ambito, spesso sono diventate dipendenti a motivo della loro ricerca di finanziamento, a volte persino in concorrenza tra loro. Il rischio che le Organizzazioni caritative diventino donor driven, invece di essere mission-driven, di fatto può mettere in discussione la loro identità.
Inoltre, bisogna prendere in considerazione anche le esigenze di situazioni post-conflittuali e la ricostruzione del Paese, in cui tutte le persone devono vivere insieme. Questo richiede che la comunità possa gestire e orientare lo sviluppo, superando le esperienze traumatiche e soprattutto rispondendo alle sfide del reinserimento e del ristabilimento di un focolare domestico, nel contesto di divisione sociale, nella costruzione della riconciliazione. Solo così tutti potranno convivere nel medesimo Paese.