mercoledì 12 marzo 2014

Con lo stile di Geremia

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Le domande di Bergoglio. 

(Dario E. Viganò) Una Chiesa povera per i poveri; siate pastori con l’odore delle pecore; basta con le chiacchiere e le logiche della corte: ascisse e ordinate del cammino di conversione che Papa Francesco dal momento della sua elezione chiede alla Chiesa di oggi.

Papa Benedetto, quasi come testimone, aveva già indicato l’urgenza della conversione durante l’omelia del mercoledì delle ceneri dello scorso anno: «Anche ai nostri giorni, molti sono pronti a “stracciarsi le vesti” di fronte a scandali e ingiustizie — naturalmente commessi da altri — ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio “cuore”, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta». Papa Francesco all’incontro con i preti di Roma ha detto: «Mi viene in mente che alcuni di voi mi hanno telefonato, scritto una lettera, poi ho parlato al telefono... “Ma Padre, perché lei ce l’ha con i preti?”. Perché dicevano che io bastono i preti! Non voglio bastonare qui».
Molti sono stati in questo anno i richiami di Francesco alla Chiesa perché si renda disponibile alla conversione, perché fugga la maldicenza, la calunnia e gli idoli del denaro. Richiamo alla conversione, percorso di riforma puntuale e precisa che non si configurano come un atto d’accusa mispat che conduce al giudizio e alla condanna del colpevole. Piuttosto è una pedagogia che ha i tratti del rib cioè un procedimento contraddittorio che ha come scopo la consapevolezza del colpevole sul male commesso e conduce al perdono.
È il profeta Geremia che ci aiuta a comprendere la dinamica del rib, del richiamo che conduce a ristabilire la relazione di fedeltà con Dio. Nei primi capitoli, il profeta fa memoria del tempo nel quale Israele viveva un legame fedele a Dio, ma ora quel legame si è allentato. Geremia usa la metafora dell’amore sponsale: Israele è la sposa di Adonai sposo. I due vivono un progressivo estraneamento, e così il Signore prende la parola: rimprovera Israele che non aveva alcun motivo per allontanarsi da Dio che lo aveva guidato nella terribile esperienza del deserto, facendogli gustare i prodotti della terra. In Geremia ascoltiamo la voce dello sposo che si sente tradito, e che non riesce a darsi pace: non capisce perché la sua donna abbia preferito seguire fantasmi inutili. Lasciare il proprio uomo per cercare affetto e fecondità negli amanti: per Geremia è abbandonare la sorgente per accontentarsi di cisterne screpolate. Ma questo è quanto pensa lo sposo, Dio. Cosa pensa invece Israele, la sposa? Il profeta ci introduce nel cuore della donna attraverso «Tu hai detto...». La donna afferma: «Non lo servirò». Dunque la sposa ha spezzato il legame con Dio per un istintivo bisogno di libertà (come il figlio della parabola del padre misericordioso). Per la donna la dipendenza è insopportabile, eppure lei non vuole ammetterlo: nega, si ostina, non permette che alcuno la consideri contaminata. Per questo lo sposo, Dio, mostra a Israele i segni della sua prostituzione lasciati sulla strada. Non si tratta di rinfacciare perché sarebbe una vittoria inutile e lascerebbe la propria donna nell’errore. Lo sposo diviene offensivo e questo porta la sposa a non negare più, ma a ribattere con sfacciataggine i propri impulsi. Sembra di essere giunti a un momento di non ritorno, quello in cui le voci si accavallano senza incontrarsi.
Ma è proprio a questo punto che l’amore di Dio si manifesta: in questo tentativo esasperante di continuare a litigare, Dio mostra che la sua collera è, paradossalmente, il segno estremo di interesse. Quando non ci si adira più, quando non si prende più fuoco è perché l’altro non conta più nulla ed è uscito dalla sfera del suo desiderio. La questione del ritorno/conversione per Geremia è più un desiderio di Dio che non un desiderio dell’uomo. All’allontanamento, Geremia fa seguire la dinamica del ritorno attraverso l’interrogatorio.
Nella procedura del riv che ha lo scopo di convincere l’altro nella propria colpa, non sono le affermazioni a determinare il tono del discorso ma le domande perché la domanda vuole provocare l’attenzione dell’altro. Vuole coinvolgerlo perché presti ascolto alle accuse e, rispondendo, riconosca la verità dell’accusa stessa. Papa Francesco nella sua comunicazione di prossimità spesso rivolge direttamente domande alle persone.
Nella storia narrata da Geremia, la domanda è se la sposa desidera tornare al legame di fedeltà con il proprio sposo. La risposta è negativa, ma Dio non si da per vinto. Anche se il rapporto sembra irrimediabilmente compromesso, si spalanca la via del perdono. Il ritorno impossibile all’uomo è possibile perché Dio è Dio.
E in questo Geremia compie un passaggio dalla metafora sponsale a quella paterna. I due registri simbolici — matrimonio e paternità — mostrano diversi aspetti dell’alleanza.
La sposa, Israele, il popolo, la comunità dei credenti è ora trattata con tenerezza e pazienza. La vita della sposa dipende dalla misericordia originaria di Dio. Non si tratta di un ritorno a una situazione iniziale come se nulla fosse successo. Il perdono di Dio non sottovaluta la gravità della rottura ma, allo stesso tempo, apre la possibilità di una nuova creazione, una relazione nuova con persone che non sono più quelle di prima. Quello che Dio crea con il perdono è una nuova alleanza, che è cosa diversa dal semplicemente aggiustare l’alleanza di prima. Con il perdono Dio oltrepassa ogni pretesa ed emerge come protagonista assoluto.
Il perdono viene annunciato e promesso a Israele ancora ribelle, perché il perdono non è la conseguenza del riconoscimento del proprio male, ma la condizione previa che genera il pentimento. Il perdono chiede il desiderio. Il desiderio di Dio è quello di suscitare il desiderio dell’uomo, e il desiderio non ha come oggetto qualcosa ma qualcuno. È il desiderio di essere desiderato.
Dio accetta di sottoporsi al desiderio dell’uomo di essere da lui desiderato. Si comprende il Vangelo della misericordia che Papa Francesco continuamente pone al centro del proprio magistero: «Senza sminuire — si legge nell’Evangelii gaudium —il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno. Ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile. Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà. A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute».

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Giovanni Maria Vian: "Una grande gioia"

Attento al tempo della Chiesa e al significato profondo della liturgia cristiana, Benedetto XVI aveva scelto con cura il momento dell’annuncio di una decisione clamorosa, presa molto tempo prima. La dichiarazione di rinunciare al pontificato fu collocata così a ridosso dell’inizio della quaresima, periodo penitenziale che da mezzo secolo i Papi aprono con una settimana di silenzio e meditazione per gli esercizi spirituali. Settimana che, un anno dopo, coincide suggestivamente con il primo anniversario dell’elezione del suo successore, in ritiro con i suoi collaboratori più stretti. E si può essere certi che Francesco viva come un segno questa singolare circostanza.

 Di quella sera piovosa e fredda i ricordi sono tanti e diversi, ma — nella novità senza precedenti di un vescovo di Roma preso «quasi alla fine del mondo» — il tratto più nuovo nelle sue prime parole, tanto meditate quanto semplici, è senz’altro la preghiera insieme ai fedeli. E al Padre nostro, all’Avemaria e al Gloria per il suo predecessore seguì quella silenziosa del popolo per invocare sull’eletto la benedizione di Dio. Solo allora il successore dell’apostolo Pietro benedì «tutti gli uomini e le donne di buona volontà», per congedarsi con l’annuncio che all’indomani sarebbe andato dalla Madonna per chiedere la protezione sulla città.
Un anno è trascorso dall’annuncio della «grande gioia» (gaudium magnum) e proprio la dimensione del rapporto con Dio è quella in cui meglio si comprende il pontificato di Francesco. Come il Papa spiega quasi ogni giorno quando commenta la Scrittura e ricorda che la misericordia di Dio non si stanca di chiamare ogni persona umana (miserando atque eligendo), come accadde con lui in un settembre ormai lontano, ma così vivo nel ricordo da sembrare ieri.
Saranno gli storici ad approfondire una successione papale che non ha precedenti nelle vicende della Chiesa di Roma, ma già adesso sembra chiaro che è stato il gesto esemplarmente umano e cristiano di Benedetto XVI — protagonista di un pontificato grande e importante, per molti svelato dalla sua conclusione — a preparare l’elezione dell’arcivescovo di Buenos Aires. La riflessione sulla rinuncia del Papa ha così predisposto i cardinali a un ascolto profondo dell’intervento di Bergoglio nei giorni precedenti il conclave e convinto gli elettori dell’urgenza di una Chiesa sempre più missionaria e sempre meno autoreferenziale.
La fumata bianca levatasi dalla Sistina si è così stagliata nel buio e nella pioggia di una fredda sera romana disperdendo ancora una volta calcoli e pronostici, non solo giornalistici. Nell’annuncio di un pontificato che si è incamminato con decisione sulla via del rinnovamento. In continuità con quello iniziato e richiesto dal concilio mezzo secolo fa, per coinvolgere in questo cammino la Chiesa intera. Che non vuole restare chiusa nei propri recinti, ma testimoniare la gioia e la speranza del Vangelo alle donne e agli uomini di oggi.


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Sulla Civiltà Cattolica. Parole chiave

Sette tessere per comporre il volto di un Papa seminatore umile e l’immagine di una Chiesa in divenire. Anche la Civiltà Cattolica celebra l’anniversario del 13 marzo e, nell’editoriale del numero in uscita, ricostruisce i primi dodici mesi di pontificato attraverso sette tratti caratteristici. Quello di Bergoglio — si legge — è innanzitutto un «pontificato profetico» nel senso che rilegge il divenire del tempo alla luce del messaggio evangelico.

Una Chiesa immersa nell’oggi e che perciò — siamo alla seconda parola chiave — punta all’«incontro», alla qualità della comunicazione, alla valorizzazione di ciascuno come portatore di valori positivi. Quello di Francesco è poi un pontificato «drammatico», con una visione militante, tipicamente ignaziana, in una lotta contro la mondanità e contro il demonio che si gioca sempre sul terreno della misericordia. Dio infatti si fa trovare ovunque — ecco perché occorre il «discernimento», altra parola chiave — «e non solamente in perimetri ben definiti». Ed essere uomini di discernimento, spiega l’editoriale, significa per il Papa essere uomini dal «pensiero aperto». Francesco non ha un piano teorico e astratto da applicare alla storia ma un disegno «che prende forma per gradi che si traduce in termini concreti, in azione». Così, nella «tensione fruttuosa tra spirito e istituzione» (perché la Parola sfugge alle nostre previsioni e rompe gli schemi), quello attuale si manifesta come un pontificato «di frontiera e di sfide». La domanda più radicale di Francesco è infatti: «Come annunciare il Vangelo oggi a chiunque, qualunque sia la sua condizione esistenziale?», e il suo modello è Emmaus: «accompagnare le persone stando loro accanto». La Chiesa non deve avere paura di scendere in strada e di confrontarsi con quelli che «più che problemi, sono sfide da affrontare».
L'Osservatore Romano