mercoledì 12 marzo 2014

La trappola del linguaggio del mondo

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Gli esercizi spirituali della Curia romana ad Ariccia. 

Il linguaggio del mondo è una trappola nella quale non deve cadere chi vuole testimoniare l’amore di Dio, quell’amore cioè sul quale è possibile costruire la comunità, vivere in comunione e glorificare Dio con la carità. E l’uomo di oggi, purtroppo, è ancora alla ricerca del linguaggio giusto, cioè il linguaggio di Cristo.

Che non era il linguaggio della forza o del potere — ha notato questa mattina, mercoledì 12 marzo, monsignor Angelo De Donatis aprendo ad Ariccia la quarta giornata degli esercizi spirituali con Papa Francesco e la Curia romana — ma il linguaggio della debolezza, facilmente comprensibile da tutti, soprattutto da quelli che fanno esperienza della sofferenza.
«Gesù — ha sottolineato — era un ottimo comunicatore» pur senza fare mai «discorsi che volevano persuadere a tutti i costi»; e riusciva a farsi capire e a comunicare l’amore profondo di Dio per l’uomo, perché le sue parole non si basavano sulla «sapienza del mondo» ma sulla sapienza di Dio. L’unica sapienza, ha detto il predicatore, grazie alla quale possiamo riuscire a conoscere la grandezza dei doni che Dio ci ha fatto. E a offrirli a nostra volta agli altri, testimoniando così, con la carità, la vera gloria di Gesù.
Nella riflessione di martedì pomeriggio monsignor De Donatis era tornato all’episodio dell’indemoniato raccontato dal Vangelo di Marco e approfondito nella precedente meditazione. Aveva sottolineato il fatto che costui, una volta liberato dal demone, era divenuto il primo missionario: andava infatti per le strade e raccontava cosa aveva fatto Gesù per lui. Poi il predicatore aveva analizzato il passo successivo del racconto di Marco (5,25-34), quello in cui si narra l’incontro di Gesù con l’emorroissa. E della donna aveva individuato due gesti particolarmente significativi: la disperazione per la sua malattia senza speranza, ma anche per l’impurità che le era attribuita dalla religione ebraica a causa delle sue perdite di sangue con cui, si affermava, contagiava tutto ciò a cui si accostava; e la salvezza ottenuta da Gesù solo per aver creduto in lui, dunque per la fede dimostrata con quel suo fugace sfiorare il mantello che egli portava sulle spalle, convinta che ciò l’avrebbe comunque salvata.
È quello che capita anche oggi — ha notato monsignor De Donatis commentando l’episodio — quando il peccato si insinua nell’uomo: egli sta morendo ma la religione non gli consente di salvarsi. Ecco il simbolismo dell’emorroissa: condannata dalla sua religione e salvata dall’incontro con la misericordia di Gesù, al quale si accosta con fede. La fede, ha detto il predicatore, è proprio nel contatto con Cristo vivo.
Oggi, ha lamentato, noi costruiamo impalcature enormi per arrivare a Cristo ma non riusciamo a incontrarlo. Forse perché, ha concluso, seguiamo troppo le cose del mondo. E non pensiamo al senso profondo del nostro battesimo, che rappresenta il momento in cui entriamo nella Chiesa. Forse, ha detto, non riflettiamo a sufficienza sul fatto che vi entriamo da morti, uccisi dal peccato, e ne usciamo da vivi grazie al sangue di Gesù versato sulla croce per darci nuova vita.
Dunque noi, ha ripetuto monsignor De Donatis, non facciamo nulla per salvarci: fa tutto Dio. Per questo dobbiamo abbondantemente ringraziarlo perché ci fa rinascere. E per salvarsi è sufficiente camminare con Cristo; anzi, ha precisato, in mezzo a Cristo, cioè non davanti a lui ma con lui. E ha concluso con un invito: «Non lasciatevi saccheggiare di Dio».
L'Osservatore Romano