Aperto il convegno pastorale diocesano di Roma.
Un confronto aperto, a cinque voci, su luci e ombre della catechesi a Roma per la preparazione alla comunione e alla cresima. Sono stati proprio il vescovo di Roma con il suo vicario generale, un parroco e due catechisti a dar vita a questo dialogo, aprendo il convegno pastorale diocesano nel tardo pomeriggio di lunedì 16 giugno, nell’aula Paolo VI. I contenuti del confronto sono ripresi nella giornata di martedì 17, a partire dalle ore 19, in tredici laboratori che si tengono al Laterano. Il terzo e conclusivo momento del convegno — il cui tema centrale è «Un popolo che genera i suoi figli. Comunità e famiglia nelle grandi tappe dell’iniziazione cristiana» — sarà lunedì 15 settembre, sempre al Laterano.
Ad aprire il dibattito è stato il cardinale vicario Agostino Vallini presentando a Papa Francesco i dodicimila presenti, «tutti impegnati nella trasmissione della fede attraverso gli itinerari di iniziazione cristiana». Tutta la diocesi «si è preparata — ha detto il porporato — a questo convegno pastorale studiando e cercando di fare nostro lo spirito e la passione per il Signore Gesù che anima l’esortazione apostolica Evangelii gaudium e gli orientamenti in essa contenuti che abbiamo accolto com una vera luce sul nostro cammino di Chiesa». L’obiettivo, come si legge proprio nell’esortazione del Papa, è «avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno», nella convinzione «che quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale».
Il cardinale Vallini ha quindi riconosciuto che «generare alla fede le nuove generazioni non è né scontato né facile». Infatti «il contesto sociale e culturale di avanzata secolarizzazione domanda il coraggio di rimettere in discussione modelli di catechesi e prassi pastorali che oggi non rispondono più alla sensibilità del nostro tempo». E, ha rilevato, «le famiglie, affannate da tanti problemi, non sempre sono vicine alla comunità ecclesiale né attente al bene spirituale dei loro figli».
Ed ecco che «dopo aver dedicato due anni alla pastorale battesimale e all’accompagnamento dei genitori che chiedono il battesimo per i loro figli», registrando «una nuova sensibilità pastorale», il convegno di quest’anno, ha affermato il vicario generale, «vuole interrogarsi sull’impegno della comunità e della famiglia nelle grandi tappe dell’ammissione alla mensa eucaristica e della confermazione dei bambini e dei ragazzi». Dunque, ha detto al Papa, «vogliamo riflettere con lei sulla nostra identità di popolo che genera i suoi figli, perché vogliamo essere per tutti, e in modo particolare per i bambini, i ragazzi e le loro famiglie, una Chiesa madre che evangelizza, comunicando e condividendo la straordinaria bellezza della vita del Vangelo».
Il canto Veni, creator Spiritus ha introdotto gli interventi di don Gianpiero Palmieri, parroco di San Frumenzio ai Prati Fiscali, e di due catechisti, Ada e Pierpaolo, che hanno dato voce alle esperienze maturate sul campo. I loro interventi non hanno nascosto i limiti della catechesi e della pastorale per i ragazzi e le loro famiglie. E hanno rimarcato anche gli aspetti nuovi e positivi, «frutto della stagione ecclesiale nata dal vento dello spirito del concilio Vaticano II».
In particolare, ripercorrendo quanto avvenuto a Roma e in Italia, don Palmieri ha indicato due eventi centrali: la pubblicazione del documento base della catechesi nel 1970, e l’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi firmata da Paolo VI nel 1975. A Roma poi, secondo don Palmieri, hanno avuto un ruolo importante le prime scuole di formazione per i catechisti, il Sinodo diocesano concluso nel 1993, la missione cittadina per il Giubileo del 2000 e, da ultimo, la risposta all’«emergenza educativa» indicata da Benedetto XVI.
Per don Palmieri oggi si avverte «una certa stanchezza» nella pastorale, anche perché «la parrocchia non si è trasformata fino in fondo come avremmo sperato». Per di più abbiamo di fronte quella che viene definita «la prima generazione incredula», cresciuta nel mondo dell’informatica. Invece «nelle parrocchie c’è un invecchiamento» e soprattutto «una fuga dall’impegno comunitario». È tempo di prendere atto, ha detto il parroco di San Frumenzio, che è definitivamente «tramontato il tradizionale processo di comunicazione della fede». Resta comunque il fatto «che, al di là di tutte le analisi pessimistiche, il Vangelo nudo si diffonde da sé». E un forte sostegno in proposito, ha concluso, viene proprio dalla predicazione di Papa Francesco, accolta anche da non credenti, e dall’Evangelii gaudium «che è l’Evangelii nuntiandi degli anni duemila!».
Quindi, a nome dei catechisti, Ada ha parlato di «entusiasmo e realismo senza pessimismo», di «sfide e opportunità». Riguardo alla preparazione della prima comunione, «ci sono limiti nonostante gli sforzi». Infatti «l’incontro con i bambini non è sempre felice», forse anche perché «nelle parrocchie non c’è un clima caldo e accogliente» come dovrebbe essere sempre in una comunità cristiana aperta «verso tutti e soprattutto verso i più piccoli». A volte, ha fatto notare Ada, la parrocchia appare «un freddo ufficio burocratico». Lo stile, invece, dovrebbe essere quello di «una vera tenerezza» e del coinvolgimento diretto delle famiglie, proponendo anche a loro il Vangelo e andando comunque oltre «vecchi modelli di apprendimento scolastico».
Due soluzioni pratiche, ha suggerito la catechista, potrebbero essere quelle di imboccare decisamente «la via della bellezza» e di fare un uso consapevole dei «nuovi strumenti tecnologici». Insomma, non bisogna scoraggiarsi e neppure accontentarsi del «si è fatto sempre così».
L’analisi di Ada è stata ripresa quindi da Pierpaolo, che ha affrontato in particolare la questione della catechesi in preparazione alla cresima, rivolta ai ragazzi tra i dodici e i quattordici anni. E ha presentato un dato eloquente: la metà dei ragazzi dopo la comunione non continua il percorso di catechesi verso la cresima. Non si è riusciti a creare dunque «itinerari permanenti di fede in ogni parrocchia». Ma, è stato notato, la continuità maggiore si registra laddove a fare catechismo sono giovani o giovani coppie.
L’impressione, ha affermato Pierpaolo, è che «questa sia anche la prima generazione di adolescenti abbandonati a se stessi anche dalla Chiesa». Sono «giovani di cui anche la comunità cristiana sembra aver deciso di non interessarsi perché non prendono parte al percorso di iniziazione cristiana».
È ora perciò, ha aggiunto il catechista, di «scrollarci dal nostro torpore» cercando «forme e modi nuovi di evangelizzare» che tocchino realmente «le grandi questioni che interessano i giovani». In sostanza «ai bambini sappiamo ancora parlare, invece con gli adolescenti sembra che ci manchino le parole giuste». Una strada affascinante, è il suo suggerimento conclusivo, potrebbe essere la proposta «di vivere esperienze di carità e servizio».
Nel suo discorso Papa Francesco ha quindi ripreso quanto emerso dagli interventi del cardinale Vallini, di don Palmieri e dei due catechisti. «Le sue indicazioni saranno ora studiate nei laboratori centrati su tredici temi specifici» spiega monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico diocesano. L’incontro nell’aula Paolo VI è proseguito con il canto Tu sei Cristo, eseguito dal coro della diocesi di Roma che celebra i suoi trent’anni di attività, e si è concluso con le intercessioni di preghiera e la recita del Padre Nostro. La benedizione del Pontefice e il canto dell’antifona mariana hanno chiuso la prima giornata del convegno, che è stato anche interamente tradotto nella lingua dei segni per i tanti disabili presenti.
L'Osservatore Romano