sabato 7 giugno 2014

Succede oggi. Scuola


di Sara Nevoso 
Succede oggi che ho finalmente incontrato uno studente di liceo, Roberto, lo studente che nessuno credeva potesse esistere, ma che all’improvviso ho avuto la fortuna di intervistare. Ecco, qui di seguito, quello che mi ha detto.
“So che è una domanda retorica, fatta e rifatta, ma voglio chiedertelo: cosa ti aspetti dalla scuola?”
“In effetti questa domanda ormai sembra uno scherzo. Chissà a quanti studenti l’hanno fatta e chissà quante risposte inutili o svogliate. Oggi io sono in buona, prepari carta e penna, ho intenzione di dilungarmi.
Mi aspetto che i miei insegnanti abbiano coraggio, nel senso che siano stra convinti di quello che ci dicono, ma così convinti da convincere  un po’ anche noi.
Mi aspetto che non mandino i loro figli alle private, mi aspetto che mi dicano cosa vogliono da me e che poi mi sappiano dire se sono stato in gamba oppure no, mi aspetto che abbiano voglia di insegnarmi tutto quello che sanno, perché quello che và a scuola per forza sono io, non  loro.
Mi aspetto che qualcuno di loro abbia il coraggio di andare contro corrente. Per me andare contro corrente non significa farci leggere romanzi pornografici, non significa nemmeno raccontarci che “gay è bello e normale” perché questo è “seguire la corrente”.
Contro corrente per me sarebbe un insegnante in grado di dirci che esige che andiamo vestiti tutti con polo e pantaloni, che non sopporta i cappellini appoggiati alla testa, che odia la vita bassa, che non gli interessano le scollature vertiginose delle ragazzine, così non dovrei preoccuparmi ogni mattina di mettermi qualcosa che mi salvi da prese in giro, risatine e quantìaltro.
Mi aspetto che i miei insegnanti sorridano, che siano in forma, che non siano stanchi per aver parlato due, tre o quattro ore.
Mi aspetto che non facciano scioperi perché io proprio lo sciopero degli studenti non lo reggo, non sappiamo nemmeno dove siamo girati e da anni quando ci chiedono le nostre ragioni rispondiamo con il solito disco incantato: “basta finanziamenti alle scuole private, vogliamo più infrastrutture e più laboratori tecnici”.
Mi aspetto che la prof. di italiano alzi la voce quando legge Dante e riesca a non farmi addormentare, perché non ci credo che Dante è magico solo se lo legge Benigni.
Mi aspetto che dopo aver ascoltato storia, filosofia, fisica o qualunque altra materia mi obblighino a fare domande perché non devono crederci quando rispondiamo che non ne abbiamo, noi siamo pieni di domande, ma forse diamo per scontato che le risposte non ci soddisferanno.
Mi aspetto che mi giudichino, mi aspetto che mi facciano credere che posso migliorare, che posso capire, che non devo gettare la spugna, che qualche volta potrei anche riuscire ad essere il migliore, e sarebbe una bella sensazione.
Mi aspetto che i miei insegnanti non mettano mai il cellulare sulla cattedra, mi aspetto che siano in grado di farsi ascoltare, che ci facciano pensare che sapere tutto quello che sanno loro deve essere fantastico; ma che ancora più fantastico è trasferirlo quel sapere, riversarlo sulle nostre menti che si fidano di loro ma spesso vengono tradite.
Mi aspetto la passione, l’entusiasmo, la freschezza, le emozioni, perché non ci credo che solo i ragazzi della De Filippi sanno far piangere se cantano o se saltano; non ci credo che preparare un piatto con ingredienti di stagione sia più appagante che apparecchiare una mente nella sua stagione più fertile.
Mi aspetto che mi dicano che non va bene tutto, ma che qualcosa va meglio di qualcos ‘altro, che, ad esempio, fare il medico con passione, salvare vite umane, è meglio che fare il provino per il Grande Fratello.
Mi aspetto che mi dicano che devo provarci, sempre e comunque, che le scorciatoie non si prendono, che la strada è lunga, che non devo mai pensare che non arriverò da nessuna parte, ma devo sempre puntare lontano.
Mi aspetto che mi dicano cosa devo fare, che mi riempiano la testa di doveri e meno di diritti, perché, forse non gli è chiaro, ma io non so cosa fare, davvero!
Mi aspetto che ogni tanto si facciano da parte e chiamino i miei genitori in causa, li coinvolgano e non cerchino in ogni modo di trasformarmi in un campione del XXI secolo: “abbandonato dalla famiglia e rieducato dalla scuola”.
Mi aspetto che nell’ora di religione parlino di religione e non di tolleranza o di apertura della mente, perché io voglio sapere davvero tutto di Dio e dell’Aldilà, non mi crede nessuno ma mi interessa, ne ho bisogno.
Mi aspetto che mi facciano capire che insegnare a gente come me, è bello, è appagante, è importante, è il sogno che avevano fin da quando erano piccoli, e non che sono in classe solo perché,diciamolo, dove lo trovano un altro lavoro con tre mesi di ferie?
Da grande vorrei insegnare, nonostante la scuola che frequento e gli insegnanti che incontro, ma non a queste condizioni.
Magari cambierò idea, ma spero di no, ci tengo a poter dire la mia”.
Insomma ho raccolto un accorato appello agli insegnati di oggi, non tutti è chiaro, ma sicuramente a coloro che davvero ho sentito lamentarsi perché sfiancati dai consigli di classe, che davvero hanno deciso di mandare i loro figli alle scuole private, che davvero confessano  di aver scelto questo mestiere solo per le agognate ferie.
E’ Roberto che non esiste, almeno non quello che ha rilasciato questa intervista, ma chissà che in qualche angolo remoto non ve ne sia più di uno.
Io ci credo.
Roberto, se ci siete, battete un colpo, anzi, fate un gran casino.