mercoledì 11 marzo 2015

A tavola si cambia il mondo



Cibo e spiritualità francescana. 

Verso l’Expo. S’intitola Cibo che nutre. Per una vita sana e santa la lettera che il ministro generale dei frati minori conventuali ha indirizzato ai circa quattromila francescani in vista dell’ormai prossima Expo di Milano, appuntamento che intende mettere a fuoco la questione riguardante il cibo per tutti in relazione alla sostenibilità del pianeta. Il documento, redatto in quattro lingue — italiano, inglese, spagnolo, polacco — verrà pubblicato integralmente sulla rivista «Vita Consacrata». Ne anticipiamo ampi stralci.(Marco Tasca) La gente considera i francescani persone frugali, anche nella tavola, e soprattutto fratelli universali attenti alle necessità di tutti, in particolare dei poveri. Siamo noi all’altezza di questa fama? Possiamo in qualche modo ripensare in modo creativo i nostri stili di vita, di alimentazione, i criteri con cui usiamo dei beni della terra? L’idealità che ci spinge a voler cambiare il mondo comincia da gesti semplici e quotidiani, condivisi e fraterni, assunti come segni della benedizione che Dio riversa su di noi e attraverso di noi sul mondo intero.
Questa mia lettera vuole essere la prima di una serie dedicata alla solidarietà e agli stili di vita. Non solo per testimoniare al mondo che la sequela profetica trasforma l’esistenza e la apre al dono di sé, ma anche perché tra di noi, a ogni livello — singolo frate, convento, provincia, circoscrizione, ordine — vi sia la dovuta attenzione alle necessità dei più “piccoli”, singoli e collettività.
Mai, nella storia dell’umanità, si è prodotto tanto cibo come ai nostri giorni e mai come oggi i problemi in rapporto al cibo sono stati così critici: mentre più di 800 milioni di persone patiscono ancora la fame, circa 1,5 miliardi di persone sono sovrappeso e di queste più di 500 milioni soffrono di obesità. La fame e l’obesità globali — alle quali non si intende assolutamente attribuire pari drammaticità — sono però sintomi di un unico problema, di un rapporto negato e negativo con il cibo, di privazione o di sopravvalutazione dello stesso. Riflettere sulla complessità di questi intrecci, impedisce di mettere noi stessi dalla parte della soluzione del problema, che sarebbe in altro luogo, lontano o limitato ad alcuni Paesi o situazioni marginali.
L’occasione di una riflessione di questo genere è offerta da un evento internazionale quale l’Expo di Milano 2015, dal titolo suggestivo: Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. L’evento, che si svolgerà dal 1° maggio al 31 ottobre 2015 , intende mettere a fuoco le importanti questioni del cibo e del nutrimento per tutti in rapporto alla sostenibilità del pianeta. Nella doppia prospettiva della Food safety, o garanzia della genuinità dei prodotti alimentari consumati, e della Food security, vale a dire l’accesso di tutti al cibo e all’acqua necessari per il proprio bisogno, in modo da sconfiggere definitivamente la piaga della fame nel mondo.
Nutrirsi e nutrire, sono due gesti che fanno l’intelaiatura della vita e nel loro ripetersi garantiscono la sua sussistenza. Anche se la routine ci ha sottratto questo senso profondo, il cibo è ciò che ci strappa alla morte, rivelandoci la limitatezza dell’esistenza umana, il fatto di essere creature bisognose e dipendenti. Il cibo, poi, non nutre solo il corpo, ma consolida e custodisce le relazioni, le arricchisce e le qualifica. Anche per questo il pane non è mai solo pane, ma rimanda al rapporto buono o malato che noi intratteniamo con il mondo, le cose, gli altri vicini e lontani, con il nostro e l’altrui corpo. Nutrirsi e nutrire esprime anche una separazione dei tempi, a seconda della densità di significato e di importanza che questi hanno in rapporto alla vita personale e comunitaria. Vi sono i pasti quotidiani, quelli festivi e i tempi di digiuno, che consistono in una privazione temporanea del cibo o in una diminuzione nell’assunzione dello stesso. Se il cibo della festa, in abbondanza e quasi in eccesso, è una intensificazione dell’offerta di alimenti e di bevande che ha come obiettivo il “fare festa”, il digiuno rimanda al vero nutrimento, quello fraterno e spirituale, mentre normalmente il cibo è realtà quotidiana la cui verità è il percepirlo, tanto o poco che sia, come dono.
In tutte le nostre comunità, prima di sedersi a tavola il guardiano intona una preghiera alla quale tutti si uniscono. Si tratta, in genere, di una preghiera breve, anche perché il momento della mensa comune è in molti luoghi preceduto dalla recita dell’ora media o dei vespri. Non va però sottovalutata l’importanza di questa orazione prima dei pasti, che ha la funzione di mettere in atto, innanzitutto, un salutare — anche se momentaneo — distacco dal cibo già presente e non ancora condiviso. Attraverso il distanziamento della benedizione viene simbolicamente superata ogni avidità, ogni ingordigia, ogni aggressività: esso, infatti, collega a Dio e ai fratelli la realtà del cibo, leggendone la provenienza (da Dio, appunto) e la destinazione (per tutti i presenti e non solo) insieme alla bontà: «Infatti ogni creazione di Dio è buona e nulla va rifiutato, se lo si prende con animo grato, poiché esso viene reso santo dalla parola di Dio e dalla preghiera» (1 Timoteo, 4, 4-5). Il cibo è così identificato nella sua qualità profonda di dono del tutto positivo ricevuto e da ridonare, di cui non ci si può appropriare a scapito degli altri. Orientandoci oltre l’ingratitudine, quella superficialità che ci fa considerare quanto riceviamo come scontato; oltre l’autosufficienza, che ci illude di bastare a noi stessi; ma anche oltre l’indifferenza, che neutralizza l’altro poiché giudica la sua presenza troppo ingombrante e al limite competitiva.
«Egli dà il cibo a ogni vivente, perché il suo amore è per sempre». Così il Salmo 136, 25 descrive la premura di Dio verso ogni creatura, non solo umana. Ogni vivente ha diritto a ricevere la sua parte di cibo, e Dio stesso è impegnato affinché a nessuno manchi il necessario. Non a caso il miracolo più raccontato nei Vangeli — per ben sei volte — è quello della moltiplicazione dei pani, in seguito al quale Gesù offre cibo a gente affamata. Oggi il pane per tutti, il cibo necessario al sostentamento garantito per ogni uomo, non è ancora realtà. Nel nostro mondo la tragedia della fame è purtroppo di casa, per cui «una delle sfide più serie dell’umanità è la tragica condizione nella quale vivono ancora milioni di affamati e malnutriti» (Papa Francesco, messaggio per la giornata mondiale dell’alimentazione, 16 ottobre 2013). Resta di attualità la parabola del ricco epulone (cfr. Luca, 16, 19-31) che «indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti».
L’inclusione sociale, la qualità delle relazioni, il riconoscimento della pari dignità e degli stessi diritti è il fine ultimo della solidarietà e della condivisione dei beni. Se non si risolveranno i problemi dei poveri — sostiene Papa Francesco — non si potranno risolvere i problemi del mondo, anzi, di più, nessun problema globale potrà essere davvero risolto (cfr. Evangelii gaudium, n. 202). Come? Con una «Chiesa povera per i poveri», è la risposta dei cristiani insieme con Papa Francesco: e se il secondo aspetto — per i poveri — è stato sempre praticato con grande generosità, il primo — Chiesa povera — è stato poco considerato fino a oggi, sia teologicamente che pastoralmente.
Per i francescani vale la stessa prospettiva, nel senso che va superata la lettura della povertà intesa solo come virtù personale, per recuperarne il fondamentale aggancio cristologico e la sua esplicitazione ecclesiale (cfr. Lumen gentium, n. 8), così come la sua carica di umanizzazione personale in vista della solidarietà con ogni fratello.
L'Osservatore Romano