
(Marcello Filotei) Questa è la storia di un ragazzo di dodici anni che nel 1949, solo per un anno, frequentò il Colegio Wilfrid Barón de los Santos Ángeles a Ramos Mejía, nel Gran Buenos Aires. Ma anche quella di due salesiani, Enrique Pozzoli, che lo aveva battezzato e guidato spiritualmente per molti anni, e Cayetano Bruno, che del giovane ha raccolto confidenze fatte di timori, convinzioni, dubbi, certezze, rimorsi, rimpianti. Cose che accadono alle persone che vivono intensamente.
Il ragazzo è diventato prima gesuita, poi vescovo, arcivescovo, cardinale e ora è Papa, ma il suo rapporto con i salesiani e con don Bosco è sempre rimasto vivo. E proprio di questo legame parlano quattro lettere — due inedite, delle quali una in stralcio in questa pagina, e due già pubblicate dall’Osservatore Romano — che Jorge Mario Bergoglio inviò in diversi periodi al suo amico padre Bruno. Le quattro missive sono state ritrovate nel 2012 nell’Archivio centrale salesiano di Buenos Aires e ora sono pubblicate integralmente nel volume Papa Francesco e don Bosco (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2015, pagine 157, euro 14) pensato da Alejandro León con la finalità di «avvicinarsi all’incontro tra don Bosco e Papa Francesco con approccio semplice ma completo», soprattutto «partendo dalle radici salesiane della sua famiglia, dalla sua immersione nelle vicende storiche in cui gli toccò vivere e rileggendo via via la sua esperienza salesiana, in modo da permetterci di illuminare la dimensione ecclesiale del carisma salesiano come dono e sfida».
Già dalla prima lettera, quella del 20 ottobre 1990 (pubblicata dall’Osservatore Romano del 23-24 dicembre 2013), emerge chiaramente il rapporto profondo, quasi intimo, sicuramente molto personale, con padre Pozzoli che lo battezzò il giorno di Natale del 1936 e da allora è sempre rimasto nella sua vita. È lui la persona, «molto legato alla famiglia Sivori, la famiglia di mamma», alla quale «ci si rivolgeva ogni volta che c’era un problema, o quando si aveva bisogno di un consiglio».
E sarà così anche all’arrivo della vocazione, esattamente il 21 settembre 1954: «Mi hanno buttato giù dal cavallo. Ho conosciuto P. Carlos B. Duarte Ibarra a Flores (la mia parrocchia). Mi sono confessato con lui per caso (...) e lì — senza che io stessi nel banco delle imposte come il santo del giorno [Matteo] — mi aspettava il Signore “miserando et eligendo”. Lì non ho avuto dubbi che dovevo essere sacerdote». Passa del tempo, ma «a casa non sono convinti» e allora si ricorre all’amico di famiglia: «Poiché capivo su chi sarebbe finito il conflitto, andai da P. Pozzoli e gli raccontai tutto. Esaminò la mia vocazione. Mi disse di pregare e di lasciare tutto nelle mani di Dio. Mi diede la benedizione di Maria Ausiliatrice. Ogni volta che recito il “Sub tuum praesidium...” mi ricordo di lui».
Ma subito dopo aver finito questo racconto, Bergoglio torna a scrivere. Il giorno stesso aggiunge altre cinque cartelle dove raccoglie alcuni «ricordi salesiani», in particolare quelli relativi alla sua frequentazione del Colegio a Ramos Mejía che «creava, attraverso il risvegliarsi della coscienza nella verità delle cose, una cultura cattolica che non era per nulla “bigotta” o “disorientata”. Lo studio, i valori sociali di convivenza, i riferimenti sociali ai più bisognosi (...), lo sport, la competenza, la pietà... tutto era reale, e tutto formava abitudini che, nel loro insieme, plasmavano un modo di essere culturale. Si viveva in questo mondo, aperto però alla trascendenza dell’altro mondo».
E subito il ricordo va agli anni in cui quegli insegnamenti sono stati messi in pratica. In particolare agli anni di San Miguel, dove nel 1976 era stata trasferita la Curia provinciale. Lì, racconta Bergoglio, «vidi i quartieri senza cura pastorale; ciò mi preoccupò e iniziammo a seguire i bambini; il sabato pomeriggio insegnavamo catechismo, poi giocavano, ecc. Mi resi conto che noi Professori avevamo il voto d’insegnare la dottrina a bambini e ignoranti, e cominciai io stesso a farlo insieme agli studenti. La cosa andò crescendo; si edificarono 5 chiese grandi, si mobilitarono in modo organizzato i bambini della zona (...). Allora venne l’accusa che questo non era un apostolato proprio dei gesuiti; che io avevo salesianizzato (sic!) la formazione». Ma i rilievi vengono rispediti al mittente: «Mi accusano di essere un gesuita pro-salesiano, e forse ciò fa sì che i miei ricordi siano un po’ di parte... ma resto tranquillo perché il mio interlocutore di questo momento è un salesiano pro-gesuita, e lui saprà discernere le cose».
E il rapporto con padre Bruno, il salesiano pro-gesuita, continua e cresce. Qualche anno dopo, il 18 maggio 1986, una nuova riflessione è affidata proprio al suo giudizio attraverso una lettera incentrata sulla figura del «sig. Zatti (del quale sono divenuto molto amico) in riferimento alla mancanza di Fratelli Coadiutori». Nel 1976, racconta Bergoglio, «nel corso di una visita che feci ai missionari gesuiti nel nord dell’Argentina, sostai nell’arcidiocesi di Salta per un paio di giorni. Lì, tra una chiacchiera e l’altra, mons. Pérez mi parlò della vita del sig. Zatti. E mi diede anche da leggere il libro della sua vita. Mi colpì la figura di Coadiutore così piena. Da quel momento sentii che avrei dovuto chiedere al Signore, per intercessione di questo grande Fratello Coadiutore, che ci inviasse delle vocazioni. Feci delle novene e chiese ai novizi di farle».
E le preghiere diedero dei frutti se è vero che, come prosegue la lettera, «da quando abbiamo iniziato le invocazioni al sig. Zatti sono arrivati 18 Coadiutori giovani che hanno perseverato, oltre ad altri 5 che hanno lasciato il noviziato o lo juniorato». Anche degli abbandoni Bergoglio è grato sottolineando che quelli che sono rimasti «sono giovani che vogliono essere Coadiutori come Sant'Ignazio voleva che fossero, senza che gli “si indorasse la pillola”».
E non indora la pillola il futuro Papa, nemmeno quando affronta il difficile problema della conquista dell’America da parte degli europei. È ormai il 15 ottobre del 1992 quando il vescovo Bergoglio torna a scrivere a padre Bruno, anteponendo poche righe di presentazione all’omelia che aveva tenuto tre giorni prima durante il Te Deum per il quinto centenario della cattedrale di Buenos Aires. È una disamina asciutta la sua: «Come il frumento cresce insieme alla zizzania, la Croce piantata in San Salvador giunse insieme alla passione degli uomini, la più grande e la più contrastata. Insieme al peccato giunse la grazia».
Ma se non c’è spazio per la retorica, ce n’è per la speranza del popolo americano che «non separa la sua fede cristiana dai suoi progetti storici, ma nemmeno li contamina con un messianismo rivoluzionario».
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Il cardinale Robert Sarah ricorda don Bosco. Ma non è lotta di classe
«C’è chi vorrebbe una Chiesa impegnata pienamente nella lotta di classe e chi la vorrebbe fuori di ogni classe. La Chiesa è invece Chiesa nella misura in cui è accanto all’uomo e annuncia tutto il vangelo, perché questa è la sua missione, e per questo è stata, è e forse sarà perseguitata». Ci sono diversi riferimenti all’attualità nell’omelia che il cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha pronunciato nei giorni scorsi in una parrocchia della periferia di Roma.
Si tratta di San Giovanni Bosco in via Tuscolana e l’occasione è stata una duplice ricorrenza: il cinquantesimo anniversario dell’elevazione della basilica a diaconia — e l’attuale diacono dal 2010 è proprio il porporato africano — e il bicentenario della nascita del fondatore dei salesiani.
Proprio riflettendo sul carisma del santo piemontese, il cardinale Sarah ha fatto notare come la storia insegni «che la Chiesa non è stata mai perseguitata per le opere sociali che ha promosso, ma per l’annuncio del Vangelo, per una liberazione che inizia dal corpo e non si ferma al corpo, ma abbraccia tutto l’uomo per fare della sua vita e della sua storia, una storia di salvezza». Del resto, ha aggiunto, «portare Gesù e il suo vangelo agli uomini è la missione principale della Chiesa. Perché solo il vangelo guarisce gli ammalati, gli indemoniati e tutti quelli che sono a letto con la febbre dell’indifferenza religiosa e sono diventati schiavi di idoli moderni e spiriti malvagi». E proprio «questo invito ad annunciare il vangelo della grazia di Dio — ha sottolineato il porporato — ha spinto san Giovanni Bosco a curare i ragazzi oppressi dalla povertà, senza educazione e senza dignità di vita, né speranza».
Dopo aver ricordato che fu Paolo VI nel 1965 a elevare la parrocchia di Cinecittà a diaconia cardinalizia, il celebrante ha spiegato che «tener presente il modo con il quale don Bosco ha amato il Signore, aiuta a vivere con maggior amore, fedeltà ed entusiasmo il rapporto con il Signore». Egli infatti «ha dedicato in modo unico e speciale il suo ministero sacerdotale ai giovani», offrendo «amorevole attenzione ai tanti orfani e abbandonati che incontrava per i quartieri poveri della sua città».
Attualizzando il discorso, il cardinale Sarah ha evidenziato che il fondatore dei salesiani «non si è lasciato vincere dalla globalizzazione dell’indifferenza» — più volte denunciata da Papa Francesco — la quale «già iniziava a prendere piede» nell’Ottocento; al contrario «ha aperto le braccia ai bisogni di tanti ragazzi, offrendo loro la possibilità di vivere con dignità». Egli, ha aggiunto, «non riusciva a vedere i giovani abbandonati al proprio destino», obbligati «a rinunciare all’educazione scolastica, per il fatto che erano costretti a lavorare per procurarsi innanzitutto il pane quotidiano con cui sfamarsi». Infatti, «scommettere sui giovani, sulla loro retta educazione, sia culturale sia spirituale, vuol dire coltivare il desiderio di un futuro ricco di speranza e in grado di ridare all’uomo maggiore dignità». Insomma don Bosco ha preso sul serio la missione di annunciare il vangelo anche con le opere, perché — ha concluso il cardinale Sarah citando il Papa — solo «il vangelo è capace di cambiare le persone».
L'Osservatore Romano
Si tratta di San Giovanni Bosco in via Tuscolana e l’occasione è stata una duplice ricorrenza: il cinquantesimo anniversario dell’elevazione della basilica a diaconia — e l’attuale diacono dal 2010 è proprio il porporato africano — e il bicentenario della nascita del fondatore dei salesiani.
Proprio riflettendo sul carisma del santo piemontese, il cardinale Sarah ha fatto notare come la storia insegni «che la Chiesa non è stata mai perseguitata per le opere sociali che ha promosso, ma per l’annuncio del Vangelo, per una liberazione che inizia dal corpo e non si ferma al corpo, ma abbraccia tutto l’uomo per fare della sua vita e della sua storia, una storia di salvezza». Del resto, ha aggiunto, «portare Gesù e il suo vangelo agli uomini è la missione principale della Chiesa. Perché solo il vangelo guarisce gli ammalati, gli indemoniati e tutti quelli che sono a letto con la febbre dell’indifferenza religiosa e sono diventati schiavi di idoli moderni e spiriti malvagi». E proprio «questo invito ad annunciare il vangelo della grazia di Dio — ha sottolineato il porporato — ha spinto san Giovanni Bosco a curare i ragazzi oppressi dalla povertà, senza educazione e senza dignità di vita, né speranza».
Dopo aver ricordato che fu Paolo VI nel 1965 a elevare la parrocchia di Cinecittà a diaconia cardinalizia, il celebrante ha spiegato che «tener presente il modo con il quale don Bosco ha amato il Signore, aiuta a vivere con maggior amore, fedeltà ed entusiasmo il rapporto con il Signore». Egli infatti «ha dedicato in modo unico e speciale il suo ministero sacerdotale ai giovani», offrendo «amorevole attenzione ai tanti orfani e abbandonati che incontrava per i quartieri poveri della sua città».
Attualizzando il discorso, il cardinale Sarah ha evidenziato che il fondatore dei salesiani «non si è lasciato vincere dalla globalizzazione dell’indifferenza» — più volte denunciata da Papa Francesco — la quale «già iniziava a prendere piede» nell’Ottocento; al contrario «ha aperto le braccia ai bisogni di tanti ragazzi, offrendo loro la possibilità di vivere con dignità». Egli, ha aggiunto, «non riusciva a vedere i giovani abbandonati al proprio destino», obbligati «a rinunciare all’educazione scolastica, per il fatto che erano costretti a lavorare per procurarsi innanzitutto il pane quotidiano con cui sfamarsi». Infatti, «scommettere sui giovani, sulla loro retta educazione, sia culturale sia spirituale, vuol dire coltivare il desiderio di un futuro ricco di speranza e in grado di ridare all’uomo maggiore dignità». Insomma don Bosco ha preso sul serio la missione di annunciare il vangelo anche con le opere, perché — ha concluso il cardinale Sarah citando il Papa — solo «il vangelo è capace di cambiare le persone».
L'Osservatore Romano
