
(Abraham Skorka) Gli anniversari sono propizi a esaminare quanto realizzato nel passato e a progettare il futuro. Si chiude un ciclo per dare inizio a uno nuovo, concatenando entrambi attraverso un profondo sguardo retrospettivo e progettando azioni per il futuro.
Sebbene restino ancora molti spigoli da smussare, il cammino tracciato da Francesco in questi primi due anni di pontificato risulta molto chiaro. Non si devono guardare solo i cambiamenti strutturali che ha introdotto nei diversi ambiti vaticani, con proiezioni su tutta la Chiesa, ma si deve anche prestare un’attenzione particolare al rinnovamento ideologico che egli sta propiziando per il suo gregge.
Uno dei fattori che mi ha unito in amicizia con Papa Francesco è stata l’esperienza religiosa che abbiamo vissuto a un certo punto della nostra vita quando abbiamo studiato, a fondo e con impegno, i testi dei profeti nell’ambito dei nostri rispettivi contesti religiosi. Soprattutto quei profeti che, a partire dalla generazione di Isaia, Osea, Michea e Amos, insegnarono che l’inizio della manifestazione della fede in Dio sta nel rispetto del prossimo. Ogni società in cui esiste chi sfrutta i propri simili facendoli soffrire insulta e disprezza il Creatore. Ogni società in cui la giustizia non è una dimensione vitale della sua realtà, sradica dal suo interno la presenza di Dio. Non è possibile pregare, cercare una sincera presenza di Dio, se le mani si ritrovano macchiate di sangue: è questo che i sopracitati maestri d’Israele sottolinearono nei loro insegnamenti.
I miei commenti alle sue omelie nei Te Deum solenni durante le celebrazioni delle feste nazionali nella cattedrale metropolitana sono stati il tema dei nostri primi dialoghi. Il suo coraggio nel parlare esplicitamente delle miserie della nostra società in tutta la loro durezza, nell’ambito in cui si onora Dio, davanti alle più alte autorità governative, chiedendo, esigendo, reclamando, come i profeti, come Gesù, ci ha unito in una sincera amicizia. Di fatto, al di là di ogni divergenza teologica, ad avvicinarci era lo stesso impegno verso l’uomo e, attraverso di esso, verso Dio che si è rivelato agli uomini.
È questa la quintessenza del suo piano papale che ha sviluppato nella Evangelii gaudium.
Una Chiesa austera dove i sacerdoti, nelle loro molteplici gerarchie, sono chiamati a servire tutti i componenti del gregge, i giusti come i peccatori, aperta a tutti, non più autoreferenziale. In dialogo con tutti, tenendo conto della realtà esistenziale presente, con i suoi progressi tecnologici e scientifici, senza cadere in relativismi superficiali.
L’umiltà che Bergoglio ha dimostrato a Buenos Aires continua a essere una delle sue caratteristiche a Roma. Invece di sistemarsi nel vasto appartamento del Palazzo Apostolico, ne ha preferito uno piccolo e semplice nella residenza Santa Marta.
La sua immagine è apparsa credibile ai molti che hanno riempito regolarmente piazza san Pietro e gli spazi circostanti, per sostenerlo, per ascoltarlo. È stato eletto dai media “personaggio dell’anno”, titolo che rifiuta ma che d’altro canto conferma l’immagine che si è fatta di lui gran parte di un’umanità solitamente lontana dal suo messaggio di spiritualità.
La pace nel mondo è stato un altro dei temi chiave dei suoi due primi anni di pontificato. Questo è un punto centrale anche nell’agenda dei profeti prima citati, nei quali, insieme ai Vangeli, si trova la chiave della predicazione e dell’operato di Francesco. La preghiera interreligiosa per la cessazione della violenza in Siria è stata una delle prime manifestazioni del suo profondo impegno per la pace. Ha saputo unire in preghiera fedeli di tutti i credi, mostrando che un impegno spirituale manifesto e deciso può più delle armi.
Ci eravamo messi d’accordo che, per il nostro primo incontro in Vaticano, mi avrebbe accompagnato un gruppo della televisione israeliana per registrare un messaggio di pace per il Medio oriente. In effetti il mandato del salmista, «cercate la pace di Gerusalemme», è un mandato per entrambi. La preoccupazione di avvicinarsi a una pace giusta tra israeliani e palestinesi è stato il tema del nostro primo pranzo e l’inizio del pellegrinaggio in Terra santa nella sua agenda.
Il Papa ha affrontato con il coraggio di sempre questa visita così delicata. Si è soffermato in preghiera di fronte al muro che separa Israele dalla Palestina, come pure dinanzi al monumento che ricorda le vittime del terrorismo a Yad Vashem. In entrambi i lati ha pregato per la pace, affinché la fiducia regni tra i due popoli e non siano necessari altri muri per proteggersi dalla cieca e irrazionale violenza assassina.
È stato il primo Pontefice a visitare un campo profughi palestinese, come è stato il primo a fare un’offerta floreale e a onorare la memoria di Teodoro Herzl, il fondatore del sionismo come movimento politico organizzato.
La comprensione delle parti in conflitto, il loro avvicinamento e la costruzione di ponti d’intesa tra loro, sono alcune delle costanti del suo lavoro nei conflitti che ha affrontato, tra i tanti che l’umanità subisce.
Vari temi scottanti attendono, a mio parere, una sua risposta. Da una parte, il fanatismo religioso, la presenza dell’Is, insieme a quella di altri regimi che sostengono idee fondamentaliste che seminano distruzione, morte e follia, richiedono una risposta contundente da parte di Francesco. Si stanno decimando le comunità cristiane d’Oriente e dell’Africa. I loro martiri si moltiplicano giorno dopo giorno, insieme a quelli di altri popoli e comunità, in mezzo a una realtà spesso indifferente. La voce di Francesco si è già levata con parole di condanna in varie occasioni, ma il crudele persistere di questo maligno fenomeno esige azioni di ripudio capaci di risvegliare i fanatici dai loro folli incubi.
Francesco ha dato un incredibile impulso al dialogo con l’islam, elemento sostanziale per la soluzione dei conflitti che, pur avendo come epicentro il Medio e l’Estremo oriente, si proiettano sul resto del mondo.
Un altro grande tema che ritengo faccia parte della sua agenda è l’America latina, uno dei bastioni del cattolicesimo nel presente, con molteplici e complessi problemi sociali. La tossicodipendenza, la disuguaglianza sociale, la mancanza di leader fedeli ai loro sostenitori, con il desiderio di servire e non di servirsi del potere: sono questi alcuni degli aspetti che caratterizzano la nostra regione. Il ruolo sociale della Chiesa e il suo messaggio ai leader politici è parte fondamentale della Evangelii gaudium, preceduta dal documento di Aparecida e da altri dove Bergoglio ha proiettato la sua visione.
Un esame particolare merita il suo rapporto con l’Argentina. È logico sperare che l’influenza spirituale di Bergoglio lasci un segno sui suoi concittadini, visto che la sua figura abbellisce il nostro popolo al cui interno si è educato e si è formato colui che oggi è il primo Papa americano della storia.
Si parla spesso di tutto ciò che si spera il Papa realizzi per i suoi concittadini. Ci si deve però chiedere: che cosa sta facendo il suo popolo per esaltare la sua guida?
Le parole con cui Francesco da molti anni si congeda sono: «Pregate per me». Questa frase solitamente suscita quanti l’ascoltano o già la conoscono un duplice sentimento. Da un lato si sentono lusingati dal fatto che qualcuno così importante li consideri degni di compiere un’azione spirituale per lui. Dall’altro, apprezzano la sua umiltà. Bergoglio è stato e continua a essere un buon docente, in ultima istanza con questa frase vuole solo promuovere nel prossimo una sincera ricerca di Dio. Ma quanti lo apprezzano con affetto lo tengono molto presente nelle loro preghiere.
L'Osservatore Romano
Uno dei fattori che mi ha unito in amicizia con Papa Francesco è stata l’esperienza religiosa che abbiamo vissuto a un certo punto della nostra vita quando abbiamo studiato, a fondo e con impegno, i testi dei profeti nell’ambito dei nostri rispettivi contesti religiosi. Soprattutto quei profeti che, a partire dalla generazione di Isaia, Osea, Michea e Amos, insegnarono che l’inizio della manifestazione della fede in Dio sta nel rispetto del prossimo. Ogni società in cui esiste chi sfrutta i propri simili facendoli soffrire insulta e disprezza il Creatore. Ogni società in cui la giustizia non è una dimensione vitale della sua realtà, sradica dal suo interno la presenza di Dio. Non è possibile pregare, cercare una sincera presenza di Dio, se le mani si ritrovano macchiate di sangue: è questo che i sopracitati maestri d’Israele sottolinearono nei loro insegnamenti.
I miei commenti alle sue omelie nei Te Deum solenni durante le celebrazioni delle feste nazionali nella cattedrale metropolitana sono stati il tema dei nostri primi dialoghi. Il suo coraggio nel parlare esplicitamente delle miserie della nostra società in tutta la loro durezza, nell’ambito in cui si onora Dio, davanti alle più alte autorità governative, chiedendo, esigendo, reclamando, come i profeti, come Gesù, ci ha unito in una sincera amicizia. Di fatto, al di là di ogni divergenza teologica, ad avvicinarci era lo stesso impegno verso l’uomo e, attraverso di esso, verso Dio che si è rivelato agli uomini.
È questa la quintessenza del suo piano papale che ha sviluppato nella Evangelii gaudium.
Una Chiesa austera dove i sacerdoti, nelle loro molteplici gerarchie, sono chiamati a servire tutti i componenti del gregge, i giusti come i peccatori, aperta a tutti, non più autoreferenziale. In dialogo con tutti, tenendo conto della realtà esistenziale presente, con i suoi progressi tecnologici e scientifici, senza cadere in relativismi superficiali.
L’umiltà che Bergoglio ha dimostrato a Buenos Aires continua a essere una delle sue caratteristiche a Roma. Invece di sistemarsi nel vasto appartamento del Palazzo Apostolico, ne ha preferito uno piccolo e semplice nella residenza Santa Marta.
La sua immagine è apparsa credibile ai molti che hanno riempito regolarmente piazza san Pietro e gli spazi circostanti, per sostenerlo, per ascoltarlo. È stato eletto dai media “personaggio dell’anno”, titolo che rifiuta ma che d’altro canto conferma l’immagine che si è fatta di lui gran parte di un’umanità solitamente lontana dal suo messaggio di spiritualità.
La pace nel mondo è stato un altro dei temi chiave dei suoi due primi anni di pontificato. Questo è un punto centrale anche nell’agenda dei profeti prima citati, nei quali, insieme ai Vangeli, si trova la chiave della predicazione e dell’operato di Francesco. La preghiera interreligiosa per la cessazione della violenza in Siria è stata una delle prime manifestazioni del suo profondo impegno per la pace. Ha saputo unire in preghiera fedeli di tutti i credi, mostrando che un impegno spirituale manifesto e deciso può più delle armi.
Ci eravamo messi d’accordo che, per il nostro primo incontro in Vaticano, mi avrebbe accompagnato un gruppo della televisione israeliana per registrare un messaggio di pace per il Medio oriente. In effetti il mandato del salmista, «cercate la pace di Gerusalemme», è un mandato per entrambi. La preoccupazione di avvicinarsi a una pace giusta tra israeliani e palestinesi è stato il tema del nostro primo pranzo e l’inizio del pellegrinaggio in Terra santa nella sua agenda.
Il Papa ha affrontato con il coraggio di sempre questa visita così delicata. Si è soffermato in preghiera di fronte al muro che separa Israele dalla Palestina, come pure dinanzi al monumento che ricorda le vittime del terrorismo a Yad Vashem. In entrambi i lati ha pregato per la pace, affinché la fiducia regni tra i due popoli e non siano necessari altri muri per proteggersi dalla cieca e irrazionale violenza assassina.
È stato il primo Pontefice a visitare un campo profughi palestinese, come è stato il primo a fare un’offerta floreale e a onorare la memoria di Teodoro Herzl, il fondatore del sionismo come movimento politico organizzato.
La comprensione delle parti in conflitto, il loro avvicinamento e la costruzione di ponti d’intesa tra loro, sono alcune delle costanti del suo lavoro nei conflitti che ha affrontato, tra i tanti che l’umanità subisce.
Vari temi scottanti attendono, a mio parere, una sua risposta. Da una parte, il fanatismo religioso, la presenza dell’Is, insieme a quella di altri regimi che sostengono idee fondamentaliste che seminano distruzione, morte e follia, richiedono una risposta contundente da parte di Francesco. Si stanno decimando le comunità cristiane d’Oriente e dell’Africa. I loro martiri si moltiplicano giorno dopo giorno, insieme a quelli di altri popoli e comunità, in mezzo a una realtà spesso indifferente. La voce di Francesco si è già levata con parole di condanna in varie occasioni, ma il crudele persistere di questo maligno fenomeno esige azioni di ripudio capaci di risvegliare i fanatici dai loro folli incubi.
Francesco ha dato un incredibile impulso al dialogo con l’islam, elemento sostanziale per la soluzione dei conflitti che, pur avendo come epicentro il Medio e l’Estremo oriente, si proiettano sul resto del mondo.
Un altro grande tema che ritengo faccia parte della sua agenda è l’America latina, uno dei bastioni del cattolicesimo nel presente, con molteplici e complessi problemi sociali. La tossicodipendenza, la disuguaglianza sociale, la mancanza di leader fedeli ai loro sostenitori, con il desiderio di servire e non di servirsi del potere: sono questi alcuni degli aspetti che caratterizzano la nostra regione. Il ruolo sociale della Chiesa e il suo messaggio ai leader politici è parte fondamentale della Evangelii gaudium, preceduta dal documento di Aparecida e da altri dove Bergoglio ha proiettato la sua visione.
Un esame particolare merita il suo rapporto con l’Argentina. È logico sperare che l’influenza spirituale di Bergoglio lasci un segno sui suoi concittadini, visto che la sua figura abbellisce il nostro popolo al cui interno si è educato e si è formato colui che oggi è il primo Papa americano della storia.
Si parla spesso di tutto ciò che si spera il Papa realizzi per i suoi concittadini. Ci si deve però chiedere: che cosa sta facendo il suo popolo per esaltare la sua guida?
Le parole con cui Francesco da molti anni si congeda sono: «Pregate per me». Questa frase solitamente suscita quanti l’ascoltano o già la conoscono un duplice sentimento. Da un lato si sentono lusingati dal fatto che qualcuno così importante li consideri degni di compiere un’azione spirituale per lui. Dall’altro, apprezzano la sua umiltà. Bergoglio è stato e continua a essere un buon docente, in ultima istanza con questa frase vuole solo promuovere nel prossimo una sincera ricerca di Dio. Ma quanti lo apprezzano con affetto lo tengono molto presente nelle loro preghiere.
L'Osservatore Romano