martedì 13 ottobre 2015

Il sacerdote e la misericordia. Prima incontrare poi organizzare




Alla luce dell’«Evangelii gaudium». «La riforma del clero alla luce della Evangelii gaudium» è il tema della riflessione che il cardinale prefetto della Congregazione per il clero ha tenuto nei giorni scorsi durante un incontro con i sacerdoti dell’Abruzzo svoltosi a Pescara. Ne pubblichiamo uno stralcio dedicato al ministero della misericordia.
(Beniamino Stella) Tra le verità da mostrare ai fedeli — soprattutto in prossimità del giubileo — non può mancare per un presbitero il riferimento al volto misericordioso di Dio. Anzi, guardando al magistero e all’esempio di Papa Francesco, mi piace pensare alla misericordia come al tratto distintivo di tutto il ministero presbiterale, il suo asse portante.
In primo luogo, Papa Francesco invita fortemente i preti a tornare al confessionale, a dedicare tempo a questo ministero, che deve stare nei primissimi posti tra le priorità di un sacerdote. Avere orari precisi e conosciuti alla gente, “investire” tempo, mettendosi a disposizione per l’ascolto, non costringere i fedeli all’inseguimento; queste sono alcune avvertenze a cui prestare attenzione, perché un cuore pentito, che cerca il perdono del Signore e la riconciliazione, è una “terra di missione” preziosa per un sacerdote.
Quindi, occorre che il presbitero missionario stia in confessionale, non solo occasionalmente, e sia disponibile a farsi incontrare da chi lo cerca o da chi è “ispirato” dalla sua sola presenza a sentire fastidio per i propri peccati. Ma, oltre a questo, è importante “stare bene” in confessionale, ricordando il mandato di essere «giudice e medico», «contemporaneamente ministro della divina giustizia e della misericordia» (can. 978, § 1); è importante che il confessionale sia frequentato da un sacerdote esperto nella vita spirituale e consapevole di avere un dono di misericordia da dispensare, perché, come ha scritto Papa Francesco, «il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile». (Evangelii gaudium, n. 44).
L’incontro tra la fragilità umana, rianimata da un sincero pentimento, e la misericordia di Dio, sperimentata in confessionale tramite il ministero del sacerdote, può davvero cambiare la vita di una persona, perché la confessione — secondo le parole di Papa Francesco (meditazione quotidiana a Santa Marta, 29 aprile 2013) — è «un incontro con Gesù che ci aspetta come siamo», per aiutarci a diventare come lui ci vuole.
Se il confessionale è in modo eminente l’occasione per l’esercizio di un ministero di misericordia, esso non è tuttavia l’unico per un prete. È noto a tutti l’invito più volte rivolto da Papa Francesco alla Chiesa tutta, e soprattutto ai pastori, affinché ci si diriga a tutte le periferie e anche a esse si porti la luce del Vangelo. Se guardiamo al di là dei nostri “orticelli”, ogni parrocchia ha le sue periferie, quelle più evidenti, fatte di povertà, emarginazione, disagio sociale e malattia, e quelle un po’ più nascoste e discrete, costituite dalla solitudine, dall’isolamento, dall’abbandono dei propri cari, dalla perdita del lavoro. La periferia non è lontana, per il prete che sa uscire da sé, e a volte comincia dai suoi confratelli, soprattutto quelli in difficoltà o anziani o ammalati.
Il ministero della misericordia può essere davvero efficace quando diviene anche “ministero della vicinanza”, perché, se è vero che la fede è un dono di Dio, l’incontro con lui normalmente passa attraverso la mediazione umana, il rapporto tra persona e persona. Il prete non è chiamato ad avere la mentalità di un “funzionario” o di un “manager”, come ha ricordato lo scorso 26 aprile Papa Francesco al Regina Coeli: abile nel gestire, programmare e “ottimizzare” tempi e attività, ma distante dalla relazione personale — che “ruba” tempo — cortese e garbato, ma quasi “anaffettivo”.
Il Vangelo si trasmette “da persona a persona”, soprattutto nelle situazioni quotidiane e informali, nelle quali si trova il sacerdote che vive in mezzo alla sua gente, che frequenta le stesse strade e gli stessi negozi, che non vive solo di riflessioni teologiche astratte e di un vuoto spiritualismo, ma incarna la sua fede e il suo annuncio nelle tante, piccole incombenze di ogni giorno. 
È quella che Papa Francesco definisce “predicazione informale” (Evangelii gaudium, n. 127). Come hanno mostrato Gesù e gli apostoli, percorrendo le strade della Palestina, l’annuncio del Vangelo è dinamico, richiede movimento, e relazionale, perché non cade a pioggia in maniera indistinta, come una pubblicità efficace e ben costruita, ma entra nella vita di chi lo ascolta, proiettando in essa una luce nuova, offrendo una nuova chiave di lettura. Perdonatemi lo slogan, ma credo che un sacerdote debba prima di tutto “incontrare”, e solo dopo “organizzare”, alla luce delle parole del Vangelo di Marco: «il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato» (2, 27). 
Pensate all’assurdità della situazione di un prete che si trovasse a organizzare feste patronali ed eventi parrocchiali per “attirare” le persone e conoscerle, e si ritrovasse poi troppo indaffarato e assorbito dall’organizzazione per dedicare tempo e attenzione a chi lo cerca. Le persone vengono sempre prima delle “cose”, soprattutto al momento di annunciare il Vangelo; in tutta umiltà, sono persuaso che le persone potrebbero non ricordare il prete che ha organizzato una bella gita o una festa ben riuscita, ma certo avranno per sempre impresso nella memoria il sacerdote che ha asciugato le loro lacrime, ascoltato le loro sofferenze, condiviso con loro un tratto faticoso della loro vita, o, in generale, donato loro il suo tempo, come segno della vicinanza amorevole di Dio.

L'Osservatore Romano