martedì 13 ottobre 2015

Libertà religiosa e diritti umani nell’Europa del XXI secolo.



 Non problema ma parte della soluzione

Pubblichiamo quasi integralmente l’intervento che l’arcivescovo segretario per i Rapporti con gli Stati tiene a Roma, a Palazzo Giustiniani, nel pomeriggio del 13 ottobre alla conferenza annuale dell’Accademia internazionale per lo sviluppo economico e sociale intitolata «Libertà religiosa, sicurezza e sviluppo in Europa». 
(Paul Richard Gallagher) Nel contesto europeo, il concetto dei diritti umani sorge, a partire dal xviii secolo, come affermazione della dignità di ogni singola persona, indipendentemente dalle proprie idee, convinzioni o appartenenza religiosa. Sin dagli inizi, tale affermazione dei diritti dell’uomo si è basata su principi ritenuti evidenti e comuni a tutti gli esseri umani; principi che sino a oggi hanno mantenuto tutto il loro significato, costituendo il fondamento della cultura dei diritti umani.
A partire dal concilio Vaticano ii, anche la Chiesa cattolica, dopo una riflessione lunga e non priva di difficoltà, si è dotata di un quadro normativo rinnovato per le relazioni che potremmo qualificare come “esterne”: con le altre religioni, con gli Stati e, più profondamente, con la società e la cultura del nostro tempo. Non si è trattato di un semplice mutamento di politiche, bensì di un autentico rinnovamento, reso possibile, come sempre accade per i processi di riforma della Chiesa, da un’approfondita riflessione teologica sulla propria identità. Tutto ciò l’ha portata a ricomprendere il proprio rapporto con il mondo, in una feconda tensione, che ancora oggi sperimentiamo, tra la valorizzazione di ciò che di positivo la civiltà moderna apporta, e uno spirito critico verso ciò che appare non coerente con il Vangelo e con la retta ragione.
Tra i diritti umani, una posizione di rilievo spetta alla libertà religiosa, che Benedetto xvi ebbe a definire come «il primo dei diritti, perché, storicamente, è stato affermato per primo, e, d’altra parte, ha come oggetto la dimensione costitutiva dell’uomo, cioè la sua relazione con il Creatore». Inoltre, la libertà religiosa, intesa come diritto a vivere nella verità della propria fede e nel rispetto della dignità trascendente della persona umana, è la fonte e la sintesi dei diritti. Ne consegue, continua Benedetto xvi, che «negare o limitare in maniera arbitraria tale libertà significa coltivare una visione riduttiva della persona umana; oscurare il ruolo pubblico della religione significa generare una società ingiusta, poiché non proporzionata alla vera natura della persona umana; ciò significa rendere impossibile l’affermazione di una pace autentica e duratura di tutta la famiglia umana». 
Più recentemente Papa Francesco ha ricordato che la libertà religiosa «è un diritto fondamentale che plasma il modo in cui noi interagiamo socialmente e personalmente con i nostri vicini, le cui visioni religiose sono diverse dalla nostra». 
Si comprende così la grande considerazione in cui la Santa Sede tiene la libertà religiosa e i suoi sforzi affinché gli Stati e le organizzazioni internazionali possano tenerla da conto come un parametro essenziale di valutazione del reale grado di libertà in una società e un criterio per valutare lo stato di salute di una democrazia. Pertanto, ogni sua restrizione mina la costituzione democratica di una società, mentre la sua promozione, nella sua dimensione individuale e comunitaria, risulta essere un valido strumento anche per arginare la deriva relativista e per prevenire e contrastare il fondamentalismo religioso, nonché i fenomeni dell’estremismo violento e della radicalizzazione. 
Negli ultimi tempi, su scala mondiale, senza eccezione per il continente europeo, si è testimoni di come il rispetto per la libertà religiosa viene compromesso per una serie di cause e si assiste altresì a un preoccupante peggioramento delle condizioni di tale libertà fondamentale, che in diversi casi ha raggiunto il grado di una persecuzione aperta, in cui sempre più spesso i cristiani sono le prime vittime, benché non le sole.
Fattori determinanti di queste situazioni allarmanti sono certamente riconducibili al diffondersi dei fondamentalismi e al permanere di Stati autoritari e non democratici. A ciò si aggiunga la constatazione che in molti Paesi di antica tradizione democratica la dimensione religiosa tende a essere vista con un certo sospetto sia a causa delle problematiche inerenti al contesto multiculturale, che per l’affermarsi inesorabile di una visione secolarista, secondo cui le religioni rappresenterebbero delle visioni tradizionali dell’uomo e della società in diretta competizione con la piena affermazione dei diritti dell’uomo e, in qualche modo, porterebbero con sé il residuo di un passato da superare. Una simile visione portata all’estremo conduce inevitabilmente a emarginare le varie identità religiose presenti nella società financo a escluderle dall’ambito pubblico. 
In questo contesto, mi pare sia del tutto pertinente ricordare che è un merito storico del cristianesimo avere creato, nella separazione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio, la possibilità dell’esistenza di uno Stato laico, inteso non come uno Stato totalmente avulso dalla religione, o peggio ancora come uno Stato agnostico, ma come uno Stato che, consapevole del valore del riferimento religioso per molti cittadini e dell’importanza del ruolo delle comunità religiose nella società, permette a ciascuno di vivere secondo la propria coscienza la dimensione religiosa, nel suo duplice aspetto individuale e comunitario, pur avendo uguale rispetto per quanti non si riconoscono in alcun riferimento trascendente.
In altre parole, in un contesto sociale di accentuata secolarità, la manifestazione pubblica della propria fede viene più facilmente vista come problematica: si può essere tentati di restringere gli spazi di libertà religiosa sul luogo di lavoro, nei luoghi di educazione e di cura. Con una frequenza crescente, la legittima volontà di operare nella propria professione secondo i principi derivanti dalla propria religione corre il rischio di essere ritenuta una pratica discriminatoria. In realtà, negli ultimi tempi in Europa si nota una crescita inquietante di forme di intolleranza ed episodi di discriminazione, a volte anche latenti, nei confronti dei cristiani. A titolo informativo, dall’inizio di quest’anno, l’Osservatorio per l’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa ha ricevuto 1520 segnalazioni di casi di intolleranza e discriminazione contro i cristiani nel vecchio continente. Si tratta di un fenomeno che sta attirando un’attenzione crescente anche in ambito internazionale. 
In proposito mi sembra utile citare che, lo scorso mese di gennaio, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio Europeo ha approvato la risoluzione «Combattere l’intolleranza e la discriminazione in Europa, in particolare verso i cristiani», nella quale, tra le altre cose, si invitano gli Stati membri a prendere adeguate misure per assicurare che a ogni persona in Europa sia accordata la protezione effettiva della libertà di religione e a promuovere una cultura del vivere insieme basata sull’accettazione del pluralismo religioso e del contributo delle religioni a una società democratica e pluralista. Nel medesimo documento, si raccomanda, inoltre, di difendere la libertà di coscienza sul luogo di lavoro, pur garantendo che sia mantenuto l’accesso ai servizi pubblici garantiti, di rispettare il diritto dei genitori a offrire ai propri figli un’educazione in conformità con le proprie convinzioni religiose e di vigilare affinché le leggi nazionali non limitino abusivamente i discorsi fondati su considerazioni religiose.
Anche l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa fin dall’inizio della sua fondazione, esattamente quarant’anni fa, ha considerato la tutela della libertà religiosa un elemento fondamentale della sua politica in favore della pace e della stabilità del nostro continente. Durante i negoziati della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, che portarono nel 1975 all’adozione dell’Atto finale di Helsinki, fu proprio la Santa Sede a promuovere il riconoscimento esplicito della libertà di religione da parte degli Stati partecipanti, trovando in tale diritto fondamentale una garanzia per la libertà e la salvaguardia della democrazia.
Tuttavia, a distanza di quarant’anni, per quanto concerne il dialogo tra confessioni religiose e istituzioni pubbliche, si notano segnali inquietanti e contrastanti anche in Europa. Le autorità civili non sempre riconoscono alle comunità religiose il ruolo di interlocutori, al contrario di quanto avviene, ad esempio, per le organizzazioni della società civile. Inoltre, nel contesto di una società secolarizzata, pare non sempre facile per le autorità pubbliche cogliere la singolarità del contributo che le comunità religiose possono offrire per il mantenimento della coesione tra le varie componenti sociali, favorendo a tal fine un dialogo aperto e rispettoso. D’altra parte, è ben evidente come la dimensione religiosa continui a essere punto di riferimento esistenziale per milioni di persone nel continente europeo, a determinarne le scelte e, in una certa misura, la stessa identità. 
Appare perciò intrinsecamente contraddittorio chiedere la libertà per tutti e in nome di tale libertà negarla ad alcuni gruppi. Deve, dunque, essere un dovere precipuo per le istituzioni contrastare ogni forma di discriminazione basata sull’orientamento religioso, ma anche, in prospettiva positiva, promuovere e proteggere la libertà religiosa allo stesso modo e con tutti gli strumenti impiegati per la difesa di ogni altro diritto fondamentale. In tal senso, sulla base del principio dell’indivisibilità e dell’interdipendenza dei diritti fondamentali, il Magistero della Chiesa e gli interventi dei Romani Pontefici mirano sempre a sottolineare che il diritto alla libertà religiosa deve essere oggetto di una specifica attenzione e deve essere integrato in tutte le azioni e le riflessioni più significative in materia di diritti umani. 
Nel complesso contesto contemporaneo, risuonano particolarmente preziose le parole che Papa Francesco rivolse un anno or sono all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa: «Religione e società sono chiamate a illuminarsi reciprocamente, sostenendosi a vicenda e, se necessario, purificandosi scambievolmente dagli estremismi ideologici in cui possono cadere. L’intera società europea non può che trarre giovamento da un nesso ravvivato tra i due ambiti, sia per far fronte a un fondamentalismo religioso che è soprattutto nemico di Dio, sia per ovviare a una ragione “ridotta”, che non rende onore all’uomo».
La Santa Sede sostiene perciò da sempre l’opportunità di un dialogo diretto e anche istituzionalizzato tra autorità civili e confessioni religiose. Ciò vale a livello degli Stati, ma anche per i poteri locali e per le Organizzazioni internazionali. Un tale dialogo è particolarmente importante nel contesto di una società multipolare. Infatti, se le religioni non sono parte della soluzione, diventano facilmente parte del problema.
L'Osservatore Romano