
Azeir, 31 agosto 2013le sorelle trappiste di ‘Azeir
«Vediamo la gente intorno a noi e pensiamo: “Domani hanno deciso di bombardarci”». Drammatica lettera dalla Siria: «Domani ci faranno respirare i gas tossici dei depositi colpiti, per punirci dei gas che già abbiamo respirato?»
Oggi non abbiamo parole, se non quelle dei salmi che la preghiera liturgica ci mette sulle labbra in questi giorni: «Minaccia la belva dei canneti, il branco dei tori con i vitelli dei popoli… o Dio disperdi i popoli che amano la guerra…». «Il Signore dal cielo ha guardato la terra, per ascoltare il gemito del prigioniero, per liberare i condannati a morte»… «ascolta o Dio la voce del mio lamento, dal terrore del nemico preserva la mia vita; proteggimi dalla congiura degli empi, dal tumulto dei malvagi. Affilano la loro lingua come spada, scagliano come frecce parole amare… Si ostinano nel fare il male, si accordano per nascondere tranelli, dicono: “Chi li potrà vedere? meditano iniquità, attuano le loro trame. Un baratro è l’uomo, e il suo cuore un abisso”. Lodate il mio Dio con i timpani, cantate al Signore con cembali, elevate a lui l’accordo del salmo e della lode, esaltate e invocate il suo nome. POICHE’ IL SIGNORE E’ IL DIO CHE STRONCA LE GUERRE. “Signore, grande sei tu e glorioso, mirabile nella tua potenza e invincibile”».
Guardiamo la gente attorno a noi, i nostri operai che sono venuti a lavorare tutti come sospesi, attoniti: «Hanno deciso di attaccarci». Oggi siamo andate a Tartous… sentivamo la rabbia, l’impotenza, l’incapacità di formulare un senso a tutto questo: la gente cerca di lavorare, come può, di vivere normalmente. Vedi i contadini bagnare la loro campagna, i genitori comprare i quaderni per le scuole che stanno per iniziare, i bambini chiedere ignari un giocattolo o un gelato… vedi i poveri, tanti, che cercano di raggranellare qualche soldo, le strade piene dei rifugiati “interni” alla Siria, arrivati da tutte le parti nell’unica zona rimasta ancora relativamente vivibile… guardi la bellezza di queste colline, il sorriso della gente, lo sguardo buono di un ragazzo che sta per partire per militare, e ci regala le due o tre noccioline americane che ha in tasca, solo per “sentirsi insieme”… E pensi che domani hanno deciso di bombardarci… Così. Perché “è ora di fare qualcosa”, così si legge nelle dichiarazioni degli uomini importanti, che domani berranno il loro thé guardando alla televisione l’efficacia del loro intervento umanitario… Domani ci faranno respirare i gas tossici dei depositi colpiti, per punirci dei gas che già abbiamo respirato?
La gente qui è davanti alla televisione, con gli occhi e le orecchie tesi: «Si attende solo una parola di Obama»!!!! Una parola di Obama?? Il premio Nobel per la pace, farà cadere su di noi la sua sentenza di guerra? Aldilà di ogni giustizia, di ogni buon senso, di ogni misericordia, di ogni umiltà, di ogni saggezza?
Parla il Papa, parlano Patriarchi e vescovi, parlano innumerevoli testimoni, parlano analisti e persone di esperienza, parlano persino gli oppositori del regime… E tutti noi stiamo qui, aspettando una sola parola del grandeObama? E se non fosse lui, sarebbe un altro, non è questo il problema. Non si tratta di lui, non è lui “il grande”, ma il Maligno che in questi tempi si sta dando veramente da fare.
Il problema è che è diventato troppo facile contrabbandare la menzogna come nobiltà, gli interessi più spregiudicati come una ricerca di giustizia, il bisogno di protagonismo e di potere come “la responsabilità morale di non chiudere gli occhi”… E a dispetto di tutte le nostre globalizzazioni e fonti di informazioni, sembra che nulla sia verificabile, che unminimo di verità oggettiva non esista… Cioè, non la si vuole far esistere; perché invece una verità c’è, e gli uomini onesti potrebbero trovarla, cercandola davvero insieme, se non fosse loro impedito da coloro che hanno altri interessi.
Il problema è che è diventato troppo facile contrabbandare la menzogna come nobiltà, gli interessi più spregiudicati come una ricerca di giustizia, il bisogno di protagonismo e di potere come “la responsabilità morale di non chiudere gli occhi”… E a dispetto di tutte le nostre globalizzazioni e fonti di informazioni, sembra che nulla sia verificabile, che unminimo di verità oggettiva non esista… Cioè, non la si vuole far esistere; perché invece una verità c’è, e gli uomini onesti potrebbero trovarla, cercandola davvero insieme, se non fosse loro impedito da coloro che hanno altri interessi.
C’è qualcosa che non va, ed è qualcosa di grave… perché la conseguenza è la vita di un popolo. È il sangue che riempie le nostre strade, i nostri occhi, il nostro cuore.
Ma ormai, a cosa servono ancora le parole? Una nazione distrutta, generazioni di giovani sterminate, bambini che crescono con le armi in mano, donne rimaste sole, spesso oggetto di vari tipi di violenza… distrutte le famiglie, le tradizioni, le case, gli edifici religiosi, i monumenti che raccontano e conservano la storia e quindi le radici di un popolo…
Domani, dunque (o domenica ? bontà loro…) altro sangue.
Domani, dunque (o domenica ? bontà loro…) altro sangue.
Noi, come cristiani, possiamo almeno offrirlo alla misericordia di Dio, unirlo al sangue di Cristo che in tutti coloro che soffrono porta a compimento la redenzione del mondo. Cercano di uccidere la speranza, ma noi a questo dobbiamo resistere con tutte le nostre forze.
A chi ha un vero amore per la Siria (per l’uomo, per la verità…) chiediamo tanta preghiera… tanta, accorata, coraggiosa…
A chi ha un vero amore per la Siria (per l’uomo, per la verità…) chiediamo tanta preghiera… tanta, accorata, coraggiosa…
le sorelle trappiste di ‘Azeir
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Da un monastero in Siria. L’invocazione che sale tra il rumore delle armi
Da un monastero in Siria. L’invocazione che sale tra il rumore delle armi
(Nicola Gori) La loro è una preghiera scandita dal crepitio delle armi che si avverte distinto dietro le porte delle piccole celle del monastero che faticosamente stanno tirando su, mattone dopo mattone. Tuttavia quel nugolo di coraggiose monache Trappiste italiane — che, partite otto anni fa dalla loro casa di Valserena, in Toscana, hanno scelto la Siria martoriata per la loro vita contemplativa — continua a rivolgersi fiduciosa al Signore della pace. Ne parla in questa intervista al nostro giornale la superiora suor Marta Luisa Fagnani
Come avete accolto l’appello di Papa Francesco a una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo?
Con grande gioia. Forse è l’unica possibilità concreta di contrastare questa follia dilagante e di scongiurare un eventuale ulteriore intervento armato che certo non aiuterebbe quella popolazione già tanto martoriata. La preghiera e il digiuno sono come armi per vuotarsi di se stessi e per provare a essere più ragionevoli, per mettersi cioè in ascolto di una sapienza più profonda. Da parte nostra abbiamo iniziato a pregare accogliendo gli inviti che ci sono stati rivolti nella settimana di preghiera per la Siria. Stiamo cercando di organizzare qualcosa insieme con il parroco del villaggio per essere vicini a quanti pregheranno con il Papa sabato in piazza San Pietro.
La preghiera riuscirà a fermare le armi?
La preghiera è potente ne siamo convinte, altrimenti non avremmo scelto la nostra vita. La preghiera non è qualcosa di devozionale, non è un rifugio nella pace. È un’arma potente ma è al tempo stesso pacifica. Tocca il cuore, ha una forza propria. Lo crediamo fermamente. D’altronde però, il Signore non ci ha mai promesso di risparmiarci la sofferenza, la morte. Questo non è importante. Fondamentale è invece che il bene vinca. Da tempo ormai abbiamo l’impressione chiara che in Siria è in gioco molto di più: la visione dell’uomo, dei valori della vita. Il Papa nel suo richiamare al giudizio di Dio ha toccato il punto e ci ha fatto capire che c’è molto di più in ballo. Per questo, credo fermamente che la preghiera è potente e sono sicura che qualcosa, prima o poi cambierà.
Qual è la situazione della zona in cui vivete?
Siamo in un piccolo villaggio quasi al confine con il Libano. È a maggioranza alawita, anche se ci sono grandi villaggi sunniti. Oggi la gente è come sospesa, perché vive una preoccupazione di più legata alle conseguenze di un possibile attacco in massa anche dall’esterno del Paese. La preoccupazione è soprattutto, su cosa accadrà all’interno del Paese. Qui nella nostra zona la tensione è palpabile così come lo è la paura.
La popolazione è quindi terrorizzata?
E non potrebbe essere altrimenti. Tanti villaggi non lontani dal nostro sono stati completamente distrutti, donne e bambini sono stati rapiti e portati via. Quattordici villaggi sono spariti.
Ci sono problemi di approvvigionamento?
Non c’è stata fino a ora una vera emergenza alimentare. C’è tanta povertà, questo sì. Il costo della vita è a livelli insostenibili e manca il gasolio. Viviamo tutti insieme anche se apparteniamo a sei religioni diverse. La maggioranza è musulmana. I cristiani sono una minoranza tra tutte le minoranze. Ci sono alcuni maroniti e dei greco-ortodossi.
Ma i cristiani vengono discriminati in qualche modo?
Sono una minoranza che ha assunto una posizione neutra e proprio per questa loro collocazione possono portare avanti un discorso e venire ascoltati. Possono cioè parlare del bene, del giusto e cercare di ricomporre le divisioni, essere un segno di unità. Questo è quello che i cristiani possono fare. Però se prendono parte per qualcuno vengono fatti oggetto di attacchi dall’altra.
Avete un rapporto fraterno con i musulmani?
Siamo in Siria da più di otto anni e abbiamo potuto sperimentare che la convivenza tra musulmani e cristiani era fortissima. Nella nostra zona ci sono sia sunniti, alawiti, sia cristiani. Tutti abitavano insieme in pace. Nel villaggio accanto al nostro a maggioranza sunnita, gli alawiti tranquillamente facevano commerci con i loro negozi e vivevano pacificamente. Adesso le comunità sono separate. C’è molta violenza in giro, soprattutto tra sunniti e alawiti. I cristiani fino a ora sono in buona relazione con tutti, ma chiaramente la situazione è peggiorata. C’è una divisione che prima non esisteva. Nonostante ciò non si deve generalizzare, perché ci sono ancora villaggi dove sunniti e alawiti vivono insieme pacificamente.
Avete potuto fondare un monastero?
Due anni fa abbiamo iniziato la costruzione del nostro monastero. Attualmente alcuni edifici sono già costruiti. Noi abitiamo in quello che sarà la futura foresteria. E abbiamo già pronti i depositi, e altre strutture sono in preparazione. Ci sono molte difficoltà, anche perché con le sanzioni è stato difficile fin dall’inizio portare a termine il progetto. Quando la situazione era più calma, avevamo operai sunniti, alawiti, cristiani che lavoravano fianco a fianco. Purtroppo, adesso, nei dintorni ci sono combattimenti e nessuno vuole venire a lavorare qui. Quindi al momento siamo state costrette a fermare la costruzione.
Riuscite comunque a vivere la vostra vocazione di contemplative?
Grazie a Dio ormai da due anni riusciamo a farlo. Del resto la foresteria è dotata di una cappella e il luogo di lavoro ricorda molto un piccolo cenobio. Sì possiamo dire che la nostra è una giornata monastica regolare.
Perché avete scelto la Siria per fondare una comunità?
È stato un cammino iniziato con la morte dei nostri sette fratelli monaci uccisi nel 1996 a Tibhirine in Algeria. Dopo questa tragedia, c’è stato un appello a tutto l’ordine e la nostra comunità di Valserena si è sentita interpellata dalla testimonianza di questi uomini di preghiera. Il loro intento era di entrare in relazione con i musulmani proprio attraverso la preghiera. Abbiamo così preso contatto con vari Paesi dell’area mediterranea e alla fine, dietro consiglio di vescovi e di sacerdoti, abbiamo scelto la Siria. Qui l’esperienza monastica è il cuore della vita cristiana.
L'Osservatore Romano
Come avete accolto l’appello di Papa Francesco a una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo?
Con grande gioia. Forse è l’unica possibilità concreta di contrastare questa follia dilagante e di scongiurare un eventuale ulteriore intervento armato che certo non aiuterebbe quella popolazione già tanto martoriata. La preghiera e il digiuno sono come armi per vuotarsi di se stessi e per provare a essere più ragionevoli, per mettersi cioè in ascolto di una sapienza più profonda. Da parte nostra abbiamo iniziato a pregare accogliendo gli inviti che ci sono stati rivolti nella settimana di preghiera per la Siria. Stiamo cercando di organizzare qualcosa insieme con il parroco del villaggio per essere vicini a quanti pregheranno con il Papa sabato in piazza San Pietro.
La preghiera riuscirà a fermare le armi?
La preghiera è potente ne siamo convinte, altrimenti non avremmo scelto la nostra vita. La preghiera non è qualcosa di devozionale, non è un rifugio nella pace. È un’arma potente ma è al tempo stesso pacifica. Tocca il cuore, ha una forza propria. Lo crediamo fermamente. D’altronde però, il Signore non ci ha mai promesso di risparmiarci la sofferenza, la morte. Questo non è importante. Fondamentale è invece che il bene vinca. Da tempo ormai abbiamo l’impressione chiara che in Siria è in gioco molto di più: la visione dell’uomo, dei valori della vita. Il Papa nel suo richiamare al giudizio di Dio ha toccato il punto e ci ha fatto capire che c’è molto di più in ballo. Per questo, credo fermamente che la preghiera è potente e sono sicura che qualcosa, prima o poi cambierà.
Qual è la situazione della zona in cui vivete?
Siamo in un piccolo villaggio quasi al confine con il Libano. È a maggioranza alawita, anche se ci sono grandi villaggi sunniti. Oggi la gente è come sospesa, perché vive una preoccupazione di più legata alle conseguenze di un possibile attacco in massa anche dall’esterno del Paese. La preoccupazione è soprattutto, su cosa accadrà all’interno del Paese. Qui nella nostra zona la tensione è palpabile così come lo è la paura.
La popolazione è quindi terrorizzata?
E non potrebbe essere altrimenti. Tanti villaggi non lontani dal nostro sono stati completamente distrutti, donne e bambini sono stati rapiti e portati via. Quattordici villaggi sono spariti.
Ci sono problemi di approvvigionamento?
Non c’è stata fino a ora una vera emergenza alimentare. C’è tanta povertà, questo sì. Il costo della vita è a livelli insostenibili e manca il gasolio. Viviamo tutti insieme anche se apparteniamo a sei religioni diverse. La maggioranza è musulmana. I cristiani sono una minoranza tra tutte le minoranze. Ci sono alcuni maroniti e dei greco-ortodossi.
Ma i cristiani vengono discriminati in qualche modo?
Sono una minoranza che ha assunto una posizione neutra e proprio per questa loro collocazione possono portare avanti un discorso e venire ascoltati. Possono cioè parlare del bene, del giusto e cercare di ricomporre le divisioni, essere un segno di unità. Questo è quello che i cristiani possono fare. Però se prendono parte per qualcuno vengono fatti oggetto di attacchi dall’altra.
Avete un rapporto fraterno con i musulmani?
Siamo in Siria da più di otto anni e abbiamo potuto sperimentare che la convivenza tra musulmani e cristiani era fortissima. Nella nostra zona ci sono sia sunniti, alawiti, sia cristiani. Tutti abitavano insieme in pace. Nel villaggio accanto al nostro a maggioranza sunnita, gli alawiti tranquillamente facevano commerci con i loro negozi e vivevano pacificamente. Adesso le comunità sono separate. C’è molta violenza in giro, soprattutto tra sunniti e alawiti. I cristiani fino a ora sono in buona relazione con tutti, ma chiaramente la situazione è peggiorata. C’è una divisione che prima non esisteva. Nonostante ciò non si deve generalizzare, perché ci sono ancora villaggi dove sunniti e alawiti vivono insieme pacificamente.
Avete potuto fondare un monastero?
Due anni fa abbiamo iniziato la costruzione del nostro monastero. Attualmente alcuni edifici sono già costruiti. Noi abitiamo in quello che sarà la futura foresteria. E abbiamo già pronti i depositi, e altre strutture sono in preparazione. Ci sono molte difficoltà, anche perché con le sanzioni è stato difficile fin dall’inizio portare a termine il progetto. Quando la situazione era più calma, avevamo operai sunniti, alawiti, cristiani che lavoravano fianco a fianco. Purtroppo, adesso, nei dintorni ci sono combattimenti e nessuno vuole venire a lavorare qui. Quindi al momento siamo state costrette a fermare la costruzione.
Riuscite comunque a vivere la vostra vocazione di contemplative?
Grazie a Dio ormai da due anni riusciamo a farlo. Del resto la foresteria è dotata di una cappella e il luogo di lavoro ricorda molto un piccolo cenobio. Sì possiamo dire che la nostra è una giornata monastica regolare.
Perché avete scelto la Siria per fondare una comunità?
È stato un cammino iniziato con la morte dei nostri sette fratelli monaci uccisi nel 1996 a Tibhirine in Algeria. Dopo questa tragedia, c’è stato un appello a tutto l’ordine e la nostra comunità di Valserena si è sentita interpellata dalla testimonianza di questi uomini di preghiera. Il loro intento era di entrare in relazione con i musulmani proprio attraverso la preghiera. Abbiamo così preso contatto con vari Paesi dell’area mediterranea e alla fine, dietro consiglio di vescovi e di sacerdoti, abbiamo scelto la Siria. Qui l’esperienza monastica è il cuore della vita cristiana.
L'Osservatore Romano
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La preghiera di Aleppo
Aleppo (Agenzia Fides) – “Qui la gente vive nell’incertezza e nella sofferenza, ma nessuno aspetta la liberazione dalle bombe e dai missili di un intervento militare esterno.Anche per me sarebbe una pazzia fare azioni di guerra elevando la bandiera della pace. Tutti pregano perchè l’intervento non ci sia, e torni davvero la pace”. Cosi il parroco David Fernandez, missionario cattolico dell’Istituto del Verbo Incarnato, descrive all’Agenzia Fides la reazione dei suoi fedeli di Aleppo davanti alle voci su un imminente attacco contro le postazioni dell’esercito di Assad da parte di forze straniere.
Nel racconto di don David, Aleppo viene di nuovo descritta come una città sotto assedio delle milizie ribelli, dove “i forni sono chiusi perchè manca anche la farina per fare il pane” mentre non si riesce a dormire né di giorno né di notte per il fragore degli scontri e dei bombardamenti in atto nei sobborghi periferici. In tutto questo – aggiunge a Fides p. David – “tante persone portano la loro croce con fede e fortezza, chiedendo il dono della pace a Dio, l’unico a cui ancora affidano le proprie speranze”.
Nel mese di agosto, in Aleppo assediata, presso la parrocchia cattolica di rito latino sono stati predicati esercizi spirituali per i giovani, per le suore e per le madri. In questi giorni sono in corso quelli rivolti ai preti, a cui partecipano sacerdoti di diversi riti. (GV)
[Per chi volesse aiutare la missione dell'Istituto del Verbo Incaranto ad Aleppo può contribuire tramite bonifico bancario: UFFICIO DELL MISSIONI ONLUS, IBAN: IT55 C076 0103 2000 0000 2232 890]