venerdì 6 settembre 2013

La fuga dei cristiani

Proteggere i diritti dei cristiani è un dovere, parola di re

Discorso di Sua Maestà Re Abdullah II di Giordania in occasione dell’incontro con i partecipanti al Convegno “le sfide degli arabi cristiani”, Amman, 3 settembre 2013.
Nel nome di Dio, clemente, misericordioso
Cari Fratelli, sono lieto di darvi il benvenuto nel vostro Paese, la Giordania, di salutarvi e ringraziarvi per il vostro impegno.
La nostra regione è sottoposta a uno stato di violenza e di conflitti intra-religiosi, settari ed ideologici. Per molto tempo abbiamo lanciato l’allarme sulle conseguenze negative di tale situazione, che produce modelli di comportamento estranei alla nostra tradizione e al nostro patrimonio umanitario e culturale, basato sui principi della moderazione, della tolleranza, della convivenza e dell’accettazione dell’altro. Cristiani e musulmani, condividiamo queste stesse sfide e difficoltà. Esse esigono l’unione degli sforzi e la nostra piena collaborazione. Dovremmo perciò trovarci d’accordo su un codice di comportamento che ci unisca invece di dividerci.
La nostra principale preoccupazione è che questa percezione negativa, il ripiegamento su di sé e la condizione di isolamento tra i credenti delle diverse religioni possa mettere a rischio la coesione sociale. Dobbiamo perciò concentrarci sull’educazione e sul modo in cui facciamo crescere i nostri figli per proteggere le generazioni future. È una responsabilità che spetta alle famiglie e alle altre istituzioni educative, così come alle moschee e alle chiese.
Sosteniamo ogni sforzo teso a preservare l’identità storica arabo-cristiana, e a salvaguardare il diritto alla libertà di culto, fondata sul principio, presente sia nel Cristianesimo che nell’Islam, che sottolinea l’amore per Dio e l’amore per il prossimo, così come espresso nell’iniziativa “A common word”.
Vi invito perciò a promuovere il processo del dialogo interreligioso e a concentrarvi sulla valorizzazione degli elementi comuni che uniscono i seguaci di diverse religioni e confessioni. A tal fine, ci siamo fatti promotori di diverse iniziative quali l’Amman Message, a Common Word e la World Interfaith Harmony.
Siamo fieri che la Giordania costituisca un modello unico di convivenza e fraternità tra musulmani e cristiani. Crediamo anche che la protezione dei diritti dei cristiani sia un dovere e non un favore. I cristiani arabi hanno svolto un ruolo fondamentale nella costruzione delle società arabe, e nella difesa delle giuste cause della nostra nazione.
Gli arabi cristiani sono coloro che possono capire meglio l’Islam e i suoi valori più autentici. In questa fase chiediamo loro di difendere l’Islam, che è vittima di ingiustizia per via dell’ignoranza di alcuni circa l’essenza di questa fede, la quale predica la tolleranza e la moderazione, e rifiuta l’estremismo e l’isolamento.
Gerusalemme, che oggi è purtroppo sottoposta alle peggiori forme di giudaizzazione, testimonia quattordici secoli di profonde, solide e fraterne relazioni tra musulmani e cristiani, corroborate dal patto di Omar (Ibn al-Khattab), e promosse da mio nonno, lo Sharif Husayn Ben ‘Ali, che Dio lo benedica. Mio padre, re Husayn e io abbiamo continuato, con l’aiuto di Dio a seguire le sue orme.
Abbiamo tutti il dovere di difendere l’identità araba di Gerusalemme, e di proteggere i suoi luoghi santi islamici e cristiani. Gli arabi cristiani dovrebbero restare saldi nella loro identità araba, mentre è un nostro compito collettivo opporci a tutte le pratiche che puntano ad allontanarli o a emarginarli.
Concludendo, vi auguro una buona riuscita dell’incontro, nella speranza che possiate formulare raccomandazione efficaci sulla base delle quali potrò confrontarmi con i leader arabi miei fratelli e con la comunità internazionale affinché possano mettere in atto il sostegno necessario ad applicarle.
La pace, la grazia di Dio e la Sua benedizione siano con voi.
Fonte: Oasis
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Monastero a Maalula

Il villaggio che parla come Gesù assediato dai ribelli di Al Qaeda


A Maalula centinaia di rifugiati nei conventi

GIORDANO STABILE


È l’ultimo villaggio dove Gesù potrebbe tornare a predicare nella lingua che usava duemila anni fa ed essere capito. Si trova nel cuore della Siria cristiana, sessanta chilometri a nord di Damasco e a una decina dal confine libanese. A millecinquecento metri di altezza, arroccato su un fianco di una montagna, Maalula era stato finora risparmiato dalla guerra civile che sta facendo a pezzi il Paese. Da mercoledì è sotto assedio.

Una brigata di insorti del fronte jihadista di Al Nusra (amici di Al Qaeda) ha occupato l’hotel che dal cucuzzolo della montagna domina il villaggio. Dall’alto piovono proiettili di mortaio. La pattuglia di soldati regolari che sorvegliava il check-point della strada che sale fino al centro è stata spazzata via. Un kamikaze si è fatto saltare in aria con la sua auto, otto militari sono rimasti uccisi sul colpo. Due vecchi tank e un blindato sono stati poi distrutti dagli altri miliziani.

Ora i tremila abitanti, in maggioranza cristiani ortodossi, possono solo difendersi da soli. Vecchi e bambini si sono rifugiati nei due piccoli, antichissimi monasteri di Mar Sarkis (San Sergio) e Mar Taqla (Santa Tecla). Con un satellitare una suora di Mar Taqla è riuscita a raggiungere il direttore dell’Osservatorio siriano dei diritti umani, vicino all’opposizione, laica, al regime di Bashar al Assad. «Abbiamo portato i bambini, 27 orfani abbandonati, nelle cantine - ha raccontato - così sono protetti e non si spaventano quando arrivano i colpi di mortaio». La suora non ha rivelato il suo nome, per timore di rappresaglie.

Non è chiaro chi si opponga ancora agli jihadisti, che giovedì hanno lasciato l’hotel per poi farvi ritorno, con rinforzi e munizioni, ieri. Nelle montagne attorno al centro ci sono ancora soldati regolari e avrebbero respinto gli estremisti islamici che circondavano una chiesa e una moschea. Ma in molti villaggi a maggioranza cristiana sono nate milizie di autodifesa. Probabilmente anche a Maalula, dove si parla ancora una forma di aramaico, lingua biblica che per la maggior parte degli storici era usata da Gesù.

I due conventi, patrimonio dell’Unesco, costruiti nel IV secolo quando la regione faceva ancora parte dell’Impero romano, hanno aderito al digiuno mondiale per la pace lanciato dal Papa. I santuari sono dedicati a un soldato romano ucciso perché si era convertito, e a una discepola di San Paolo salvata, secondo la leggenda, dalla montagna stessa di Maalula, che si aprì per offrirle un nascondiglio. Gli assediati ora sperano in un altro miracolo.

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I timori della Chiesa: già cacciati dall’Iraq rischiano l’estinzione dalla regione. Anche il re di Giordania è preoccupato: “Hanno ruoli chiave nelle società arabe”

CLAUDIO GALLO

Mentre la nostra vita procede distratta verso l’insignificanza, (copyright Cornelius Castoriadis) intere parti del mondo s’inabissano per sempre. Alla fine degli Anni Novanta lo scrittore britannico William Darlymple, nel suo miglior libro «Dalla montagna sacra», lanciò un potente grido di allarme: i cristiani stanno scomparendo dalla culla del cristianesimo. Adesso, sedici anni dopo, quel quadro desolato è notevolmente peggiorato: ci sono stati l’esodo dall’Iraq, la marea di Al Qaeda nell’Africa occidentale, gli esiti disastrosi delle pseudoprimavere arabe che, partite con le bandiere democratiche, sono spesso finite con quelle verdi o nere degli estremisti musulmani.

Persino un personaggio poco amante dei movimenti sociali  come re Abdallah di Giordania dice adesso che bisogna salvaguardare la specie in estinzione dei cristiani, «perché hanno sempre esercitato un ruolo chiave nelle società arabe». Se si alza il cofano dell’ormai defunto nazionalismo arabo, si scopre che a far girare il motore erano i cristiani. L’idea di una società laica che si diffuse per il Medio Oriente come una buona novella veniva inevitabilmente da loro. Ma da subito si accorsero di non poter fare affidamento sul cosiddetto occidente. «I cristiani dell’Ovest non hanno mai fatto nulla per noi», dice nel libro di Dalrymple il figlio di un vecchio prete di Tur Abdin, monastero in Turchia dove si parla il Siriaco (Turoyo o Suroyo, aramaico moderno), uno dei pochi posti al mondo dove se Gesù ritornasse sarebbe capito.

Quando gli occidentali ci hanno provato, come in Libano, hanno fatto soltanto disastri. Il tentativo francese di costruire un’enclave solo cristiana fu arrogante e miope, perché non tenne conto che le popolazioni mediorientali erano cementate da secoli di vita comunitaria e non si potevano separare artificialmente. La stessa logica, in fondo, che muove oggi salafiti e jihadisti alla ricerca di improbabili califfati, creati sulle macerie di sanguinarie pulizie etniche.

Così, lo ha fatto notare tra i tanti Robert Fisk, oggi l’occidente è oggettivamente al fianco dei jihadisti contro il regime di Assad. I cristiani, ora il 10 per cento della popolazione siriana, non si facevano illusioni sul regime e non sottovalutavano la brutalità poliziesca del Mukhabarat, l’occhiuto servizio segreto. Godevano però di una libertà religiosa unica in tutto il Medio Oriente. Alcune liturgie quasi estinte sopravvivevano in Siria, come quella degli ortodossi di Edessa nella chiesa di San Giorgio ad Aleppo, dove si conservano i canti più antichi della cristianità, precedenti al Gregoriano. Ma non ci sono solo i cristiani: rischiano di essere decimati anche gli alawiti, i correligionari degli Assad, un decimo della popolazione. Una setta con radici cristiane e gnostiche (festeggiano il Natale) arruolata nell’Islam sciita per convenienza politica.

Già nel 1997 Dalrymple registrava la paura del montante fondamentalismo islamico con i cristiani che prendevano due passaporti per scappare più facilmente, almeno i più ricchi. Si rendevano conto infatti che se il regime fosse crollato, loro «avrebbero subito un terribile contraccolpo».

Oggi lì siamo arrivati: il vescovo di Aleppo continua a chiedere agli americani di evitare il blitz e di cercare la diplomazia «per scongiurare una guerra mondiale». Mentre il gesuita Antoine Audo parla, le chiese cristiane sono bombardate dall’esercito e distrutte dai qaedisti di Jhabat al Nusra o da quelli dello «Stato isalmico in Iraq e nel Levante». L’opinione del vescovo, e adesso del Papa, coincide con quelle del nuovo rapporto dell’International Crisis Group di Bruxelles: un colpo calibrato che non ribalti la situazione ma faccia ripartire la diplomazia è una prospettiva «attraente in teoria, ma in realtà quasi certamente impraticabile».

Non tutti in America, specialmente tra i conservatori, sono convinti che il presidente Obama faccia bene a intervenire. Il senatore conservatore vicino ai Tea Party Rand Paul (figlio di Ron) ha notato polemicamente l’altro giorno che Assad «ha protetto per molti anni le chiese», e che «far vincere i ribelli islamici è una cattiva idea per i cristiani. Si finirà per creare un nuovo stato islamista dove saranno perseguitati».

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Il monastero di Santa Caterina sul Sinai

Inaccessibile ai visitatori l’antichissimo monastero visitato da Giovanni Paolo II dove secondo la tradizione Mosé parlò con Dio nel roveto ardente

GIORGIO BERNARDELLI
Il monastero di Santa Caterina sul Sinai - la meta privilegiata dei pellegrini cristiani in Egitto - rimane chiuso ai visitatori su indicazione delle autorità di sicurezza, che temono nuovi attentati jihadisti. A rivelarlo è un reportage da questo angolo del deserto egiziano pubblicato oggi dal sito Al Monitor, un sito di informazione sul Medio Oriente.


Già dall’inizio della crisi al Cairo i pellegrinaggi avevano tagliato dai loro itinerari il Sinai, divenuta  una delle zone più a rischio per via delle violenze degli islamisti. Ora però arriva la notizia che c’è stato un preciso ordine della forze di sicurezza egiziane ai monaci, affinché tengano chiuso il sito cristiano. «Dopo gli attacchi alle chiese delle scorse settimane - ha raccontato ad  Al Monitor padre Paolo, uno dei monaci - abbiamo ricevuto dall’autorità di sicurezza l’ordine di chiudere le porte ai visitatori. Abbiamo più tempo per pregare e per il nostro lavoro - spiega -, ma stiamo vivendo una grave crisi finanziaria: non riusciamo più a sostenere le decine di famiglie che abitualmente aiutavamo».


Al Monitor spiega che il governo egiziano non ha dato alcuna comunicazione ufficiale della chiusura. E che all’origine della decisione ci sarebbe stato un tentativo di rapimento di un monaco e le crescenti preoccupazioni per un possibile attacco al complesso. Del resto non è un mistero che da settimane nel Sinai si susseguano quasi quotidianamente scontri tra l’esercito egiziano e gruppi jihadisti. E proprio nella parte settentrionale della Penisola - a El Arish - all’inizio di luglio è stato ucciso il sacerdote copto padre Mina Aboud.


La chiusura ai fedeli del monastero di Santa Caterina è una nuovo simbolo evidente della sofferenza dei cristiani del Medio Oriente. In questo luogo dove secondo la tradizione Mosé parlò con Dio nel roveto ardente, una cappella fu fatta costruire già nel quarto secolo dall’imperatrice Elena. Il monastero sorse poi nel VI secolo per volontà dell’imperatore Giustiniano, che lo circondò di alte mura: sopravvissuto ai secoli è il più antico monastero cristiano del mondo. Era anche considerato un luogo privilegiato della convivenza tra cristiani e musulmani: la sua biblioteca custodisce infatti uno scritto di Maometto che accordava protezione al monastero, essendo qui stato accolto e protetto dai nemici.

A testimonianza dell’importanza di questo luogo nel febbraio 2000 Giovanni Paolo II volle iniziare da qui il suo pellegrinaggio giubilare ai Luoghi della Salvezza. Sulle sue orme - poi - in questi anni migliaia di pellegrini cristiani hanno fatto tappa al Sinai, per la fortuna delle popolazioni beduine che vivono nella cittadina che si trova ai piedi del monastero. Con molto meno clamore rispetto ai tour operator di Sharm el Sheik o Marsa Alam anche loro stanno vivendo la loro catastrofe turistica. Una crisi dal volto ruspante ma non per questo meno drammatica: senza pellegrini - racconta Al Monitor - non hanno più soldi per dar da mangiare ai loro cammelli e sono costretti a venderli. «A Luxor il governo li ha compensati, qui non si è fatto vedere nessuno», si è lamentato uno di loro. 
Vatican Insider

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I mille volti della repressione dei cristiani

La cronaca delle limitazioni alla libertà religiosa e in particolare delle violenze contro i cristiani nel mondo registra ogni giorno nuovi episodi: e si tratta soltanto della punta di un iceberg poiché molte delle vittime sono troppo deboli e isolate perché le loro storie vengano raccontate, tanto più se, come spesso accade, le autorità si mostrano indifferenti e complici o se le stesse leggi prevedono discriminazioni e punizioni nei confronti delle minoranze religiose.
È applicando l’articolo 220 del codice penale che pochi giorni fa nel moderato Marocco un giovane cristiano è stato accusato di proselitismo e arrestato. È successo ad Ain Aicha, nel Nord del paese, dove il ragazzo lavora come venditore ambulante. Interrogato dalle autorità, il giovane ha confessato di essere in contatto con un’organizzazione attiva in tutto il Marocco, di cui fanno parte anche due cittadini americani, che gli ha fornito libri e Cd dal contenuto religioso affinché svolgesse la sua opera di evangelizzazione. L’organizzazione, stando alle sue rivelazioni, svolge incontri definiti di “discepolato” in diverse città e festeggia i nuovi convertiti in una casa della capitale Rabat. Riconosciuto colpevole, il 3 settembre il giovane è stato condannato a 30 mesi di carcere e al pagamento di una multa pari a 5.000 dirham (circa 450 euro).
In Nepal – apprende da fonti locali il 3 settembre l’agenzia di stampa AsiaNews – il governo da parte sua continua a rimandare la decisione di assegnare ai cristiani di Kathmandu un terreno di sepoltura dopo che due anni fa ha vietato alle minoranze confessionali la celebrazione di riti funebri nelle vicinanze del tempio indu di Pashupatinath, a Kathmandu, al fine di preservare la sacralità del suolo circostante. Da allora la comunità cristiana e le altre minoranze religiose della valle di Kathmandu sono costrette a celebrare i riti funebri in terreni non consacrati. Temendo che le tombe vengano profanate da fanatici induisti, scelgono inoltre luoghi nascosti nelle foreste o vicino ai fiumi. Già nel 2011 la comunità cristiana aveva indetto per protesta uno sciopero della fame protrattosi per 39 giorni. Se non otterranno un terreno su cui edificare il cimitero, nei prossimi mesi i cristiani intendono lanciare una campagna di proteste a livello nazionale.
In Pakistan ancora una volta a subire minacce e violenze è una famiglia cristiana. Le vittime sono Martha Masih Bibi, una vedova, e le sue tre figlie. Martha, cristiana, era la moglie di Muhammad Sadiq, un islamico. Molto devoto e al tempo stesso convinto sostenitore del diritto alla libertà religiosa, Muhammad aveva rifiutato di costringere la moglie a convertirsi all’islam, come pretendeva la sua famiglia contraria all’unione con una “miscredente”, e non si era opposto alla scelta di fede delle figlie, tutte e tre cristiane, resistendo alle pressioni e alle intimidazioni dei parenti. Ora che è deceduto, i suoi familiari hanno giurato di uccidere le quattro donne infedeli. Dopo che una delle figlie, minacciata dagli zii, è fuggita di casa insieme al marito, Martha ha deciso di chiedere protezione ad alcune organizzazioni che difendono i diritti umani, tra cui la Masihi Foundation. I loro legali hanno sporto denuncia e chiesto protezione per la famiglia. In Pakistan il 97% della popolazione è di fede islamica. I cristiani sono l’1,6%.
Una nuova ondata di violenze contro i cristiani si sta verificando nello stato di Karnataka, nell’India sud-occidentale, dove è forte l’influenza del Bharatiya Janata Party, il partito degli ultranazionalisti indu, sconfitto alle legislative di maggio dall’Indian National Congress dopo cinque anni al potere durante i quali la stessa polizia è stata contaminata dal radicalismo. Il 3 settembre AsiaNews ha raccolto la preoccupante testimonianza di Sajan George, presidente del Global Council of Indian Christians, secondo cui nel solo mese di agosto si sono verificati almeno tre gravi incidenti. Il 3 alcune decine di estremisti induisti hanno aggredito Somashekarwas e la moglie Kusumabhai, cristiani evangelici del distretto di Bijapur, mentre erano in visita a dei vicini, li hanno trascinati fuori casa, li hanno picchiati e insultati per costringerli a riconvertirsi all’induismo oppure a lasciare il loro villaggio. Entrambi erano infatti di fede induista, ma si sono convertiti al cristianesimo e ora svolgono attività di evangelizzazione. Gli estremisti li hanno inoltre denunciati accusandoli di “conversioni forzate” al cristianesimo.
L’11 agosto degli ultranazionalisti hanno attaccato la chiesa pentecostale del reverendo Paramajyothi, nel distretto di Chitradurga, mentre era in corso una funzione. Il religioso, che si occupa delle comunità cristiane in 15 villaggi del distretto, è stato portato fuori dell’edificio, svestito e picchiato selvaggiamente e ha riportato diverse ferite e la rottura di tre denti. Anche a lui è stato ingiunto di lasciare il villaggio in cui vive entro una settimana.
L’ultima vittima è Doddamma, una donna di fede induista convertitasi al cristianesimo insieme alla figlia tre anni fa. Adesso Doddamma è un membro attivo della Chiesa pentecostale del distretto di Chikumagalur in cui abita. Il 18 agosto un gruppo di estremisti ha fatto irruzione in casa sua domandandole chi la avesse autorizzata a predicare la fede cristiana. Poi l’hanno portata insieme alla figlia in un vicino tempio indu e lì hanno ingiunto alle due donne di riconvertirsi all’induismo. Al loro rifiuto, le hanno picchiate duramente e poi hanno saccheggiato e distrutto la loro casa.
A. Bono