sabato 21 settembre 2013

La vocazione di Jorge Mario Bergoglio: 21 settembre 1953.

Il giovane Bergoglio


Era la mattina del 21 settembre 1953 quando Jorge Mario entrò nella chiesa parrocchiale a confessarsi e decise di farsi prete

ANDREA TORNIELLI



La vocazione di Jorge Mario Bergoglio si presenta come una chiamata della quale è possibile ricostruire il giorno e l'ora. Il diretto interessato ne parla come di un avvenimento sconvolgente per la sua vita. Qualcosa che irrompe inatteso. Un Dio che prima che tu lo cerchi, ti viene a cercare.


Il futuro Papa aveva diciassette anni, si preparava a festeggiare la Giornata dello studente, una festa per l'inizio della primavera, cioè nell'emisfero sud del mondo, il 21 settembre. Con i suoi compagni di scuola aveva in programma una scampagnata. Ma la giornata avrebbe preso una piega completamente diversa. Jorge va infatti nella sua parrocchia, nella  chiesa di San José de Flores. Non c'è un motivo particolare per quella visita. Eppure accade un incontro decisivo. Vi trova un sacerdote che non aveva mai conosciuto prima, padre Duarte, e che gli trasmette una profonda spiritualità. Il giovane decide di confessarsi da lui. E durante quella confessione, Jorge Mario «scopre» la sua vocazione religiosa.

Si accorge di essere stato chiamato. Accade qualcosa che gli cambia la vita. A tal punto che decide di non ritrovarsi con gli amici che lo attendono alla stazione ferroviaria. Torna invece a casa, perché in cuor suo ha deciso di farsi prete.
«Durante quella confessione mi successe una cosa strana, non so dire che cosa, però mi ha cambiato la vita. Direi che mi son lasciato sorprendere con la guardia bassa», ha raccontato Bergoglio ai giornalisti Rubin e Ambrogetti nel libro "El Jesuita" (ora tradotto in Italia, "Papa Francesco", Salani editore). «Fu la sorpresa, lo stupore di un incontro, mi resi conto che mi stavano aspettando. Questa è l'esperienza religiosa: lo stupore di incontrare qualcuno che ti sta aspettando. Da quel momento per me Dio divenne colui che ti "anticipa". Tu lo stai cercando, ma è Lui a trovarti per per primo. Lo vuoi incontrare, ma è Lui che ti viene incontro per primo».

Ma Bergoglio aggiunge anche un'altra caratteristica, destinata a diventare il cuore della sua attività di prete, di vescovo e ora di Papa. Non si fu infatti soltanto «lo stupore di un incontro» all'origine della vocazione religiosa, ma anche il modo misericordioso con cui Dio lo aveva chiamato.
Il suo ingresso in seminario non avviene subito dopo quella chiamata.

Passeranno infatti ancora quattro anni. La decisione era presa, ma mantenuta nel cuore, custodita e coltivata. «La cosa per il momento si chiuse lì», conferma il protagonista. Jorge continua a lavorare nel laboratorio di analisi, completa i suoi studi, non parla ancora con nessuno della volontà di farsi prete. «Ho vissuto l'esperienza della solitudine, una "solitudine passiva" di quelle che si soffrono senza apparente motivo o per una crisi o per una perdita». È come se quella sconvolgente chiamata, accompagnata dall'esperienza della misericordia, avesse avuto bisogno di maturare.

*

Memorabile questo giorno
Una volta, parlando di Borges, Jorge Mario Bergoglio citò i versi di un suo sonetto per far comprendere la cifra di quest’autore da lui personalmente conosciuto. Sono i versi di Everness, nella raccolta El otro, el mismo: «Solo una cosa non c’è. È la dimenticanza. / Dio, che salva il metallo, salva la scoria / e segna nella sua profetica memoria / le lune che saranno e che sono state //… E tutto resta… // E tutto è parte del diverso / cristallo di questa memoria». «Qui – mi disse, commentando il sonetto – c’è tutto Borges».

Questi versi mi sono tornati alla mente pensando a quanto papa Francesco ha detto nell’incontro con i sacerdoti di Roma: «La memoria è il sangue della Chiesa… Tornate a quella fedeltà di Dio che sempre rimane e ci aspetta… fate memoria del primo amore, Gesù… per me questo è il punto-chiave di un prete innamorato: che abbia la capacità di tornare con la memoria al primo amore». E in questa memoria del «primo amore» c’è tutto Bergoglio. In questa memoria presente del suo personale incontro con Cristo, della sua vocazione, tanto da non dimenticare il momento esatto in cui per la prima volta sentì lo sguardo di Gesù su di lui: era il 21 settembre di 60 anni fa, data d’inizio della primavera nell’australe Cono Surd’America. Così come ha scritto in una sua personale confessione di fede nel 1969, poco prima di essere ordinato sacerdote e che rileggendola all’inizio del suo pontificato ha detto di sottoscrivere oggi come allora: «Credo nella mia storia, che è stata trapassata dallo sguardo di amore di Dio e, nel giorno di primavera, 21 settembre, mi ha portato all’incontro per invitarmi a seguirlo…».

È il suo vissuto, quello di un uomo che sa che cos’è la miseria e il perdono, il peccato e la grazia, che sa cosa significa essere abbracciati dallo sguardo di amore di Dio: «Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato», ha detto nell’intervista rilasciata a "La Civiltà Cattolica". Miserando atque eligendo, «e guardandolo con misericordia lo scelse», secondo l’espressione che ha voluto imprimere nel suo motto episcopale, tratto da un’omelia di Beda il Venerabile sulla chiamata del pubblicano Matteo e che è riproposta nell’Ufficio delle letture proprio nel giorno 21 settembre.

Certo colpisce questo suo proprio registro anagrafico, nel quale ha voluto inserire la data d’inizio della sua vocazione, che normalmente non figura nei registri e non rientra nelle ricorrenze ufficiali. Un po’ come la data del fidanzamento. Ma la modalità rende limpido che per Bergoglio la vocazione è l’incontro con una persona, del quale ci si può ricordare il giorno, l’ora. Anche rispondendo a Scalfari ha detto: «La fede per me è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza». Perché non c’è niente che non sia personale nel cristianesimo, nel Vangelo. La stessa esperienza degli apostoli, di Giovanni e di Andrea che per primi incontrarono Gesù. Giovanni, ormai vecchio quando scriveva il suo Vangelo, ricordava anche l’ora: «Erano circa le quattro del pomeriggio…». Così questo incontro per papa Francesco apre a tutti, e questa data dell’incontro è diventata un inno alla misericordia, quella misericordia che ha segnato la sua vocazione, la sua ordinazione ed è la ragione stessa del suo ministero che vive anche adesso come testimone.

In questi sei mesi di pontificato è un prete, anzitutto, quello che tutti abbiamo visto nei gesti e ascoltato nelle parole. L’essere sacerdote è il cuore della sua identità, di come egli stesso semplicemente si percepisce. Glielo hanno chiesto i sacerdoti romani: «Lei ora come si definisce?...». «Ma, io mi sento prete, davvero. Io mi sento prete», ha risposto, confermando quanto ripete la dottrina che il sacerdozio «imprime il carattere». Si può dire che è questa la vera cifra del suo magistero, del suo pontificato. Ed è quindi anche evidente che uno dei punti su cui si accentra e continuerà ad accentrarsi l’attenzione di papa Francesco nel suo ministero di vescovo di Roma è proprio la cura dei sacerdoti, del rapporto con loro. Un aspetto che aveva caratterizzato il suo episcopato a Buenos Aires, dove i sacerdoti potevano avere accesso a lui in qualsiasi momento. La necessità di questa vicinanza nella carità l’ha rimarcata adesso al clero di Roma: «Noi vescovi dobbiamo essere vicini ai preti, i più prossimi al vescovo sono i preti… Vale anche il contrario: il più prossimo è il mio vescovo… È bello questo scambio…».

Stefania Falasca (Avvenire)

*

UNA STORIA CHE INIZIA
di Antonio Socci
C’è lo stupore e la compassione nella splendida intervista di papa Francesco. Lo stupore di chi si è sentito perdonato e amato dal Salvatore, come il pubblicano Matteo, l’evangelista della celebre tela di Caravaggio. Che il papa evoca.
E c’è la compassione per questa umanità di feriti. Il desiderio di portare a tutti quello sguardo di misericordia che lui ha incontrato nel volto di Gesù e quindi nella Chiesa.

COSA SIAMO

In effetti siamo un mondo di feriti. Le cronache parlano di guerre sanguinose, di repressioni crudeli, di una crisi economica che imperversa e porta all’angoscia, di società piene di odio. Parlano di violenza perfino in quei rapporti affettivi personali che dovrebbero essere segnati dall’amore.
Siamo tutti creature ferite dalla vita. Non lo si può negare.
Il recente Festival della filosofia di Modena, dedicato appunto all’amore, è stato concluso dalla lezione magistrale della sociologa israeliana Eva Illouz, nota per il suo best-seller, “Perché l’amore fa soffrire”.
La Illouz, sebbene femminista e liberal, ha fotografato – a cinquant’anni dalla rivoluzione sessuale che doveva renderci tutti liberi e felici – un panorama di rovine.
Ha spiegato che l’amore “ormai è divenuto un problema, preso in carico dalle comunità terapeutiche”. Ha aggiunto: “l’amore ha sempre fatto soffrire, ma oggi lo fa molto più di prima”. E lo sappiamo tutti.
E’ l’ennesima eterogenesi dei fini. Come il marxismo, anche la rivoluzione sessuale promise la felicità e ha prodotto l’infelicità (così pure potremmo dire per il mito scientista o quello del benessere).

L’OSPEDALE DI DIO

Dunque la nostra società è piena di feriti. Ecco perché papa Francesco vede la Chiesa “come un ospedale da campo dopo la battaglia”. Essa si sente chiamata a “curare le ferite e riscaldare il cuore dei fedeli”.
Siamo tutti feriti senza distinzione di credo o di filosofia o di fede politica. La battaglia che ci ha messo a terra e di cui parla il Papa è quella della vita, ma anche quella che la modernità aveva intrapreso per emanciparsi da Dio.
E’ evidente che la Chiesa ha perso quella battaglia (umanamente e storicamente parlando).
Ma i “morti e i feriti” distesi sul terreno sono i vincitori, cioè tutti noi moderni. La Chiesa non combatteva per sé, ma per noi. Noi moderni abbiamo prevalso e ora siamo al tappeto.
Perciò essa, come una madre premurosa, che aveva messo in guardia i suoi figli, si china su di loro, pietosa e se li carica sulle spalle.
Papa Francesco fa come il padre del figliol prodigo. Che non rinfaccia al figlio i suoi errori, che non inveisce e non punisce.
Anzi, “quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò”, poi – interrompendo il mea culpa del figlio – “disse ai servi: presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi… facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15, 20-24).

IL FRATELLO INDIGNATO

Diciamo la verità, l’atteggiamento del figlio maggiore che, tornando dai campi, vede tutti questi festeggiamenti e s’indigna col padre, somiglia un po’ a quello di alcuni di noi cattolici verso papa Francesco.
C’è chi pretenderebbe che si stesse ogni giorno a condannare, a recriminare e a far proclami. Mentre il padre vuole anzitutto riabbracciare l’errante e riaverlo come figlio.
Questo non significa affatto approvare gli errori o sottovalutarli. No, significa amare i figli.
Del resto è ciò che la Chiesa ha fatto fin dalle origini. La “bella notizia” (perché questo significa la parola “Vangelo”) non è l’elenco dei peccati, nemmeno un catalogo di valori morali, ma è l’annuncio che Dio ha avuto pietà degli uomini ed è venuto a prenderseli sulle spalle, a curarli, a guarirli, a salvarli.
Gesù entrò nel mondo così: “Non incriminò, non accusò nessuno. Salvò. Non incriminò il mondo. Salvò il mondo. Questi altri” scriveva Péguy “vituperano, raziocinano, incriminano. Medici ingiuriosi che se la prendono con il malato”.
Il grande convertito francese usava la stessa metafora di papa Francesco: siamo una umanità malata, un mondo di feriti. E il medico non può prendersela col malato. Il suo compito è curarlo e guarirlo.
Si dirà che oggi però c’è la secolarizzazione dilagante. Ma già Péguy rispondeva a questa obiezione: “anche al tempo di Gesù c’erano il secolo e le sabbie del secolo. Ma sulla sabbia arida, sulla sabbia del secolo scorreva una fonte, una fonte inesauribile di grazia”.
Pure Gesù fu accusato di essere indulgente e perfino connivente con peccatori, pubblicani e prostitute. Ma era venuto per loro (cioè per tutti noi). E proprio la sua misericordia, la bellezza della sua umanità, commuoveva i peccatori che si convertivano e cambiavano vita.

LA GUERRA DEI VALORI

Chi oggi lamenta la fine della battaglia per i valori non negoziabili non ha compreso. A parte il fatto che tali valori non sono l’essenza del cristianesimo e considerarli tali sarebbe una nuova, pericolosa ideologia.
Chiarito ciò è sbagliato pensare che Francesco rinneghi quanto hanno insegnato i suoi due predecessori. Perché ha sempre ribadito quell’insegnamento (anche ieri lo ha fatto su inizio e fine vita).
Certo, non sta a ripeterlo ogni giorno. Ma non perché quei principi, ai suoi occhi, non siano importanti.
Solo perché a Francesco preme anzitutto sottolineare il primo, vero, grande e basilare “principio non negoziabile” (la base di tutti gli altri): l’essere umano concreto, quello in carne e ossa, con le sue ferite, anche con i suoi peccati. La sua salvezza.
Agli occhi di Dio le persone concrete sono il fondamentale “principio non negoziabile”, tanto che per ognuno di loro si è fatto uomo, si è fatto crocifiggere ed è risorto.
Ecco perché nell’esortazione missionaria di Francesco a “curare” le ferite dell’umanità, rientra pienamente fare centri di aiuto alla vita, accogliere le persone travolte dal crollo di legami affettivi, sostenere chi vive malattie terminali o ha persone care in condizioni estreme, aiutare poveri e infelici. Si apre una grande stagione di carità per i cristiani.

COSA CAMBIA

Certo, cambia qualcosa: lo sguardo su questo momento storico. Più che battaglie culturali con intellettuali e politici, ci si prenderà cura degli esseri umani.
Non perché sia sbagliato o inutile dire la verità e cercare il bene pubblico: è doveroso (lo stesso Francesco ha dialogato con Scalfari).
Ma perché – come diceva don Giussani – a vincere la cultura nichilista non sarà una contrapposta cultura cattolica, ma la commozione personale per Gesù, la sua carità: “La Chiesa è proprio un luogo commovente di umanità, è il luogo della umanità… La lotta col nichilismo, contro il nichilismo, è questa commozione vissuta” (Giussani).
Del resto è sempre stato così. Il mondo è sempre stato una distesa di feriti. Perché tale è la condizione umana. Nasciamo come naufraghi che cercano il senso della vita, avvolti dal mistero dell’universo, desideriamo amare ed essere amati, subiamo il male e lo facciamo, bramiamo ogni giorno la felicità e non la troviamo.
Così ci vedeva Gesù. Così ci rappresentò nella parabola del Buon Samaritano: noi siamo quell’uomo “spogliato, percosso” e lasciato “mezzo morto” sul ciglio della strada. Mentre lui è il buon samaritano che “ne ebbe compassione, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui”.
Quella “locanda” è la Chiesa. E come Gesù cura le nostre ferite? Ce lo dice il profeta Isaia: “per le Sue piaghe noi siamo stati guariti”. Ci guarisce soffrendo al posto nostro. Ci riscatta dando se stesso.
I santi ce lo ricordano. Pensiamo a padre Pio, alle sue stigmate, alle sofferenze con cui otteneva tante grazie. Il suo confessionale è stato un grande ospedale da campo delle anime. E accanto ha voluto far costruire un grande ospedale dei corpi: “la casa sollievo della sofferenza”. Per capire papa Francesco guardate i santi come padre Pio.
Da “Libero”, 21 settembre 2013