giovedì 19 settembre 2013

Le gentili picconate di Papa Francesco

Il messaggio centrale dell’intervista che Papa Bergoglio ha concesso al confratello Antonio Spadaro per «La Civiltà Cattolica» sta tutto in quell’immagine della Chiesa come «ospedale da campo» dopo la battaglia. Un luogo dove si curano le ferite. E ai feriti gravi – tanti uomini e donne di oggi che hanno smarrito il senso della vita, o che vivono nelle situazioni più disparate e «irregolari» – è inutile chiedere se hanno il colesterolo alto, cioè se sono a posto con i precetti della morale cattolica. Si devono prima curare le ferite, perché non muoiano. Per tutto il resto ci sarà tempo dopo.
Ecco, la Chiesa che vuole Papa Francesco non dimentica i suoi insegnamenti né vuole cambiarli. Ma è capace di mostrare il volto della misericordia e si concentra «sull’essenziale» che è anche «ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore», come accadde ai discepoli di Emmaus. Già Benedetto XVI, in un memorabile quanto archiviato discorso del 2010, diceva che i richiami morali, i richiami ai valori, oggi non toccano il cuore delle persone. Bergoglio replica chi gli sta imputando scarsa loquacità sui «valori non negoziabili». Dalle sue parole si ricava che l’evangelizzazione, per lui, non si fa reiterando ogni settimana la condanna dell’aborto o dei matrimoni gay. La Chiesa deve annunciare innanzitutto che «Gesù Cristo ti ha salvato!» e accompagnare le persone.
Il Papa risponde poi a quanti – come il cardinale statunitense Dolan - lo hanno criticato perché si aspettavano da lui decisioni più rapide. E spiega che ogni cambiamento efficace richiede tempo e discernimento, anche se talvolta, come accaduto per IOR, sono necessarie decisioni urgenti.
Importante è anche il passaggio nel quale il Papa, anche in forza della sua esperienza di giovane padre provinciale che prendeva decisioni «in maniera brusca e personalista», oggi ritiene importantissimo consultarsi e ponderare ogni scelta. Per questo vuole che le consultazioni con i collaboratori in Vaticano e con il gruppo di otto cardinali chiamati studiare la riforma della Curia siano reali, vere e non formali.
Illuminanti, infine, sono i due passaggi dedicati alla Curia e al Concilio. I dicasteri romani «sono al servizio del Papa e dei vescovi» e devono aiutare» le Chiese particolari e le conferenze episcopali. «Sono meccanismi di aiuto» e non devono diventare, invece, «organismi di censura». Mentre sul Vaticano II, Francesco dice che la sua «dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi» è «assolutamente irreversibile».
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Le gentili picconate di Papa Francesco

Nell'intervista su «Civiltà Cattolica» Bergoglio chiede di puntare «sull’essenziale, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore». E spiega che non vuole una Curia di censori

ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO

 
È un affresco straordinario che lungo 29 pagine descrive lo sguardo di fede e lo sguardo sulla vita della Chiesa di Papa Francesco. Ad attirare l'attenzione saranno comprensibilmente le frasi sulle persone omosessuali, quelle in cui dice  che la Chiesa non può «insistere» solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio gay e uso dei metodi contraccettivi, o ancora quelle in cui afferma che i dicasteri curiali «corrono il rischio di diventare organismi di censura». Ma il cuore del messaggio contenuto nell'intervista che Papa Bergoglio sta tutto in quell'immagine della Chiesa come «ospedale da campo» dopo una battaglia. Un ospedale dove si curano le ferite. E ai feriti gravi - tanti uomini e donne di oggi che hanno smarrito il senso della vita, o che vivono nelle situazioni più disparate e «irregolari» - è inutile chiedere se hanno il colesterolo e gli zuccheri alti. Si devono tamponare, curare le ferite, perché non muoiano. Per tutto il resto ci sarà tempo dopo.

 
Ecco, la Chiesa che Papa Francesco vuole non è una Chiesa che cambia la sua natura o mette in soffitta i suoi dogmi. È una Chiesa capace di mostrare il volto della misericordia e si concentra nel suo annuncio «sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus...». Già Benedetto XVI, in un memorabile quanto prontamente archiviato discorso tenuto durante il viaggio in Portogallo nel maggio 2010 diceva che i richiami morali, i richiami ai valori, i discorsi oggi non toccano il cuore delle persone. Per questo il suo successore, nell'intervista con il direttore di «Civiltà Cattolica», risponde alle critiche di chi gli imputa il silenzio sui «valori non negoziabili», quasi che la mancata ripetizione settimanale della condanna dell'aborto o del matrimonio gay fosse indizio di venir meno alla missione della Chiesa.
 
«Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile», ha detto il Papa. «Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». La Chiesa, che «a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti», deve tornare ad annunciare innanzitutto che «Gesù Cristo ti ha salvato!». E i ministri della Chiesa «devono innanzitutto essere ministri di misericordia», perché «l’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa. Oggi a volte sembra che prevalga l’ordine inverso».
 
Sono parole che ribaltano l'approccio di chi ritiene che il compito dei cristiani oggi non sia innanzitutto l'annuncio di un messaggio di salvezza, di vicinanza, di misericordia. Ma sia invece la ripetizione, a raffica, di precetti e condanne. Precetti e divieti hanno un senso nel contesto dell'esperienza di fede, ma finiscono per allontanare le persone invece di raggiungerle con il messaggio evangelico quando diventano il contenuto principale della predicazione e della pastorale. Le parole del Papa e il suo sguardo sulla fede chiedono dunque una «conversione pastorale» a tutta la Chiesa.

 
Accompagnare con misericordia, spiega Francesco, non significa essere rigoristi né lassisti. Il confessionale non è una sala di tortura ma nemmeno una tintoria dove si va a smacchiare un abito come nulla fosse. Il male non si potrà mai chiamare bene. È l'approccio, lo sguardo, le priorità che sono diverse. «Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro - ha detto Bergoglio - se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana».

 
Nell'intervista Francesco risponde anche a quanti si aspettavano da lui decisioni rapide, riforme immediate, sostituzione di collaboratori all'indomani dell'elezione: una critica in questo senso era arrivata dal cardinale statunitense Timothy Dolan. «Io credo - ha spiegato il Papa - che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento». Ma quello stesso discernimento può rendere necessarie decisioni urgenti e interventi che si volevano lasciare per un secondo momento, com'è accaduto per lo Ior, la «banca vaticana» e i suoi scandali scoperchiati dalle indagini della magistratura.
 
A proposito di decisionismo e di autoritarismo, il Papa racconta della sua esperienza di giovane padre provinciale e del fatto che le sue decisioni prese «in maniera brusca e personalista» lo hanno fatto considerare un «ultraconservatore», anche se «non sono mai stato di destra». Per questo ora ritiene importantissimo consultarsi e ponderare bene ogni scelta. E vuole che le consultazioni con i collaboratori in Vaticano e con il gruppo di otto cardinali da lui scelti per studiare la riforma della Curia romana siano consultazioni reali, vere. Non formali.
 
Fondamentali, infine, sono i due passaggi dedicati alla Curia e al Concilio. «I dicasteri romani sono al servizio del Papa e dei vescovi: devono aiutare» le Chiese particolari e le conferenze episcopali. «Sono meccanismi di aiuto» e non devono diventare «organismi di censura». Le periferie della Chiesa vanno coinvolte di più. Mentre sul Vaticano II, Francesco dice che la  «dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi» proposta dal Concilio «è assolutamente irreversibile».

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Intervista al Papa: «La Chiesa, un ospedale da campo»

Il direttore di «Civiltà Cattolica» padre Antonio Spadaro intervista Papa Francesco: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi»

ANDREA TORNIELLICITTÀ DEL VATICANO
«Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso».

È il cuore del messaggio contenuto nella lunga intervista (ben 29 pagine della rivista) che Papa Francesco ha concesso al direttore di «Civiltà Cattolica» padre Antonio Spadaro. Un colloquio di sei ore avvenuto il 19, il 23 e il 29 agosto. Jorge Mario Bergoglio traccia un identikit inedito di se stesso, che include anche le sue preferenze artistiche; analizza il ruolo della Chiesa oggi e indica le priorità dell’azione pastorale.

Non insistere solo sui valori non negoziabili

«Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione».

«Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus...».

«La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ha salvato!”. E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia». «L’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa. Oggi a volte sembra che prevalga l’ordine inverso».


A proposito dei gay

«Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita. A Buenos Aires ricevevo lettere di persone omosessuali, che sono “feriti sociali” perché mi dicono che sentono come la Chiesa li abbia sempre condannati. Ma la Chiesa non vuole fare questo. Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile».

«Una volta una persona, in maniera provocatoria, mi chiese se approvavo l’omosessualità. Io allora le risposi con un’altra domanda: “Dimmi: Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?”. Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo. Nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia. Quando questo accade, lo Spirito Santo ispira il sacerdote a dire la cosa più giusta».


«La mia certezza: Dio è nella vita di ogni persona»

«Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari - ha affermato Francesco - chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante. Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio».


Dio è più grande del peccato

«Come stiamo trattando il popolo di Dio? Sogno una Chiesa Madre e Pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. Dio è più grande del peccato. Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato. I vescovi, particolarmente, devono essere uomini capaci di sostenere con pazienza i passi di Dio nel suo popolo in modo che nessuno rimanga indietro, ma anche per accompagnare il gregge che ha il fiuto per trovare nuove strade».

La Chiesa è il popolo di Dio

«Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori. Sentire cum Ecclesia dunque per me è essere in questo popolo. E l’insieme dei fedeli è infallibile nel credere, e manifesta questa sua infallibilitas in credendo mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo che cammina... Quando il dialogo tra la gente e i vescovi e il Papa va su questa strada ed è leale, allora è assistito dallo Spirito Santo. Non è dunque un sentire riferito ai teologi... Non bisogna dunque neanche pensare che la comprensione del "sentire con la Chiesa" sia legata solamente al sentire con la sua parte gerarchica». E la Chiesa non va ridotta a «una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità».


«Sono un peccatore»

Il Papa definisce se stesso «un peccatore». E ricordando la straordinaria immagine caravaggesca della vocazione di Matteo afferma: «Ecco, questo sono io: “un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. E questo è quel che ho detto quando mi hanno chiesto se accettavo la mia elezione a Pontefice».

Per fare le riforme serve tempo

«Molti pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento. E a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di fare dopo. È ciò che è accaduto anche a me in questi mesi». 
«Ecco, invece diffido delle decisioni prese in maniera improvvisa - ha spiegato il Papa a "Civiltà Cattolica" - Diffido sempre della prima decisione, cioè della prima cosa che mi viene in mente di fare se devo prendere una decisione. In genere è la cosa sbagliata. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita e fa trovare i mezzi più opportuni, che non sempre si identificano con ciò che sembra grande o forte».


Perché uso un'auto modesta

«Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente, specialmente i poveri. Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l’usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde a una esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi. Il discernimento nel Signore mi guida nel mio modo di governare».

Sono un indisciplinato... nato

Della Compagnia di Gesù, Francesco dice: «mi hanno colpito tre cose: la missionarietà, la comunità e la disciplina. Curioso questo, perché io sono un indisciplinato nato, nato, nato. Ma la loro disciplina, il modo di ordinare il tempo, mi ha colpito tanto».


Non vado nell'appartamento papale perché lì si entra col contagocce

«E poi - ha aggiunto - una cosa per me davvero fondamentale è la comunità. Cercavo sempre una comunità. Io non mi vedevo prete solo: ho bisogno di comunità. E lo si capisce dal fatto che sono qui a Santa Marta... Ho scelto di abitare qui, nella camera 201, perché quando ho preso possesso dell’appartamento pontificio, dentro di me ho sentito distintamente un “no”. L’appartamento pontificio nel Palazzo Apostolico non è lussuoso. È antico, fatto con buon gusto e grande, non lussuoso. Ma alla fine è come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso, ma l’ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io no, senza gente non posso vivere. Ho bisogno di vivere la mia vita insieme agli altri».

Carattere decisionista ma non sono di destra

«Nella mia esperienza di superiore in Compagnia... il mio governo all’inizio aveva molti difetti... Mi son trovato Provinciale ancora molto giovane. Avevo 36 anni: una pazzia. Bisognava affrontare situazioni difficili, e io prendevo le mie decisioni in maniera brusca e personalista. Sì, devo aggiungere però una cosa: quando affido una cosa a una persona, mi fido totalmente di quella persona. Deve fare un errore davvero grande perché io la riprenda. Ma, nonostante questo, alla fine la gente si stanca dell’autoritarismo. Il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato ad avere seri problemi e ad essere accusato di essere ultraconservatore. Ho vissuto un tempo di grande crisi interiore quando ero a Cordova. Ecco, no, non sono stato certo come la Beata Imelda, ma non sono mai stato di destra. È stato il mio modo autoritario di prendere le decisioni a creare problemi».

Voglio consultazioni reali, non pro forma

«Col tempo ho imparato molte cose. Il Signore ha permesso questa pedagogia di governo anche attraverso i miei difetti e i miei peccati. Così da arcivescovo di Buenos Aires ogni quindici giorni facevo una riunione con i sei vescovi ausiliari, varie volte l’anno col Consiglio presbiterale. Si ponevano domande e si apriva lo spazio alla discussione. Questo mi ha molto aiutato a prendere le decisioni migliori. E adesso sento alcune persone che mi dicono: “non si consulti troppo, e decida”. Credo invece che la consultazione sia molto importante. I concistori, i Sinodi sono, ad esempio, luoghi importanti per rendere vera e attiva questa consultazione. Bisogna renderli però meno rigidi nella forma. Voglio consultazioni reali, non formali. La Consulta degli otto cardinali, questo gruppo consultivo outsider, non è una decisione solamente mia, ma è frutto della volontà dei cardinali, così come è stata espressa nelle Congregazioni Generali prima del conclave. E voglio che sia una Consulta reale, non formale».

Così vedo la Curia

«I dicasteri romani sono al servizio del Papa e dei vescovi: devono aiutare sia le Chiese particolari sia le Conferenze episcopali. Sono meccanismi di aiuto. In alcuni casi, quando non sono bene intesi, invece, corrono il rischio di diventare organismi di censura. È impressionante vedere le denunce di mancanza di ortodossia che arrivano a Roma. Credo che i casi debbano essere studiati dalle Conferenze episcopali locali, alle quali può arrivare un valido aiuto da Roma. I casi, infatti, si trattano meglio sul posto. I dicasteri romani sono mediatori, non intermediari o gestori».

Collegialità e primato di Pietro

«Si deve camminare insieme: la gente, i vescovi e il Papa. La sinodalità va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica. Questo potrà anche avere valore ecumenico, specialmente con i nostri fratelli Ortodossi. Da loro si può imparare di più sul senso della collegialità episcopale e sulla tradizione della sinodalità. Lo sforzo di riflessione comune, guardando a come si governava la Chiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, darà frutti a suo tempo».

La donna nella Chiesa e il «machismo in gonnella»

«È necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa. Temo la soluzione del “machismo in gonnella”, perché in realtà la donna ha una struttura differente dall’uomo. E invece i discorsi che sento sul ruolo della donna sono spesso ispirati proprio da una ideologia machista. Le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate. La Chiesa non può essere se stessa senza la donna e il suo ruolo. La donna per la Chiesa è imprescindibile. Maria, una donna, è più importante dei vescovi. Dico questo perché non bisogna confondere la funzione con la dignità. Bisogna dunque approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa. Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. Solo compiendo questo passaggio si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa. Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti».

Il Concilio e la messa antica

«Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta. Sì, ci sono linee di ermeneutica di continuità e di discontinuità, tuttavia una cosa è chiara: la dinamica di lettura del Vangelo attualizzata nell’oggi che è stata propria del Concilio è assolutamente irreversibile. Poi ci sono questioni particolari come la
liturgia secondo il Vetus Ordo. Penso che la scelta di Papa Benedetto sia stata prudenziale, legata all’aiuto ad alcune persone che hanno questa particolare sensibilità. Considero invece preoccupante il rischio di ideologizzazione del Vetus Ordo, la sua strumentalizzazione».

Se uno ha una risposta per tutto, Dio non è con lui

«Se una persona dice che ha incontrato Dio con certezza totale e non è sfiorata da un margine di incertezza, allora non va bene. Per me questa è una chiave importante. Se uno ha le risposte a tutte le domande, ecco che questa è la prova che Dio non è con lui. Vuol dire che è un falso profeta, che usa la religione per se stesso. Le grandi guide del popolo di Dio, come Mosè, hanno sempre lasciato spazio al dubbio. Si deve lasciare spazio al Signore, non alle nostre certezze; bisogna essere umili. L’incertezza si ha in ogni vero discernimento che è aperto alla conferma della consolazione spirituale».

La dottrina non è un monolite da difendere

«Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata... Le forme di espressione della verità possono essere multiformi, e questo anzi è necessario per la trasmissione del messaggio evangelico nel suo significato immutabile».

Il pericolo della fede-laboratorio

«C’è sempre in agguato il pericolo di vivere in un laboratorio. La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte. Io temo i laboratori perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci».
«Quando si parla di problemi sociali, una cosa è riunirsi per studiare il problema della droga in una villa miseria, e un’altra cosa è andare lì, viverci e capire il problema dall’interno e studiarlo».


«Sono vivo grazie a una suora»

«Le frontiere sono tante. Pensiamo alle suore che vivono negli ospedali: loro vivono nelle frontiere. Io sono vivo grazie a una di loro. Quando ho avuto il problema al polmone in ospedale, il medico mi diede penicillina e streptomicina in certe dosi. La suora che stava in corsia le triplicò perché aveva fiuto, sapeva cosa fare, perché stava con i malati tutto il giorno. Il medico, che era davvero bravo, viveva nel suo laboratorio, la suora viveva nella frontiera e dialogava con la frontiera tutti i giorni. Addomesticare le frontiere significa limitarsi a parlare da una posizione distante, chiudersi nei laboratori. Sono cose utili, ma la riflessione per noi deve sempre partire dall’esperienza».

I Promessi Sposi sul comodino

«Ho amato molto autori diversi tra loro. Amo moltissimo Dostoevskij e Hölderlin. Di Hölderlin voglio ricordare quella lirica per il compleanno di sua nonna che è di grande bellezza, e che a me ha fatto anche tanto bene spiritualmente. È quella che si chiude con il verso "Che l’uomo mantenga quel che il fanciullo ha promesso". Mi ha colpito anche perché ho molto amato mia nonna Rosa, e lì Hölderlin accosta sua nonna a Maria che ha generato Gesù, che per lui è l’amico della terra che non ha considerato straniero nessuno. Ho letto il libro "I Promessi Sposi" tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto. Mia nonna, quand’ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro»

Il film di Fellini

«La strada di Fellini è il film che forse ho amato di più. Mi identifico con quel film, nel quale c’è un implicito riferimento a san Francesco. Credo poi di aver visto tutti i film con Anna Magnani e Aldo Fabrizi quando avevo tra i 10 e 12 anni. Un altro film che ho molto amato è Roma città aperta. Devo la mia cultura cinematografica soprattutto ai miei genitori che ci portavano spesso al cinema».

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Il Papa: "La Chiesa? Un ospedale da campo"
E apre a omosessuali e divorziati risposati

Nella prima intervista, concessa a Civiltà cattolica, Bergoglio dice: "Sono un peccatore cui il Signore ha rivolto gli occhi". Sulla rinuncia all'appartamento papale: "Io senza gente non posso vivere" E poi: "Non possiamo insistere solo su matrimonio omosessuale e contraccettivi". "Misericordia per la donna se è pentita dopo un aborto". "Mai stato di destra"

Esce oggi la prima intervista concessa da Papa Francesco alla carta stampata. La pubblica lo storico quindicinale dei gesuiti - l'ordine del quale fa parte anche Jorge Mario Bergoglio - "La Civiltà Cattolica" che, per la prima volta nei suoi 183 anni di storia, esce di giovedì e non di sabato. La firma è del direttore della stessa rivista, padre Antonio Spadaro. Mai prima d'oggi "La Civiltà Cattolica" aveva ospitato nelle proprie pagine un'intervista al Papa. È una prima assoluta dunque anche per la rivista che, per l'occasione, esce in contemporanea, in traduzione, su altre 16 riviste della Compagnia di Gesù di altrettante nazioni.

L'intervista è stata rilasciata dal Papa, nel suo studio privato a Santa Marta, nel corso di tre appuntamenti il 19, il 23 e il 29 agosto. In circa trenta pagine Jorge Mario Bergoglio traccia un identikit inedito di se stesso, che include anche le preferenze artistiche e culturali; primo Papa gesuita della storia spiega l'idea che ha della Compagnia di Gesù; analizza il ruolo della Chiesa oggi e indica le priorità dell'azione pastorale; affronta le domande che la società e l'antropologia contemporanea pongono all'annuncio del Vangelo. Al centro del testo c'è soprattutto l'idea che la Chiesa è misericordia. Prima dei princìpi, insomma, viene il "kerygma", l'annuncio che il Vangelo è amore, accoglienza verso tutti. 

Dice il Papa: "Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione". E ancora: "Una bella omelia, una vera omelia, deve cominciare col primo annuncio, con l'annuncio della salvezza. Non c'è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Ma l'annuncio dell'amore salvifico di Dio è previo all'obbligazione morale e religiosa. Oggi a volte sembra che prevalga l'ordine inverso". La Chiesa, insomma, prima di condannare, ama chiunque abbia di fronte.

Il Papa che "non ama le masse" e sceglie di disertare l'Appartamento
Il testo è introdotto dal racconto personale di Spadaro, le sue impressioni sulla stanza dove si svolge l'intervista con le icone e la statua di San Giuseppe dormiente. La spiritualità di Bergoglio, scrive, "è fatta di volti umani: Cristo, san Francesco, san Giuseppe, Maria". Il Papa da subito parla di sé, del suo viaggio in Brasile, del fatto che non ama le masse ma il contatto diretto, uno a uno, con la gente. Quindi spiega perché non ha scelto di abitare nel vecchio appartamento pontificio: "È come un imbuto al rovescio. È grande e spazioso ma l'ingresso è davvero stretto. Si entra col contagocce, e io senza gente non posso vivere".

L'accusa d'essere ultraconservatore 
Nella prima parte del lungo colloquio Francesco si definisce "un peccatore al quale il Signore ha guardato". E dice di aver sentito pace e consolazione interiore prima dell'elezione, ma anche un buio totale, un'oscurità profonda. Quindi rilegge la sua storia di gesuita, anche riguardo ad alcuni momenti  difficili: "Il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato ad avere seri problemi e a essere accusato di essere ultraconservatore. Ma non sono mai stato di destra".

Il governo collegiale e la nuova curia romana
Un'esperienza difficile che oggi mette a frutto: ricordando il suo ministero episcopale in Argentina, dice di aver capito quanto sia importante "la consultazione": "I Concistori, i Sinodi sono, ad esempio, luoghi importanti per rendere vera e attiva questa consultazione. Bisogna renderli però meno rigidi nella forma. Voglio consultazioni reali, non formali". Quanto ai dicasteri romani sottolinea: "Sono mediatori, non gestori". E ancora: "La Consulta degli otto cardinali, questo gruppo consultivo outsider, non è una decisione solamente mia, ma è frutto della volontà dei cardinali, come è stata espressa nelle Congregazioni Generali prima del Conclave. E voglio una Consulta reale non formale".

Prima della riforma il discernimento
Il Papa spiega come la formazione da gesuita, e in particolare "il discernimento", lo aiutino a vivere meglio il suo ministero: "Per Sant'Ignazio i grandi princìpi devono essere incarnati nelle circostanze di luogo, di tempo e di persone. E' fare le cose piccole di ogni giorno con un cuore grande e aperto a Dio e agli altri". In particolare sul tema delle riforme: "Molti, ad esempio, pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. E questo è il tempo del discernimento. E a volte il discernimento invece sprona a fare subito quel che invece inizialmente si pensa di far dopo. Ed è ciò che è accaduto anche a me in questi mesi". 

Il gesuita decentrato
Quanto alla Compagnia di Gesù Francesco ne traccia un identikit preciso: "Il gesuita è un decentrato. La Compagnia è in se stessa decentrata: il suo centro è Cristo e la sua Chiesa. Dunque: se la Compagnia tiene Cristo e la Chiesa al centro, ha due punti fondamentali di riferimento del suo equilibrio per vivere in periferia. Se invece guarda troppo a se stessa, mette sé al centro come struttura ben solida, molto ben 'armata', allora corre il pericolo di sentirsi sicura e sufficiente". Inoltre, "il gesuita pensa sempre, in continuazione, guardando l'orizzonte verso il quale deve andare. Questa è la sua vera forza. E questo spinge la Compagnia a essere in ricerca, creativa, generosa".

La Chiesa? Non una cappella di persone selezionate
L'immagine di Chiesa che papa Francesco preferisce è quella espressa dal Vaticano II nella Lumen Gentium, "del santo popolo fedele di Dio. Sentire cum Ecclesia per me è essere in questo popolo. E l'insieme dei fedeli è infallibile nel credere, e manifesta questa sua infallibilitas in credendo mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo che cammina. Non bisogna dunque neanche pensare che la comprensione del 'sentire con la Chiesà sia legata solamente al sentire con la sua parte gerarchica": riguarda tutta la Chiesa, popolo e pastori. Una Chiesa che Francesco non riduce a "una piccola cappella che può contenere solo un gruppetto di persone selezionate. Non dobbiamo ridurre il seno della Chiesa universale a un nido protettore della nostra mediocrità". Il Papa sogna "una Chiesa Madre e Pastora". "La Chiesa è feconda, deve esserlo. Quando mi accorgo di comportamenti negativi di ministri della Chiesa o di consacrati o consacrate, la prima cosa che mi viene in mente è: 'ecco uno scapolone', o 'ecco una zitella'. Non sono né padri, né madri. Non sono stati capaci di dare vita".

Prima la misericordia poi il resto
La cosa di cui la Chiesa ha più bisogno? "La capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità... E bisogna cominciare dal basso". "Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E' inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto". "La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: 'Gesù Cristo ti ha salvato!'. E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia". "Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell'atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato".

Divorziati risposati e omosessuali, nessuna condanna
Tra le altre domande il direttore di "Civiltà Cattolica" torna su questioni complesse  -  divorziati risposati, persone omosessuali  -  e chiede quale pastorale fare in questo casi. "Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell'uomo. Nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia". E chiede misericordia anche per le donne, dopo un aborto: "Questa donna si è risposata e adesso è serena con cinque figli. L'aborto le pesa enormemente ed è sinceramente pentita. Vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Che cosa fa il confessore?". Una pastorale missionaria, dice Francesco, "non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L'annuncio di tipo missionario si concentra sull'essenziale, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l'edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali".

Un nuovo Sinodo
Il tema del primato petrino apre la prospettiva di una diversa visione della sinodalità, che "va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica". Una prospettiva che sarebbe nuovo fiato al cammino ecumenico. Con le altre Chiese, dice il Papa, "dobbiamo camminare uniti nelle differenze: non c'è altra strada per unirci. Questa è la strada di Gesù".

Padre Spadaro propone a Francesco il tema della donna nella Chiesa: "Bisogna lavorare di più per fare una profonda teologia della donna. (...) Il genio femminile è necessario nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. La sfida oggi è proprio questa: riflettere sul posto specifico della donna anche proprio lì dove si esercita l'autorità nei vari ambiti della Chiesa".

Anche nelle vite piene di erbacce può crescere il seme buono
Nei passaggi finali la conversazione torna su un tema che sta molto a cuore al papa. "Dio lo si incontra camminando, nel cammino". Non "è relativismo" dice, ma va "inteso in senso biblico, per cui Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell'incontro con Lui. Bisogna dunque discernere l'incontro. Per questo il discernimento è fondamentale". Non bisogna rinchiudersi in un passato che paralizza. "Se il cristiano è restaurazionista, legalista, se vuole tutto chiaro e sicuro, allora non trova niente. La tradizione e la memoria del passato devono aiutarci ad avere il coraggio di aprire nuovi spazi a Dio".

"Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla 'sicurezza' dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa una ideologia tra le tante. Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c'è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio".