venerdì 20 settembre 2013

L’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile



Il primato della coscienza intesa voce della verità all'interno del soggetto umano


Papa Francesco, nell'intervista concessa a padre Antonio Spadaro, direttore di "Civiltà Cattolica", afferma che «Papa Benedetto […] è un uomo di Dio» e in seguito, sollecitato dall’intervistatore, spiega: «Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile».
Quest’ultima affermazione richiama quanto presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica(n.1790): «L'essere umano deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza. Se agisse deliberatamente contro tale giudizio, si condannerebbe da sé» (CCC 1790). Per una maggior comprensione di tale affermazione fondamentale per la fede cristiana risulta utile quanto ebbe a scrivere in modo non astratto me per «via narrativa» – proprio come dice di fare papa Francesco nella suddetta intervista – nel 1991 l’allora cardinal Joseph Ratzinger. 
[...] A chi non viene in mente, a proposito del tema "Newman e la coscienza", la famosa frase della Lettera al Duca di Norfolk: "Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo – cosa che non è molto indicato fare – allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa"? Secondo l’intenzione di Newman questo doveva essere – in contrasto con le affermazioni di Gladstone – una chiara confessione del papato, ma anche – contro le deformazioni "ultramontanistiche" – un’interpretazione del papato, il quale è rettamente inteso solo quando è visto insieme col primato della coscienza – dunque non ad essa contrapposto, ma piuttosto su di essa fondato e garantito. Comprendere ciò è difficile per l’uomo moderno, che pensa a partire dalla contrapposizione di autorità e soggettività. Per lui la coscienza sta dalla parte della soggettività ed è espressione della libertà del soggetto, mentre l’autorità sembra restringere, minacciare o addirittura negare tale libertà. Dobbiamo quindi andare un po’ più in profondità, per imparare a comprendere di nuovo una concezione, in cui questo tipo di contrapposizione non vale più. [...] 
La coscienza non significa per Newman che il soggetto è il criterio decisivo di fronte alle pretese dell’autorità, in un mondo in cui la verità è assente e che si sostiene mediante il compromesso tra esigenze del soggetto ed esigenze dell’ordine sociale. Essa significa piuttosto la presenza percepibile ed imperiosa della voce della verità all’interno del soggetto stesso; la coscienza è il superamento della mera soggettività nell’incontro tra l’interiorità dell’uomo e la verità che proviene da Dio. [...] 
Ciò che per Newman era invece importante era il dovere di obbedire più alla verità riconosciuta che al proprio gusto, addirittura anche in contrasto con i propri sentimenti e con i legami dell’amicizia e di una comune formazione. Mi sembra significativo che Newman, nella gerarchia delle virtù sottolinei il primato della verità sulla bontà o, per esprimerci più chiaramente: egli mette in risalto il primato della verità sul consenso, sulla capacità di accomodazione di gruppo. Direi quindi: quando parliamo di un uomo di coscienza, intendiamo qualcuno dotato di tali disposizioni interiori. Un uomo di coscienza è uno che non compra mai, a prezzo della rinuncia alla verità, l’andar d’accordo, il benessere, il successo, la considerazione sociale e l’approvazione da parte dell’opinione dominante. In questo Newman si ricollega all’altro grande testimone britannico della coscienza: Tommaso Moro, per il quale la coscienza non fu in alcun modo espressione di una sua testardaggine soggettiva o di eroismo caparbio.[...]
Basilio, coniando un’espressione divenuta poi importante nella mistica medioevale, parla della "scintilla dell’amore divino, che è stata nascosta nel nostro intimo". Nello spirito della teologia giovannea egli sa che l’amore consiste nell’osservanza dei comandamenti, e che pertanto la scintilla dell’amore, infusa in noi dal Creatore, significa questo: "Abbiamo ricevuto interiormente un’originaria capacità e prontezza a compiere tutti i comandamenti divini... Essi non sono qualcosa che ci viene imposto dall’esterno". È la stessa idea che in proposito anche Sant’Agostino afferma, riconducendola al suo nucleo essenziale: "Nei nostri giudizi non ci sarebbe possibile dire che una cosa è meglio di un’altra se non fosse impressa in noi una conoscenza fondamentale del bene".[...]
Oggi noi, proprio nella crisi attuale della Chiesa, stiamo sperimentando in modo nuovo la forza di questa memoria e la verità della parola apostolica: più delle direttive della gerarchia è la capacità di orientamento della memoria della fede semplice che porta al discernimento degli spiriti. Solo in tale contesto si può comprendere correttamente il primato del Papa e la sua correlazione con la coscienza cristiana. Il significato autentico dell’autorità dottrinale del Papa consiste nel fatto che egli è il garante della memoria cristiana. Il Papa non impone dall’esterno, ma sviluppa la memoria cristiana e la difende. Per questo il brindisi per la coscienza deve precedere quello per il Papa, perché senza coscienza non ci sarebbe nessun papato. Tutto il potere che egli ha è potere della coscienza: servizio al duplice ricordo, su cui si basa la fede e che dev’essere continuamente purificata, ampliata e difesa contro le forme di distruzione della memoria, la quale è minacciata tanto da una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale.
Da: J. Ratzinger, Elogio della coscienza, in Il Sabato (16 marzo 1991), dahttp://www.ratzinger.us/modules.php?name=News&file=article&sid=16  

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Il programma di Francesco. Partire dalla fede
di Massimo Introvigne

Quando nel 2010 Benedetto XVI rilasciò una lunga intervista al giornalista Peter Seewald, un cui passaggio subito ripreso dai giornali sembrava aprire all'uso degli anticoncezionali in circostanze particolari, Papa Ratzinger fece precisare dalla Sala Stampa vaticana che le interviste non sono Magistero. Implicitamente, Papa Francesco fa lo stesso all'inizio della lunga intervista raccolta dal suo confratello gesuita padre Spadaro, quando denuncia la sua grande difficoltà rispetto a questo particolare genere letterario. E - a proposito della sua più famosa conversazione con la stampa, quella sul volo di ritorno dalla Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro - ora afferma che «non ho riconosciuto me stesso quando, sul volo di ritorno da Rio de Janeiro, ho risposto ai giornalisti che mi facevano le domande».
Ci si potrebbe fermare qui, e far notare a chi - sinceramente o maliziosamente - cerca svolte e rivoluzioni nell'intervista del Pontefice a padre Spadaro che è il Papa stesso a invitarci a prendere un'intervista per quella che è, e a fare più volte riferimento nella conversazione a testi del Magistero - non solo suo, dai documenti del Vaticano II al «Catechismo della Chiesa Cattolica» - come al luogo dove i fedeli possono trovare una trattazione sistematica e adeguata della dottrina.
L'intervista, però, non può neppure essere considerata irrilevante. Con la sua eco mediatica planetaria, è un grande evento sociologico. Se non è il luogo proprio dove cercare un insegnamento sistematico e magisteriale in tema di fede o di morale - e chi la intendesse così, sbaglierebbe - è però uno strumento utile a comprendere la «mens» e il programma pastorale e di governo del Pontefice. E, per ricavare da questo strumento quanto oggettivamente contiene, l'intervista va letta tutta. Le frasi isolate si prestano a qualunque tipo di equivoco, e talora di manipolazione.
Un esempio fra i tanti è l'affermazione: «Non sono stato certo come la beata Imelda, ma non sono mai stato di destra». Questa frase è stata sparata in prima pagina da quotidiani che ne hanno tratto pronostici su come si muoverà il Papa nella politica italiana: starà con Enrico Letta o con Renzi? Se però si legge tutto il paragrafo, si scopre che Francesco non sta parlando di politica ma del suo stile di governo come provinciale dei Gesuiti, quando era accusato di essere «ultraconservatore» per un certo autoritarismo giovanile, di cui oggi un po' si pente. Diventa allora ovvio che, nel contesto, l'espressione - sulla cui pertinenza e prudenza è più che lecito avere dubbi - «di destra» non equivale a «iscritto al PdL» ma a «superiore religioso che governa in modo autoritario e ultraconservatore». Del resto, se «destra» avesse un significato politico, ne conseguirebbe che la «beata Imelda» dovrebbe essere di sinistra. Ma si tratta della beata Imelda Lambertini (1320-1333), una fanciulla bolognese popolarissima in Argentina e che il Papa aveva già citato, beatificata non perché conterranea emiliana di Prodi ma per la sua mitezza e docilità.
Comprensibilmente - il Pontefice avrebbe potuto aspettarselo - la stampa mondiale ignora le numerose pagine dell'intervista dedicate all'arte, alla musica - dove Francesco discetta con competenza insospettata sui diversi esecutori di Richard Wagner (1813-1883), privilegiando Wilhelm Fürtwangler (1886-1954), non proprio un musicista di sinistra, tanto che fu inserito dal regime nazional-socialista nella lista dei suoi «artisti fondamentali» - alla letteratura, ai Gesuiti e - cosa più grave - anche alla teologia, per concentrarsi esclusivamente sulla singola risposta relativa ai divorziati risposati e agli omosessuali. Per la verità qualche «tradizionalista» critica anche una risposta un po' sbrigativa sulla Messa tradizionale - il Papa giudica prudente la decisione di Benedetto XVI, che riduce al concederne la celebrazione a chi ne sente il bisogno, ma chiede che non sia «strumentalizzata» per criticare il Concilio - tuttavia, la grande maggioranza dei commenti si concentra sui temi morali.
Dal punto di vista - strettamente umano e sociologico - del calcolo preventivo dell'impatto che la risposta su omosessuali e divorziati poteva avere sui media e sui loro lettori, la forma di comunicazione scelta si presta a più di una riserva quanto alla sua prudenza. Non è dunque obbligatorio apprezzarne il contesto: ma occorre almeno intenderlo. Francesco annuncia - lo aveva fatto in privato, in diversi incontri recenti - che non si tratta di ritardi o equivoci, e che effettivamente, pure consapevole che sarà criticato per questo, non intende parlare molto «delle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi». Anzi, gli sembra che altri ne parlino troppo.
Perché questa scelta, che certo lascia molti perplessi? Il Papa spiega il suo programma: in un mondo molto lontano dalla fede preferisce ripartire dal primo annuncio. L'annuncio delle cose elementari: che Gesù Cristo è Dio ed è venuto per la nostra salvezza, che offre a tutti la sua misericordia, che convertirsi è possibile, che la conversione non è uno sforzo individuale ma passa sempre per la Chiesa. Il problema, per Francesco, è l'ordine logico, che diventa anche ordine cronologico nell'annuncio e nella missione. Prima viene «l'annuncio della salvezza». «Poi si deve fare una catechesi. Infine si può tirare anche una conseguenza morale. Ma l’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale».
Benedetto XVI aveva detto a Lisbona, l'11 maggio 2010: «Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista». Il programma di Francesco è preoccuparsi per prima cosa «che questa fede ci sia», annunciarla attraverso il volto misericordioso del Signore che offre il suo perdono a tutti, compresi gli omosessuali «che cercano Dio», le donne che hanno abortito - ma che, ha detto il Papa, poi si sono «sinceramente pentite» - i divorziati risposati. Senza rigorismo, ha suggerito il Pontefice, ma anche senza «lassismo». Non che l'annuncio morale non faccia parte del messaggio cristiano, né - Francesco lo precisa - che egli pensi di cambiare la dottrina: «il parere della Chiesa [su vita e famiglia] lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa». Ma l'insegnamento morale per il Papa viene dopo l'annuncio della salvezza tramite la misericordia di Dio. Invertire l'ordine dei fattori, partire dalla morale per risalire alla fede, oggi secondo Francesco non è più possibile, anzi lo stesso «edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte».
Tutte le strategie pastorali e di comunicazione hanno pregi e difetti, aprono possibilità di missione e comportano rischi. Non si manca certo di rispetto al Papa se si sottolineano anche i rischi, gravi, in un momento in cui in diversi Paesi - compresa l'Italia, e la legge contro l'omofobia ce lo insegna - per mettere la Chiesa ai margini della società l'attacco parte dalla morale. Il laicismo attacca la morale per distruggere la fede. È l'avversario ad avere scelto questo terreno di battaglia: prima l'attacco alla morale, poi quello alla fede. Papa Francesco pensa di non dovere accettare questa scelta del terreno di combattimento fatta da altri. Rovescia la logica del mondo, e parla d'altro: annuncia la compassione e la misericordia, al mondo mostra Gesù Cristo misericordioso e crocifisso, invita tutti a gettarsi per prima cosa ai suoi piedi.
Lo confermano tante inchieste sociologiche: sono tanti, in tutto il mondo, a lasciarsi commuovere da questo appello di Papa Francesco. Altri - magari i più impegnati sul fronte della battaglia per la vita e per la famiglia - da questa scelta strategica del Papa sono messi in difficoltà, e si sentono a disagio. Manifestare, con rispetto, questo disagio è normale: non significa non amare e non seguire il Pontefice. Una riflessione sul disagio può perfino diventare buona cultura e buona politica. Il disagio, invece, diventa sterile quando si esaurisce nel gossip, nella continua polemica, nell'abbandono della buona abitudine di leggere i discorsi e le omelie del Papa, anziché prendere da ogni Pontefice che Dio dona alla sua Chiesa quanto è davvero essenziale nel suo Magistero. Nel caso di Francesco, il cuore del Magistero è l'invito a «uscire» e ad annunciare la fede a chi non va in chiesa. Una fede di cui il Papa ci presenterà più raramente dei suoi predecessori - ci avverte prima, in esplicito, e sarebbe sbagliato far finta di non aver sentito o mascherare una chiara affermazione del Papa sotto spiegazioni cosmetiche - le conseguenze morali in ordine alla vita e alla famiglia. Ma queste conseguenze morali non vieta certo agli episcopati nazionali e ai laici di trarle dalla fede secondo logica e dottrina. Non solo ne ha dato l'esempio a Buenos Aires, quando come arcivescovo attribuiva addirittura all'«invidia del demonio» la legge argentina sul matrimonio omosessuale, ma da Papa ha più volte invitato i vescovi dei vari Paesi e i movimenti laicali a prendersi le loro responsabilità.
Nessuno potrebbe legittimamente invocare le scelte pastorali e la strategia di annuncio del Papa per sottrarsi a queste responsabilità. Ma tutti faremmo bene a riflettere pure su come Francesco ci chieda di collaborare anche all'annuncio ai più lontani della grazia salvifica e misericordiosa del Signore. «Uscire» e cercare chi è lontano dalla Chiesa o chi, nella Chiesa, si è intorpidito e addormentato - certo, senza trascurare altri temi - è un compito che il Papa non indica solo a chi ha tempo libero, o non è troppo distratto da altre cose. Lo indica a tutti, e a questo cuore profondo del suo Magistero tutti siamo chiamati ad aderire con convinzione.

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La verità coincide con l'amore

Riflessione sulla lettera di papa Francesco a Eugenio Scalfari

Il giorno 11 settembre 2012 è accaduto qualcosa di davvero straordinario: Papa Francesco ha scritto una lunga lettera ad Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano la Repubblica, per rispondere ad una serie di domande sollevate dallo stesso Scalfari alla fine della lettura dell’enciclica Lumen Fidei[i].
Scalfari ha posto diverse questioni interessanti, che hanno come centro del problema quello della verità. In un articolo del 7 luglio scorso si chiedeva Scalfari: esiste un’unica verità o varie tante quanti sono gli individui e quante possono essere formulate dalla mente umana?[ii] Il giorno 7 agosto l’interrogazione posta è stata addirittura più audace. Scalfari ha detto che chi crede in Dio, accetta una verità rivelata e chi non crede pensa che non esiste alcun assoluto e nessuna verità assoluta, piuttosto solo una serie di verità relative e soggettive; e allora tale posizione di chi non ha fede, sarebbe forse un errore o un peccato per la Chiesa?[iii]
Da tali questioni si percepisce un certo tipo di relativismo diffuso nella nostra cultura. Il relativismo è uno strano modo di pensare secondo il quale tutto può essere allo stesso tempo considerato ugualmente vero o ugualmente falso. Si cede al relativismo quando si attribuisce un valore esagerato alla verità, al punto da sostenere che ogni affermazione possa essere vera (comprese le contraddittorie), o quando si nega completamente tutto il valore della verità. In quest’ultimo caso si nega il valore della verità di ogni affermazione, prendendo per vero in maniera assoluta l’affermazione dello stesso relativismo. Spesso questa contraddizione si unisce ad un’altra: si nega l’esistenza della verità e si prende come cosa assolutamente certa l’inesistenza di Dio e delle regole morali. Logicamente il relativismo e l’ateismo sono contraddittori tra loro, ma c’è chi si sforza parecchio nel difendere questi due modi di pensare, pagando il prezzo di dover difendere dottrine insostenibili dalla ragione umana. [iv].
La risposta del Papa è chiara e sorprendente. Lui dice che non è corretto parlare di “verità assoluta”, giacché ab-solutus deriva dal latino e significa che è sciolto da, sconnesso, separato, privato di qualsiasi relazione. Stando così le cose, per la fede cistiana la verità non potrebbe mai essere assoluta, una volta che la verità è principalmente una relazione di amore in Dio e di amore con le creature. La verità è una relazione, è l’amore che unisce le cose a Dio costituendo il principio e il fine della creazione. Peraltro Dio ha pensato ogni essere amandolo, e liberamente lo ha creato affinché potesse corrispondere al suo amore. Ogni realtà è vera perché è intrinsecamente configurata dall’amore e dall’intelligenza divina.
Per il Papa è certo che ognuno accolga la verità e la esprima. In tal senso la verità è molteplice, quando risiede nelle mente che la conosce affinché ognuno possa esprimerla in maniera propria. Pertanto la verità è molteplice quando viene ad essere espressa da individui diversi e da diversi modi. Il Papa chiarisce che ciò non significa affermare il relativismo, poiché dire che la verità non è ab-soluta non implica che essa sia sempre “variabile o soggettiva”, ossia che tutto possa essere ugualmente vero o ugualmente falso. La verità è qualcosa che ci viene data con l’essere di ogni realtà e si rappresenta a noi come cammino e vita. Per la fede cristiana, quindi, la verità coincide con l’amore richiedendo l’umiltà per essere riconosciuta, trovata, accolta ed espressa.
Forse qualcuno potrebbe pensare che queste affermazioni del Papa siano rivoluzionarie, così come Scalfari dice nella sua risposta al Papa.[v]. Ma se guardiamo la storia del pensiero cristiano, vediamo che questo è impreciso. San Tommaso d’Aquino, ad esempio, dice qualcosa di rassomigliante: la verità divina è unica[vi]. Dio pensa a se stesso da tutta l’eternità e al conoscersi, conosce ed ama perfettamente la sua essenza e con essa tutte le restanti cose, possibili o reali. E il concepimento del pensiero divino è proprio il Figlio, Logos(o Verbo) eterno del Padre. Perciò in Dio la verità divina è una relazione di proseguimento: il Figlio procede dal Padre da tutta l’eternità. E l’amore divino è lo Spirito Santo attraverso il quale Dio ama e crea ogni cosa. Lo Spirito Santo è l’amore che unisce il Padre e il Figlio ed è la ragione ultima di ogni cosa: tutte esistono perché furono amate e pensate da Dio.
San Tommaso afferma anche che nelle creature la verità è molteplice, poiché ci sono diverse verità in diverse menti e di ogni realtà si possono formulare diversi giudizi veri. Ogni realtà naturale possiede così una verità intrinseca, che è una imitazione delle idee presenti nella mente divina. Le verità intrinseche delle cose sono in un certo modo inesauribili, e la conoscenza umana di esse è sempre progressiva. San Tommaso giunse ad affermare che sino al suo tempo nessun filosofo era riuscito ad apprendere e a spiegare totalmente neppure la stessa essenza di una mosca[vii]. E sino ad oggi, per incredibile possa sembrare, nessuna scienza ha completamente sviscerato il suo oggetto di studio. Ogni realtà possiede, pertanto, una verità intrinseca, che imita ed è partecipe nella verità divina, cui la conoscenza deve adeguarsi.
In questo modo San Tommaso risponderebbe forse alla prima domanda di Scalfari dicendo che c’è soltanto una verità nella mente divina che solo è accessibile a Dio stesso. Nelle realtà naturali e nella conoscenza umana la verità è sempre parziale, progressiva, relativa, o, meglio detto, relazionale: ci si riferisce ad ogni realtà e ad ogni intelletto che apprende mediante diversi atti intellettuali, ciò non implica alcun relativismo, ma la giusta comprensione del carattere relazionale della verità.[viii].
Pensare allora che “non c’è nulla di assoluto”, ma che la “verità è sempre relativa e soggettiva”, sarebbe un peccato o un errore per la Chiesa? A ciò San Tommaso risponderebbe che c’è di certo un errore, non di fede, piuttosto di ragione naturale: significa prendere per verità assoluta il fatto che non esistano verità assolute e che tutto è relativo e soggettivo. Il nome di questo errore si chiama contraddizione, e non peccato. Infatti è evidentemente contraddittorio prendere per sicuro e certo l’affermazione secondo la quale non esiste nulla di universale e affermare che qualcosa di universale (i giudizi umani) sia relativo.
Pertanto il Papa, nel dire che non c’è verità assoluta, sprovvista di relazione, non ha sostenuto nulla di rivoluzionario, né di dogmatico, ma qualcosa che è alla portata di ogni pensiero retto cheafferma con evidenza il carattere reòazionale della verità. La verità si riferisce sempre a una relazione fra il conosciuto e chi lo conosce. Ed è il ruolo dei cristiani nella società a ricordare che la verità proviene dall’amore e si dirige all’amore. Al conoscere la verità ci apriamo alla ricchezza del reale e impariamo ad amarlo, amando anche il suo Creatore. (Don Anderson Alves)
NOTE 
[vi] Santo Tomaso non usa l’espressione “verità absoluta”, piuttosto verità prima, verità divina, verità presente nell’intelletto divino. Cfr. Santo Tomás de Aquino, De Veritate, q. 1, a. 4.
[vii] Cfr. IdemSuper Sym. Ap., proemio.