venerdì 20 settembre 2013

Porte aperte, per tutti, soprattutto per i peccatori

“Non è stato un colloquio
ma una lezione spirituale”

Padre Spadaro dopo l’incontro 

con Papa Francesco: “Mi ha detto che Dio è come un fiore di mandorlo siciliano”
«Intervista? Macché intervista, è stata un’esperienza di vita spirituale, il Papa non si intervista».  

«Ero andato lì con delle domande, registratore, carta e penna, ma ho subito smesso di prendere appunti. Ascoltavo, io gesuita e direttore di Civiltà Cattolica, il Papa, il primo Papa gesuita, la commozione e l’interesse hanno preso il sopravvento».  

Inutile fare i complimenti a padre Antonio Spadaro per lo scoop mondiale – dal sito del «New York Times» a twitter, old e new media paralizzati dal suo colloquio con papa Francesco - la sola cosa che gli stia a cuore, nel bailamme delle telefonate, delle mail, dei visitatori che bussano al suo studio romano, è «che cosa il Papa ha detto, il suo messaggio, il suo tono. Se facciamo a pezzetti quel che dice per un titolo qui, un titolo lì, ne disperdiamo le verità». 

Quarantasette anni, siciliano, laureato in filosofia a Messina, specializzato a Chicago, fondatore della Cyberteologia, scienza teologica che opera sul web per la ricerca religiosa e pastorale, preparandosi a presentare alla Camera dei Deputati il 7 ottobre la sua opera «Cyberteologia, pensare il cristianesimo al tempo della Rete», Spadaro ha passato tre giorni con il Papa, per un testo che fa discutere ovunque. «L’abbiamo realizzato d’intesa con i direttori di varie riviste della Compagnia di Gesù, e siamo stati travolti dal calore, l’autorevolezza, la forza e la semplicità con cui papa Francesco ha dialogato».  

Dagli Stati Uniti gli fa eco il reverendo James Martin, gesuita e direttore della rivista dell’Ordine «America»: «Sono rimasto sorpreso davanti al testo. Il Papa sembra perfino più un libero pensatore di quanto non ritenessi, è creativo, capace di sperimentare, di vivere sul confine e cercare di allargarlo un po’ per volta». 
Spadaro si commuove perché il Papa gli dice «Dio sta prima… sempre…Dio è un po’ come il fiore del mandorlo della tua Sicilia… che fiorisce …per primo» e riflette quando papa Francesco rivoluziona, con un sorriso, biblioteche teologiche secolari. Per Francesco, Sant’Ignazio, fondatore della Compagnia di Gesù, non va considerato più «ascetico» ma «mistico», e cita il beato Piero Favre, amico e compagno di Ignazio, cui stavano a cuore «Il dialogo con tutti, anche i più lontani e gli avversari; la pietà semplice, una certa ingenuità forse, la disponibilità immediata, il suo attento discernimento interiore, il fatto di essere uomo di grandi e forti decisioni e insieme capace di essere così dolce, dolce...». Favre è dunque, in filigrana, quel che il Papa appare oggi a milioni di cattolici, ferventi o disillusi, uomo di una chiesa «Madre e Pastora», che non esclude via «regole e regolette», ma parla a tutti. Francesco cita i gesuiti eruditi Fiorito e Amadeo, i teologi Lallemant e Surin: sui giornali e sui siti fanno rumore il suo amore per i «Promessi Sposi» del Manzoni, la passione dichiarata per «La Strada» di Fellini e «Roma città aperta» di Rossellini, ma in Vaticano quei nomi hanno un peso formidabile. 

Il Papa che va in giro con la R4 e le scarpe rotte, il papa «parroco» popolare porteño di Buenos Aires che recita a memoria al capitano dell’Inter Zanetti, in visita a Santa Marta, la formazione della squadra del San Lorenzo campione di Argentina 1946 «Blazina, Vanzini, Basso, Zubieta, Grecco, Colombo, Imbellone, Farro, Pontoni, Martino, Silva», sa mobilitare attorno alla sua immagine candida i pilastri della cultura ecclesiastica. La «nuova» Chiesa di papa Francesco è in realtà antichissima, la sua «riforma» è un ritorno a una vocazione originale. 

Padre Spadaro, oltre a essere cyberteologo, è anche un ottimo collega giornalista, lo stesso numero di Civiltà Cattolica con l’intervista al Papa ospita un dottissimo saggio del sacerdote Francesco Occhetta su «L’Ordine Nazionale dei Giornalisti», e quindi non sottolinea i temi del Papa che dominano sul web, le parole sui gay, sull’aborto, il divorzio, le donne, la solitudine, una chiesa non «moralista», preti e suore che non devono essere «scapoloni» o «zitelle». Gli preme «il tono del Papa, la sua visione quando afferma “Io vedo la santità nel popolo di Dio, la sua santità quotidiana. C’è una “classe media della santità” di cui tutti possiamo far parte, quella che di cui parla Malègue, lo scrittore detto “il Proust cattolico”». «Il Papa parla qui di sua nonna Rosa, ricorda la suora che gli salva la vita da neonato, triplicandogli la dose di penicillina senza chiedere al dottore, il prete anziano che si affida a Dio. Ho visto il breviario del Papa, in latino, liso, consunto, da parroco e mi sono commosso, pensando a quante ore di lettura lo hanno consumato, a quando il Papa ha detto di pregare in attesa dal dentista o perfino di essersi talvolta addormentato, pregando fino a tardi». 

Francesco non propone una santità «eroica», da vecchio santino, ma una santità quotidiana, a tutti accessibile nella loro vita, in famiglia, al lavoro. «Altri papi si sono scusati a nome della Chiesa – osserva padre Spadaro – Francesco è il primo Papa che si scusa a titolo personale», quando ricorda «Il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato ad avere seri problemi e ad essere accusato di essere ultraconservatore. Ho vissuto un tempo di grande crisi interiore quando ero a Cordoba. Ecco, no, non sono stato certo come la Beata Imelda, ma non sono mai stato di destra. È stato il mio modo autoritario di prendere le decisioni a creare problemi». La beata Imelda salí agli altari a soli 13 anni, il Papa imputa qui, invece, alla giovinezza i propri errori. 

Con sagacia replica alle critiche ricevute in patria, «uomo vicino ai militari» e, in America, ai conservatori come il vescovo Thomas Tobin di Providence, che ha dichiarato al giornale diocesano di essere «un po’ deluso da papa Francesco» che non parla di aborto «e molti hanno notato» il suo silenzio. Su Civiltà Cattolica, sorridendo, Francesco ruggisce «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». La «parabola» di Francesco sulla donna che ha abortito e divorziato ma che crede nella Provvidenza deve essere arrivata anche a Providence, grazie al web. 

«No – ride padre Spadaro - il Papa non va su Internet, ma ci indica di usare twitter, dove ha oltre 9 milioni di follower e il web per incontrare i fedeli». Se il Papa non va in rete, ieri la rete andava dal Papa, grazie al suo candore. Lui si schermisce ricordando il quadro del Caravaggio, la Vocazione di Matteo, nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi: il peccatore, chiamato da Gesù, a una «santità media», con un seme di fede tra le spine dell’anima. Come confessava ieri a padre Spadaro un amico: «Antonio, se il Papa offre a tutti la speranza di una santità “ceto medio”, da oggi io spero almeno in una santità ancora più piccola, una santità alla mia altezza, sottoproletaria». 

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Riflessioni a margine dell'intervista di Bergoglio al direttore di «Civiltà Cattolica». Il rischio di trasformare la fede in ideologia e il ritorno all'essenziale

ANDREA TORNIELLI

Dall'intervista che Papa Bergoglio ha concesso al confratello gesuita Antonio Spadaro emerge ancora una volta l'immagine di una Chiesa capace di mostrare il volto della misericordia. Cioè quello che per Francesco, come ebbe a dire il 17  marzo nella messa alla parrocchia di Sant'Anna in Vaticano, è il «più importante messaggio di Gesù».


Quanti ritengono che quotidiano compito delle gerarchie - ma anche del laicato «impegnato» - sia quello di reiterare le pubbliche condanne per l'aborto, i matrimoni gay e l'uso dei contraccettivi; quanti ritengono la Chiesa un fortilizio di pochi dottrinalmente puri, assediato e circondato; quanti guardano al mondo non come «a un campo di messe» ma a un «abisso di perdizione» (capovolgendo una straordinaria espressione di don Giovanni Battista Montini negli anni in cui era assistente della Fuci), quanti si sentono tranquilli e tutelati nel modello di Chiesa «Law & Order», si sentiranno forse spiazzati.


Il Papa vuole cambiare la dottrina morale cattolica dicendo che l'aborto non è più la soppressione di una vita umana innocente e la pratica omosessuale è un bene? Oppure non chiamare più peccato ciò che fino ad oggi era considerato tale? Non è ciò che Francesco ha detto: ha ricordato infatti che la posizione della Chiesa è chiara e ben nota e «io sono figlio della Chiesa».


Il cambiamento, o meglio la «conversione pastorale» che il Papa chiede e innanzitutto indica con la sua testimonianza, nell'incontro con le persone e nella predicazione, è un'altra. E ha a che fare con l'annuncio del Vangelo. «Quando, nel sentire di molti, la fede cattolica non è più patrimonio comune della società... molto difficilmente essa potrà toccare i cuori mediante semplici discorsi o richiami morali, e meno ancora attraverso generici richiami ai valori cristiani», perché «il semplice enunciato del messaggio non arriva fino in fondo al cuore della persona, non tocca la sua libertà, non cambia la vita. Ciò che affascina è soprattutto l’incontro con persone credenti che, mediante la loro fede, attirano verso la grazia di Cristo, rendendo testimonianza di Lui». Non sono parole di Bergoglio. Sono parole - dimenticate - del suo predecessore Benedetto XVI (Discorso ai vescovi del Portogallo, Fatima 13 maggio 2010). Quello stesso Ratzinger che poche settimane prima di diventare Papa, celebrando nel Duomo di Milano i funerali di don Giussani, aveva detto: «Il cristianesimo non è un sistema intellettuale, un pacchetto di dogmi, un moralismo», ma «è un incontro, una storia di amore, è un avvenimento».


Come si è diffuso il cristianesimo lungo i secoli? Come le persone hanno incontrato l'esperienza cristiana lasciandosi attrarre da essa? Ci sono state certo conversioni a seguito di visioni mistiche, di illuminazioni interiori o frutto di un procedimento di adesione razionale. Ci sono state lungo la storia conversioni propiziate dai sovrani. Ma nella stragrande maggioranza dei casi la fede si è diffusa attraverso incontri, relazioni e accoglienza. L'imbattersi con la bellezza. Francesco oggi afferma che l'evangelizzazione non si fa reiterando come un mantra a scadenze temporali stabilite e frequenti, la dottrina sui «valori non negoziabili» e le annesse pubbliche condanne. Anzi, una Chiesa che fa di questi temi il contenuto principale e insistito del suo messaggio rischia allontanare, invece di attrarre. Il Papa dice invece che la Chiesa deve concentrare il suo annuncio «sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus...». Deve tornare ad annunciare innanzitutto che «Gesù Cristo ti ha salvato!». E i ministri della Chiesa «devono innanzitutto essere ministri di misericordia», perché «l’annuncio dell’amore salvifico di Dio» viene prima.


Questo non significa cambiare la dottrina morale. È infatti nell'esperienza della fede accolta e vissuta che i precetti morali - anche quelli oggi così distanti dalla sensibilità dell'uomo moderno - trovano la loro collocazione e il loro significato. «Dobbiamo quindi trovare - ha spiegato Francesco - un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali». Se non si raggiungono le persone, se non si tocca il loro cuore facendo percepire che cosa è peccato e che cosa non lo è - in un rapporto che accompagna, non con i manifesti sui giornali - rischia di cadere anche «l'edificio morale della Chiesa». Perché un numero sempre maggiore di persone ha smarrito il senso del peccato.

Per evangelizzare oggi, dice dunque il Papa, bisogna «curare le ferite», nell'«ospedale da campo» dopo la battaglia. Chi ha smarrito il senso della vita, chi vive nelle situazioni più disparate, «irregolari» o disperate, ha bisogno di incontrare il volto della misericordia, ha bisogno di sentirsi dire che «Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana». Ha bisogno di incontrare una mano tesa, un volto amico e accogliente, l'annuncio straordinario e umanamente inimmaginabile della misericordia divina e del perdono, di un Dio che «mai si stanca di perdonare». Ha bisogno di essere accompagnato. Per questo nell'intervista il Papa ha parlato dei due rischi per il confessore, quello di essere troppo rigorista o troppo lassista. «Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».


La fede cristiana non è un'ideologia, non è racchiudibile in un manuale di regole morali e neanche in un cristallino elenco di dogmi. Non è un possesso che l'uomo annuncia fieramente di avere e di controllare, pensando magari di gestirlo. L'immagine del cristiano che emerge dalle parole di Francesco non è quella dell'uomo che non deve chiedere mai, incapace di farsi sfiorare dal dubbio e dal buio della notte attraversata da quelli che potrebbero diventare suoi compagni di viaggio. «La natura della fede non è tale per cui a partire da un certo momento si possa dire: io la possiedo, altri no… La fede rimane un cammino. Durante tutto il corso della nostra vita rimane un cammino, e perciò la fede è sempre minacciata e in pericolo. Ed è anche salutare che si sottragga in questo modo al rischio di trasformarsi in ideologia manipolabile. Al rischio di indurirci e di renderci incapaci di condividere riflessione e sofferenza con il fratello che dubita e si interroga. La fede può maturare solo nella misura in cui sopporti e si faccia carico, in ogni fase dell’esistenza, dell’angoscia e della forza dell’incredulità e l’attraversi infine fino a farsi di nuovo percorribile in una nuova epoca». Papa Francesco? No, Joseph Ratzinger. 

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Il primato della persona secondo Francesco
di Riccardo Cascioli

Un consiglio: leggete tutta l’intervista a papa Francesco. E’ un discreto sforzo, visto che occupa ben 29 pagine de La Civiltà Cattolica, però ne vale la pena per conoscere davvero questo Papa. Nell’intervista parla praticamente di tutto: di sé, della Chiesa, dei gesuiti, del mondo, delle riforme necessarie. 
Ma parla soprattutto della persona, delle persone. E della missione che è portare a tutti, anzi a ciascuno, l’annuncio della salvezza. Dio è venuto per salvare ogni uomo, questa è la certezza fondamentale attorno a cui ruota tutto: «Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio». 
Ma l’uomo non si salva da solo: «L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso, ed è poi quella della Lumen gentium al numero 12. L’appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza a un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare».
Questa ansia di portare Dio a ogni uomo, di accompagnare ogni uomo incontrandolo nella sua strada per portarlo a Cristo, è ciò che meglio definisce questo Papa, è la chiave di lettura per tutti gli argomenti che poi affronta. E accompagnare l’uomo è anzitutto curare le sue ferite: «La cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi – ha detto - è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite…».  Dal suo parlare aperto con padre Antonio Spadaro (direttore de La Civiltà Cattolica) che lo intervista, si comprende come quello di papa Francesco non sia tanto un parlare frutto di un’analisi sulla Chiesa e sul mondo moderno, quanto la sua esperienza che desidera trasmettere agli altri.

Egli stesso ha vissuto l’incontro con Cristo come una grande misericordia di Dio nei suoi confronti, ed è evidente da come all’inizio dell’intervista definisce se stesso: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato». Siamo tutti peccatori, tutti abbiamo bisogno di essere salvati, è l’attesa più vera e più profonda di ogni uomo. E Dio viene per rispondere a questo nostro grido. Ma qui il Papa fa anche una precisazione importante, riguardo ai confessori: «Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».

La certezza della salvezza che Dio ci dona è ciò che la Chiesa deve anzitutto annunciare, ed è anche la fonte della speranza: «A me non piace usare la parola “ottimismo”, perché dice un atteggiamento psicologico. Mi piace invece usare la parola “speranza” secondo ciò che si legge nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei (…). I Padri hanno continuato a camminare, attraversando grandi difficoltà. E la speranza non delude, come leggiamo nella Lettera ai Romani».
Il nostro compito è anzitutto «fare spazio a Dio», cercarLo in ogni cosa, in ogni incontro: quella del Papa è una visione movimentista, l’esperienza di un uomo posseduto da quella sana inquietudine di Dio che genera la pace nel cuore e un inesauribile muoversi nel mondo. Da qui nasce anche la scarsa simpatia del Papa per chi ha una visione statica, per «chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale», per chi cristallizza la dottrina riducendo la fede a ideologia. «Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus...».
E’ in questo contesto che allora si comprendono anche quelle frasi del Papa che da ieri sera tutti i giornali e i tg riportano nei loro titoli, ovvero l’accoglienza per i divorziati risposati, per gli omosessuali, per le donne che hanno abortito. Non intendeva pronunciarsi a favore del divorzio, dell’aborto e delle unioni gay, come qualcuno auspica e come i titoli possono lasciare intendere. Papa Francesco ha invece spiegato chiaramente che la morale è conseguenza dell’incontro con Cristo e non viceversa: solo facendo esperienza della misericordia di Dio si cambia vita, anche dal punto di vista morale. «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione».
E su questo non c’è dubbio, di tutte queste discussioni sui “nuovi diritti” se ne farebbe volentieri a meno. Ma qui bisogna anche riconoscere che divorzio, aborto, contraccezione, matrimoni fra persone dello stesso sesso non sono tanto una fissazione della Chiesa, quanto un’ossessione che da decenni domina la cultura laicista dell’Occidente. Non è un caso che della lunghissima intervista al Papa quasi tutti i media abbiano ripreso con grande evidenza solo quel passaggio che rafforza l’immagine (falsa e interessata) di un Francesco intento a picconare la dottrina della Chiesa. Ed è per questo che all’inizio consigliavamo di leggere tutta l’intervista se vogliamo davvero capire il Papa. 

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In un'intervista alla rivista dei gesuiti di Roma, Jorge Mario Bergoglio scioglie l'enigma del suo silenzio sulla rivoluzione antropologica in atto. Che investe il nascere, il morire, il generare, l'intera natura dell'uomo

di Sandro Magister



ROMA, 20 settembre 2013 – Nelle ventotto pagine della sua intervista al direttore de "La Civiltà Cattolica" Antonio Spadaro, pubblicata contemporaneamente su altre sedici riviste della Compagnia di Gesù in tutto il mondo, ci sono due passaggi nei quali papa Francesco scioglie uno dei maggiori enigmi del suo pontificato.

Spiega cioè perché è così taciturno sulle questioni sulle quali i papi suoi predecessori si sono più vivacemente scontrati con la cultura dominante.

Il primo di questi passaggi è il seguente:

"Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione.

"Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus.

"Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali.

"Dico questo anche pensando alla predicazione e ai contenuti della nostra predicazione. Una bella omelia, una vera omelia, deve cominciare con il primo annuncio, con l’annuncio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Poi si deve fare una catechesi. Infine si può tirare anche una conseguenza morale. Ma l’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa. Oggi a volte sembra che prevalga l’ordine inverso. 

"L’omelia è la pietra di paragone per calibrare la vicinanza e la capacità di incontro di un pastore con il suo popolo, perché chi predica deve riconoscere il cuore della sua comunità per cercare dove è vivo e ardente il desiderio di Dio. Il messaggio evangelico non può essere ridotto dunque ad alcuni suoi aspetti che, seppure importanti, da soli non manifestano il cuore dell’insegnamento di Gesù".

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Il secondo passaggio rivelatore prende spunto da questa osservazione di papa Jorge Mario Bergoglio:

"La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte".

Padre Spadaro scrive:

"Chiedo allora al papa se questo valga e come anche per una frontiera culturale importante che è quella della sfida antropologica. L’antropologia a cui la Chiesa ha tradizionalmente fatto riferimento e il linguaggio con la quale l’ha espressa restano un riferimento solido, frutto di saggezza ed esperienza secolare. Tuttavia l’uomo a cui la Chiesa si rivolge non sembra più comprenderli o considerarli sufficienti. Comincio a ragionare sul fatto che l’uomo si sta interpretando in maniera diversa dal passato, con categorie diverse. E questo anche a causa dei grandi cambiamenti nella società e di un più ampio studio di se stesso.

"Il papa a questo punto si alza e va a prendere sulla sua scrivania il Breviario. È un Breviario in latino, ormai logoro per l’uso. E lo apre all’ufficio delle letture della feria sexta, cioè venerdì, della XXVII settimana. Mi legge un passaggio tratto dal 'Commonitorium Primum' di san Vincenzo di Lerins: 'Ita etiam christianae religionis dogma sequatur has decet profectuum leges, ut annis scilicet consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate' (Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età)".

E così il papa prosegue:

"San Vincenzo di Lerins fa il paragone tra lo sviluppo biologico dell’uomo e la trasmissione da un’epoca all’altra del 'depositum fidei', che cresce e si consolida con il passar del tempo. Ecco, la comprensione dell’uomo muta col tempo, e così anche la coscienza dell’uomo si approfondisce. Pensiamo a quando la schiavitù era ammessa o la pena di morte era ammessa senza alcun problema. Dunque si cresce nella comprensione della verità. Gli esegeti e i teologi aiutano la Chiesa a maturare il proprio giudizio.

"Anche le altre scienze e la loro evoluzione aiutano la Chiesa in questa crescita nella comprensione. Ci sono norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato. La visione della dottrina della Chiesa come un monolite da difendere senza sfumature è errata.

"Del resto, in ogni epoca l’uomo cerca di comprendere ed esprimere meglio se stesso. E dunque l’uomo col tempo cambia il modo di percepire se stesso: una cosa è l’uomo che si esprime scolpendo la Nike di Samotracia, un’altra quella del Caravaggio, un’altra quella di Chagall e ancora un’altra quella di Dalí. Anche le forme di espressione della verità possono essere multiformi, e questo anzi è necessario per la trasmissione del messaggio evangelico nel suo significato immutabile.

"L’uomo è alla ricerca di se stesso, e ovviamente in questa ricerca può anche commettere errori. Quando una espressione del pensiero non è valida? Quando il pensiero perde di vista l’umano o quando addirittura ha paura dell’umano o si lascia ingannare su se stesso. È il pensiero ingannato che può essere raffigurato come Ulisse davanti al canto delle sirene, o come Tannhäuser, circondato in un’orgia da satiri e baccanti, o come Parsifal, nel secondo atto dell’opera wagneriana, alla reggia di Klingsor. Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento".

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Da queste sue argomentazioni si ricava che papa Francesco è lontano dal vedere nella rivoluzione culturale odierna il tremendo passaggio di civiltà denunciato con forza dai papi che l'hanno preceduto.

Prevale in Bergoglio l'idea che l'uomo nuovo che avanza, più che mettere duramente alla prova la Chiesa, la aiuti invece a crescere nella comprensione della verità e a sbarazzarsi di "norme e precetti ecclesiali secondari che una volta erano efficaci, ma che adesso hanno perso di valore o significato".

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Le aperture del papa, il cammino della chiesa
di Lucetta Scaraffia
in “Il Messaggero” del 20 settembre 2013
Papa Francesco, nel corso della conversazione con padre Antonio Spadaro, ribadisce la sua 
difficoltà ad affrontare le interviste, ma noi, leggendo quella, molto lunga, rilasciata alla Civiltà 
Cattolica, abbiamo invece l’impressione che questa sia la forma di comunicazione che più gli si 
addice. Papa Francesco è infatti un uomo che ama comunicare, ama confrontarsi con altri esseri 
umani e sa quanto uno stimolo che viene dall’esterno sia importante per risvegliare riflessioni, per 
chiarire intuizioni, per spiegare esperienze. Così questo lento e intenso dialogo lo illumina, 
restituendo un’immagine più completa dell’uomo eletto Papa, che lo rende più vicino e umano. 
Non bisogna però leggere questa intervista avidi di rivelazioni, curiosi di scoprire nuovi aspetti di 
lui: molte delle cose che dice le ha già dette, magari in forma meno articolata, e le novità sono 
davvero poche. Forse, non ci sono neppure. La novità vera sta nella possibilità di ricostruire a tutto 
tondo l’immagine di quest’uomo umile, che non si illude di essere diverso dagli altri, che sa 
rivolgersi a Dio e accogliere il suo aiuto. Un uomo che vuole cambiare la Chiesa dall’interno, 
trasformando il cuore degli esseri umani, più che sostituendo nelle cariche uomini deboli e difettosi 
con altri non troppo diversi. Lo si capisce bene quando si rifiuta di rispondere alla domanda se sia 
ottimista o pessimista: noi capiamo che sulla realtà è pessimista, in quanto profondo conoscitore 
della natura umana, ma questo non gli impedisce di vivere la speranza, di agire per il meglio. 
Confessa senza imbarazzo le strutture portanti della sua spiritualità ignaziana: il discernimento, che 
definisce come «sentire le cose di Dio a partire dal suo punto di vista», che lo porta a prestare 
attenzione alle piccole cose, a scegliere magari mezzi deboli, che possono essere più efficaci di 
quelli forti. È una risposta implicita a chi si aspettava da lui interventi spettacolari sulla struttura 
della Chiesa. Particolarmente significativo quanto dice sulla missione che oggi la Chiesa deve 
compiere: «La capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la 
prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia».
La battaglia è quella della secolarizzazione, che ha visto da quasi due secoli la Chiesa perdere 
terreno su tutti i fronti, per finire poi relegata nel ruolo di una vecchia struttura irrigidita, la quale 
non sa che minacciare i peccatori e proporre norme che gli esseri umani non sono in grado di 
sostenere. Le battaglie induriscono il cuore e, alla fine, fanno dimenticare persino le ragioni vere di 
ciò che si difende: è in questo, cioè nella capacità «di riscaldare il cuore delle persone, di 
camminare di notte con loro» che sta la vera anima della fede cristiana.
La pastorale si deve basare sul riconoscimento delle persone che si hanno di fronte, su ciò che 
Bergoglio poeticamente definisce «il mistero dell’uomo». È questa la grande riforma che vuole 
realizzare, una riforma dello stile della Chiesa che passa per il risveglio del cuore dei sacerdoti e dei
religiosi, ma anche dei fedeli. È inutile che lo guardiamo aspettando grandi sostituzioni, grandi 
scelte politiche: certo, qualcuna c’è già stata, altre seguiranno, ma la sostanza del suo pontificato 
non starà nelle nomine dei collaboratori, ma nel risveglio del cuore del messaggio cristiano. Un 
messaggio che si può trasmettere solo da un essere umano a un altro, attraverso un incontro diretto e

libero di cuori e di menti, anche se viviamo nell’epoca di internet e della globalizzazione. 

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Il Papa: "La Chiesa? Un ospedale da campo". E apre a omosessuali e divorziati risposati    
La Repubblica
 
(Paolo Rodari) Nella prima intervista, concessa a Civiltà cattolica, Bergoglio dice: "Sono un peccatore cui il Signore ha rivolto gli occhi". Sulla rinuncia all'appartamento papale: "Io senza gente non posso vivere" E poi: "Non possiamo insistere solo su matrimonio omosessuale (...) 
Francesco a microfono aperto (Matteo Matzuzzi, Il Foglio)

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Il gesuita e il colloquio: vive in Dio e tiene gli occhi sulla realtà. Intervista a Antonio Spadaro   
Corriere della Sera - Rassegna "Fine settimana"
 
(Gian Guido Vecchi) C'è qualcosa che l'ha sorpresa in particolare, padre? «Tutto». Padre Antonio Spadaro, 47 anni, da due direttore della Civiltà Cattolica, si concede un sorriso, ma la sua non è una battuta. Studioso della Rete e blogger, teologo appassionato di letteratura (...) 
- Il gesuita che l'ha intervistato: sei ore di colloquio, senza barriere (intervista a Antonio Spadaro a cura di Franca Giansoldati, Il Messaggero - Rassegna "Fine settimana")
- Padre Spadaro: un'intervista a tutto campo che mostra la figura del Papa al di là degli stereotipi (Fabio Colagrande, Radio Vaticana)

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Fine dell'«Ingerenza Spirituale» nella Vita delle Persone    
Corriere della Sera - Rassegna "Fine settimana"
 
(Luigi Accattoli) La novità di papa Francesco l'avevamo negli occhi ma fino a ieri non c'era la parola per dirla, ora l'abbiamo ed è questa: prima il Vangelo e poi la dottrina. Quel primato è affermato con chiarezza nell'intervista alle riviste dei Gesuiti e può essere interpretata (...)
Rassegna stampa del sito Incontri di "Fine Settimana"  
- «La Chiesa non sia ossessionata da divorzio, gay e aborto» (Gian Guido Vecchi in Corriere della Sera)
- Gay e divorziati: la svolta di Francesco (Roberto Monteforte in l'Unità)
- Ma la vera sfida è la difesa dei nuovi poveri (Hans Küng in la Repubblica)
- Dall'aborto al divorzio, l'apertura del Papa (Franca Giansoldati in Il Messaggero)
- La rivoluzione che parte dal Vaticano (Andrea Tornielli in La Stampa)
- La modernità della fede (Franco Garelli in La Stampa)
- L'intervista con il Papa dolce (Marco Politi in il Fatto Quotidiano)
- Le salme dei politici e l'uomo Francesco (Marco Politi in il Fatto Quotidiano)
- Il papa disarma le crociate (Luca Kocci in il manifesto)