lunedì 9 settembre 2013

Un vento che attraversa il mondo

Missili

tweet di Papa Francesco oggi: 

 "L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! #prayforpeace " 

"Chiedo d’intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato #prayforpeace" 

 "Non possiamo mai perdere la speranza. Dio ci inonda con la sua grazia, se la chiediamo con perseveranza" 

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Giovanni Maria Vian: Il silenzio e i sogni cattivi

(es) (pt) (fr)
(Giovanni Maria Vian) Il silenzio della veglia di piazza San Pietro sta facendo rumore. E la giornata di preghiera e di digiuno voluta da Papa Francesco forse può aiutare a superare i progetti di chi, dopo avere di fatto ignorato per oltre due anni e mezzo la tragedia in Siria, vorrebbe ora intervenirvi. Ma con il rischio fondato di estendere un conflitto che già ha causato oltre centodiecimila morti, feriti senza numero e più di sei milioni tra sfollati e profughi.
La guerra in Siria sta provocando disastri, mettendo a rischio soprattutto le minoranze del Paese e stravolgendo, con l’uso della violenza, la vocazione autentica delle religioni, che più volte in tempi recenti hanno ribadito la loro volontà di pace. E che il pericolo sia reale è dimostrato da quanto è avvenuto nel villaggio di Maalula, luogo simbolico caro a cristiani e musulmani perché ancora vi è in uso una forma della lingua aramaica che è molto vicina a quella parlata da Gesù.
Forse nessuna iniziativa della Santa Sede a favore della pace, tra quelle degli ultimi decenni, ha come questa impressionato e toccato il cuore di moltissime persone in tutto il mondo, senza differenze di religione o di ideologie. Ed è un impegno che continua, ha assicurato dopo l’Angelus il Pontefice. Ringraziando tutti e invitando ancora a pregare «perché cessi subito la violenza e la devastazione in Siria», ma anche per il Libano, l’Iraq, l’Egitto e perché avanzi il processo di pace tra israeliani e palestinesi.
Sono la preghiera e il digiuno le armi indicate da Papa Francesco per allontanare la violenza e la guerra, suscitando un consenso che sembra crescere tra donne e uomini di buona volontà. Imparare di nuovo a percorrere le vie della pace è possibile, ha detto riprendendo uno slogan lanciato da Paolo VI: «Anzi vorrei che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, fino a coloro che sono chiamati a governare le nazioni, rispondesse: sì, lo vogliamo».
Nella meditazione tenuta dopo il rosario davanti all’antichissima immagine della Salus populi Romani il Pontefice ha citato soltanto alcuni versetti della Genesi, per mostrare il contrasto tra la bontà della creazione e il peccato dell’uomo, e due brani di Paolo VI, dal messaggio per una giornata della pace e dal discorso tenuto davanti alle Nazioni unite per ripetere, dopo i due tremendi conflitti mondiali e davanti all’incubo nucleare, il rifiuto della guerra.
«Lasciate cadere le armi dalle vostre mani» implorò allora Montini. E continuò: «Le armi, quelle terribili, specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi». Sogni e sentimenti cattivi che Papa Francesco di nuovo denuncia e che è urgente allontanare per il bene di tutti.
L'Osservatore Romano

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In molte città si è pregato per la Siria aderendo all’appello del Pontefice. 

Da Gerusalemme ad Assisi, dall’Avana a Taizé, alla stessa Damasco: sono stati numerosi i fedeli che in ogni parte del mondo si sono riuniti in preghiera sabato sera per alzare il loro «grido di pace», aderendo alla richiesta di Papa Francesco. Una grande «mobilitazione delle coscienze», a favore di una soluzione pacifica della crisi siriana, la cui importanza è stata sottolineata alla Radio Vaticana dall’arcivescovo Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria: «In unità spirituale con piazza San Pietro, numerose veglie di preghiera si sono svolte anche in diverse comunità religiose siriane. Nella cattedrale greco-cattolica melkita di Damasco si sono riuniti vescovi cattolici e ortodossi, assieme a rappresentanti del Governo, del Parlamento e della comunità musulmana. Tante persone sono venute a incaricarmi di ringraziare vivamente il Santo Padre per questa iniziativa».
Secondo monsignor Zenari, «la ferma fiducia del Santo Padre è una boccata d’ossigeno non solo qui in Siria e in Medio Oriente, ma in tutto il mondo. C’era bisogno di sentire questo vento forte di speranza».
A Gerusalemme è stata la basilica delle Nazioni, sul monte degli Ulivi, ad accogliere i fedeli, abitanti della città santa ai quali si sono uniti religiosi e religiose in missione e pellegrini: cristiani — si legge in un comunicato sul sito on line della Custodia di Terra Santa — di tutte le confessioni, riti, lingue e nazioni. Erano presenti il patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, l’arcivescovo Giuseppe Lazzarotto, nunzio apostolico in Israele e in Cipro nonché delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina, rappresentanti delle diverse Chiese, in primo luogo siriaci e copti, e il parroco di San Salvatore, fra Feras Hejazin, che ha presieduto la veglia di preghiera.
In un clima di grande raccoglimento, i fedeli hanno ascoltato e fatto proprie le parole pronunciate dal Papa all’Angelus del 1° settembre. Si è pregato in arabo, ebraico, aramaico, copto e in altre lingue, per implorare il dono della pace nella regione. Durante l’intera giornata di sabato, analoghe celebrazioni hanno avuto luogo in molte altre chiese e cappelle. «I legami che uniscono tutti i cristiani di Terra Santa — informa la Custodia — sono particolarmente stretti non solo perché possiedono una cultura araba comune, ma anche perché numerose famiglie hanno parenti e amici nell’uno o nell’altro Paese del Vicino Oriente».
I francescani della Custodia hanno rivolto un pensiero particolare per i frati che, in Siria, continuano il loro servizio alla popolazione, sostenendola affinché possa affrontare in una prospettiva di fede la tragedia che il Paese sta attraversando. La veglia si è conclusa con una processione con le fiaccole accese nel giardino degli Ulivi e la recita del Padre nostro. «La nostra preghiera non finisce stasera — ha detto padre Feras Hejazin — ma continua e noi proseguiremo dicendo “no” alla guerra e “sì” alla pace. Sì, noi vogliamo la pace in Terra Santa, in Libano, in Egitto, in Siria, in Iraq».
La Custodia e Ats, la sua ong, hanno proposto di fare un altro gesto concreto per aiutare la Siria: rispondendo all’appello di solidarietà, si possono inviare sul posto, tramite le comunità cristiane, prodotti di prima necessità di cui la popolazione ha urgentemente bisogno.
In un’altra città di pace, Assisi, il vescovo Domenico Sorrentino ha sollecitato un “bombardamento della preghiera”: «Non siamo qui per fare analisi e per dare soluzioni. Siamo qui come fratelli e vogliamo dire che siamo vicini al dramma del popolo siriano». Alla veglia, svoltasi nella basilica di Santa Maria degli Angeli, sono intervenuti — riferisce l’Ansa — il pastore della comunità anglicana di Assisi, il rappresentante della comunità copto-ortodossa di Gualdo Tadino e il coordinatore della Tavola della pace, Flavio Lotti. La veglia si è conclusa all’esterno della basilica con una processione.
A Taizé, in Francia, sabato sera i fratelli della comunità ecumenica e i tanti giovani presenti si sono radunati nella chiesa: «Tu non lasci che noi ci abbandoniamo allo sconforto — hanno detto rivolti al Signore — e ci fai capire che la nostra preghiera e compassione contano. Sii a fianco di coloro che soffrono e manda lo Spirito Santo, affinché ispiri a tutti gli esseri umani gesti di pace».
E ieri a L’Avana, a migliaia di chilometri di distanza, in occasione delle celebrazioni per la festa della Vergine della Carità, patrona di Cuba, il presidente della Conferenza episcopale, arcivescovo Dionisio Guillermo García Ibáñez, ha ricordato l’appello del Papa per la Siria invitando i fedeli a pregare per la pace.
L'Osservatore Romano

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In una lettera dei superiori maggiori degli Stati Uniti al presidente Obama e al Congresso. Invito a riflettere e usare la diplomazia

Un invito a riflettere in maniera ponderata sull’eventualità di un attacco militare in Siria e a cogliere l’occasione invece di un intervento che segua i canali diplomatici è stato rivolto al Congresso degli Stati Uniti e al presidente Barack Obama dalla Conferenza dei superiori maggiori degli Stati Uniti (Conference of Major Superiors of Men, Cmsm). In un documento, reso pubblico, i religiosi riconoscono «l’incredibile sfida dell’attuale momento in Siria nel mezzo di questa tragedia. Eppure, noi vediamo per gli Stati Uniti una grande opportunità: quella di porre fine alle ostilità prendendo l’iniziativa e riconoscendo che la vera responsabilità è soprattutto quella di aumentare la comprensione, di risolvere i danni che sono sorti nelle relazioni, di incoraggiare più empatia verso coloro che hanno sofferto prendendo ciascuno le proprie responsabilità. Non si tratta — spiegano i superiori maggiori — di una scelta tra l’azione militare e l’inerzia», un dualismo «che viene utilizzato per giustificare la violenza».
Secondo la Cmsm, invece di scoraggiare la violenza, che ha portato a più di centomila morti e a danni incalcolabili, l’intervento militare «minaccia di estendere la già feroce guerra civile in Siria, di minare le prospettive di una riduzione della violenza, di una soluzione giusta e negoziata, di una responsabilità autentica. Assad, o chi ha utilizzato armi chimiche — prosegue il messaggio — non impareranno certamente la lezione in questo modo». Chi ha usato la violenza «non farà altro che inasprire e aumentare le ostilità». I ribelli, secondo i religiosi, potrebbero considerare qualsiasi intervento militare da parte degli Stati Uniti «come un segnale per aumentare maggiormente le ostilità. Inoltre, Iran, Israele e persino la Russia potrebbero probabilmente essere coinvolti ancor di più nel conflitto». I religiosi citano anche recenti studi che dimostrano come gli interventi militari stranieri spesso portino a un aumento del quaranta per cento di vittime civili.
Per tutti questi motivi, i superiori maggiori esortano dunque il Congresso e il presidente a prendere in considerazione altre opzioni, come quella diplomatica, e quanto prevede il diritto internazionale. «Adesso più che mai è giunto il momento di rinvigorire i piani per i negoziati di pace, poiché le red lines sono state superate». Per i religiosi la credibilità degli Stati Uniti come Paese impegnato a tutelare la pace «dovrebbe essere mantenuta mostrando al mondo intero la disponibilità a guidare gli sforzi per una conferenza di pace».
Per i religiosi, insomma, è giunto il momento di intervenire facendo leva sulla chiamata alla responsabilità di ogni nazione. «Occorre avviare negoziati che coinvolgano anche i principali attori della società civile e non violenta e includere la previsione di meccanismi di responsabilità più ampi. Bisogna resistere alla tentazione di alimentare il fuoco con altra violenza. Nello spirito di Martin Luther King, di cui abbiamo ricordato il cinquantesimo anniversario del celebre discorso di Washington, dobbiamo interrompere le azioni di ostilità», esercitando pressioni sui Paesi che si ritiene vendano armi alla Siria, sia di quelli che le forniscono al Governo, sia di quelli che le vendono ai ribelli, perché la rivoluzione violenta, secondo i religiosi, «non solo alimenta altra violenza ed è meno efficace per la realizzazione di obiettivi politici a breve termine, ma raramente porta a una democrazia vera e duratura».
Pertanto, secondo la Conferenza dei superiori maggiori è falso quando si afferma che azioni punitive possano riequilibrare le forze in campo. «Soltanto i negoziati possono portare a una democrazia duratura e a una pace giusta. Il modo migliore per inviare un messaggio a chi si rende responsabile di comportamenti orribili — suggeriscono i religiosi — è quello di creare processi di autentica responsabilità che propendano verso la comprensione reciproca, l’empatia verso coloro che soffrono», lo sviluppo di piani che possano lenire le ferite della guerra.
Nel loro messaggio, i religiosi degli Stati Uniti propongono di avviare un dialogo iniziale con operatori selezionati secondo criteri precisi: «Potrebbero essere familiari di persone uccise, membri del Governo di Assad, della resistenza armata, organizzatori di comunità locali». Potrebbero poi essere sviluppati piani più ampi, che potrebbero gradualmente espandersi per includere sempre di più altre persone: «L’impatto di interventi sulla realtà sociale faciliterebbe i negoziati per un cessate-il-fuoco. Questi sforzi su piccola scala potrebbero costituire le basi per sforzi ancora più ampi quando si porrà fine alla violenza».
La Cmsm cita enti caritativi come Catholic Relief Service e Cure Violence, che sono già impegnati in iniziative di pace con i siriani. «Anche i tribunali di giustizia internazionali potrebbero essere una risorsa utile».
Secondo i religiosi, sarebbe opportuno supportare l’opera di forze di pace civili nelle aree dove già ci sono siriani impegnati a favore della pace. «Queste forze potrebbero essere le Nazioni Unite, le ong, come la Nonviolent Peaceforce, o altre associazioni in grado di aiutare a modificare le dinamiche locali in modo concreto ed efficace».
Infine, nel messaggio, i superiori maggiori sostengono che per raggiungere al più presto un obiettivo sarebbe opportuno che «gruppi di eminenti leader religiosi delle principali confessioni si recassero in Siria come forza di pace, per coinvolgere gli attori ora armati e disinnescare le ostilità». Il religiosi citano l’esempio della beata Madre Teresa di Calcutta quando nel 1982 si recò in Libano, durante le ostilità, per prestare soccorso ai bambini disabili musulmani. Il chiaro messaggio di Papa Francesco contro la violenza e l’appello a osservare una giornata di preghiera e digiuno per la Siria, spiegano ancora i religiosi, «ci induce a riflettere e ad agire. La tragedia in corso ci offre un’altra opportunità di diventare persone che trasformano il conflitto con coraggio e amore. Cerchiamo di impegnarci».
L'Osservatore Romano

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La diplomazia della carità
di Agostino Giovagnoli
in “la Repubblica” del 9 settembre 2013
Dal dolore di Francesco per quanto sta accadendo in Siria è scaturito un atto di grande audacia. Il
Papa, infatti, ha espresso una severa condanna contro l’uso delle armi chimiche: «Ho ancora fisse
nella mente e nel cuore le terribili immagini», in particolare quelle dei bambini. E, a proposito di chi
le utilizza, presumibilmente Bashar al-Assad, ha aggiunto parole tremende: «C’è un giudizio di Dio
e anche della storia sulle nostre azioni, a cui non si può sfuggire». E ieri è tornato a condannare i
conflitti con parole che tirano in ballo anche i grandi interessi economici: «Le guerre si fanno solo
per vendere armi». Ma ha anche detto che guerra chiama guerra e che violenza chiama violenza. In
questo caso, la critica riguarda l’intervento militare annunciato da Obama. E a Putin ha scritto
parole chiaramente riferibili allo stesso presidente russo: «Troppi interessi di parte hanno prevalso
da quando è iniziato il conflitto siriano, impedendo di trovare una soluzione che evitasse l’inutile
massacro a cui stiamo assistendo».
L’umile Papa venuto dalla fine del mondo, insomma, ha rivolto contemporaneamente a tutti i
potenti della terra parole di fuoco. Che cosa lo ha spinto a tanta audacia? Il confronto tra le
posizioni americane e quelle di Francesco è stato ricondotto al rapporto tra i due principi della
giustizia e della pace, snodo cruciale del pensiero etico-politico occidentale. Se si vuole affermare la
prima è necessario ricorrere alla forza, ma ciò contrasta con la seconda, che implica piuttosto
dialogo, negoziati, mediazioni. Obama ha parlato dell’intervento militare come di un atto di
giustizia, conseguenza obbligata dell’impiego di armi vietate dalle regole internazionali. L’iniziativa
di Francesco ha, invece, riaperto la discussione sul magistero pontificio contemporaneo in tema di
pace, dalla Pacem in terris di Giovanni XXIII al grido di Paolo VI all’Onu – «Mai più la guerra»,
ripreso nell’Angelus del 1° settembre – , dal sostegno di Giovanni Paolo II all’intervento umanitario
nei Balcani alla fermissima opposizione di questo stesso Papa alla guerra in Iraq. È stato fatto
notare che la condanna della guerra non è stata assoluta e costante nel papato contemporaneo, anche
se sono diminuite sempre di più le motivazioni che giustificano la “guerra giusta”. Ci si è chiesti
perciò se Francesco compirà il passo definitivo, mettendo al bando la guerra sempre e comunque.
Il punto di vista di Francesco è, però, diverso e si radica in una originale “diplomazia della carità”.
Ciò che conta, non sono in astratto la giustizia, la pace o altri principi, pur importanti: è decisivo,
piuttosto, mettersi dalla parte delle vittime. In Siria gran parte della popolazione subisce ormai da
anni enormi sofferenze e oggi un intervento armato non le allevierebbe e non ne impedirebbe altre.
Lo stesso spirito anima la parte della lettera a Putin dedicata all’economia, in cui Francesco chiede
ai grandi della terra di «consentire una vita degna a tutti gli esseri umani, dai più anziani ai bambini
ancora nel grembo materno, non solo ai cittadini dei Paesi membri del G20, ma ad ogni abitante
della Terra, persino a coloro che si trovano nelle situazioni sociali più difficili o nei luoghi più
sperduti». La diplomazia di papa Francesco, in altre parole, è una diplomazia al servizio dei poveri,
dalle vittime della guerra a chi soffre la fame, in nome delle quali interpella i potenti della terra.
Anche il nodo del rapporto tra giustizia e pace, perciò, va sciolto mettendosi dal punto di vista dei
poveri: spesso, l’uso della forza per punire chi viola la giustizia serve poco a questi, mentre di
frequente sono loro a soffrire di più per la guerra e, viceversa, a beneficiare di più della pace. Ma
non si tratta di regole rigide, solo di lezioni che vengono dall’esperienza e, comunque, la scelta va
fatta secondo le concrete circostanze storiche. Per questo, il digiuno non è accessorio: costituisce un
richiamo alle coscienze perché tutti si assumano le proprie responsabilità, rinunciando
all’indifferenza e all’interesse.
Sono stati i poveri, dunque, che hanno dato a Francesco la forza di discutere da pari a pari con i
grandi della terra, da Obama a Putin, senza paura di rimproverarli. L’amministrazione americana ha
risposto con sufficienza che il Papa rappresenta solo la Chiesa cattolica. Ma è una risposta affrettata.
La mobilitazione di tanti – non solo cattolici, ma anche altri come i musulmani siriani – per
l’iniziativa di preghiera e digiuno non costituisce un evento irrilevante. E sono miliardi coloro in
nome dei quali Francesco ha preso la parola, senza fare distinzioni politiche, culturali o religiose: il
popolo vastissimo che vive nelle periferie del mondo. C’è, infine, anche qualcos’altro. Il grido del
Papa ha svelato un vuoto: nessuna delle diverse posizioni assunte dai governi o dalle organizzazioni
internazionali sulla questione siriana appare oggi risolutiva. Sbaglierebbero perciò le diplomazie a
sottovalutare chi è in grado di svelare il vuoto della loro impotenza.

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Siria/ Mons. Lahham (Giordania): qui tutti i musulmani stanno con Papa Francesco
Il Sussidiario
 
(Pietro Vernizzi) All’indomani della giornata di digiuno e di preghiera per la Siria, il Papa è tornato a parlare delle tensioni che minacciano la pace in Medio Oriente durante l’Angelus in piazza San Pietro. “Scegliere il bene comporta dire no all'odio fratricida e alle menzogne (...)

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“Corriere della Sera” - Rassegna "Fine settimana"
(Gian Guido Vecchi) C’è la parte che al solito ha scritto e limato di persona, quella nella quale il Papa dice che «seguire Cristo» significa combattere «una guerra più profonda contro il male» («A che serve fare guerre, se tu non sei capace di questo?»), che «portare la (...)
Rassegna Fine Settimana
- Il Papa: «Si fanno guerre solo per vendere armi» (Roberto Monteforte in “l'Unità”)
- Pace. Non può essere solo l’assenza della guerra (Flavio Lotti in “il Fatto Quotidiano”)

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La storia del cannone che parla anche di noi
“Corriere della Sera” - Rassegna "Fine settimana"
(Claudio Magris) La Storia non è maestra di vita, come diceva pomposamente un vecchio detto latino, historia magistra vitae. Se fosse così, non continueremmo a commettere scelleratezze e imbecillità d'ogni genere. Ma forse non è del tutto inutile ricordare vecchi episodi illustri come quelli che un tempo
Rassegna "Fine Settimana"
- La condanna del Papa: guerre fatte per vendere le armi(Franca Giansoldati in “Il Messaggero”)
- “Guerra per vendere le armi?” (Giacomo Galeazzi in “La Stampa”)
- La macchina da soldi degli armamenti (Francesco Grignetti in “La Stampa”)

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La via cristiana alla guerra giusta. Un pensatore cattolico americano sul dovere morale dell’intervento
Il Foglio
 
(Robert George) Jean Bethke Elshtain, l’eminente studiosa dell’University of Chicago morta lo scorso mese all’età di 72 anni, era una donna minuta che veniva da una piccola città del Colorado e che divenne un gigante nel campo della filosofia politica. Acquisì la sua fama (...) 
«L’America ha vinto nazismo e schiavitù con fucili e cannoni» (Intervista al filosofo americano Michael Novak di Paolo Mastrolilli, Vatican Insider)