Da Papa Francesco...
In vista dell'incontro di domani in piazza San Pietro, quattro coppie raccontano la loro esperienza di fidanzamento cristiano, il desiderio di sposarsi e la scelta di vivere in castità prima del matrimonio
Una cena per due? Un weekend fuori città? Un gioiellino di Tiffany? No, quest’anno i fidanzati d’Italia e del mondo avranno un modo tutto speciale di trascorrere la festa di san Valentino: incontrando Papa Francesco per l’Udienza loro riservata. Un appuntamento che - secondo i dati del Pontificio Consiglio per la Famiglia, organizzatore dell’evento – ha battuto ogni previsione e ogni record di partecipazione, tanto da esser stato trasferito dall’Aula Paolo VI in piazza San Pietro. 20.000 sono infatti le persone previste, 28 i paesi di provenienza, 3 le coppie che dialogheranno con il Papa, uno il comune denominatore di tutti: il desiderio che questo amore duri per sempre e sia benedetto da Dio.
Ad esprimere “la gioia del sì per sempre” ci saranno anche quattro coppie di Roma che hanno raccontato a ZENIT la loro testimonianza e le loro aspettative per l’incontro con il Successore di Pietro. Ragazzi normali, di età e interessi diversi, accomunati dalla volontà di vivere un “fidanzamento cristiano”, mirato quindi ad un futuro matrimonio e caratterizzato da alcune scelte importanti. Su tutte, la volontà di vivere in castità fino a che il Sacramento non suggelli il loro amore.
Una scelta non facile e, indubbiamente, controcorrente, che ad alcuni potrebbe sembrare quasi una impuntura moralistica. Tuttavia una scelta che – come affermano Giacomo e Cristina, studenti di ingegneria, fidanzati dai banchi di scuola – “ci ha reso molto più forti e ci ha aiutato tantissimo i primi tempi a non usarci l’uno con l'altro e poi girarci le spalle alla prima difficoltà”. “In 8 anni - dice Cristina - abbiamo imparato a conoscerci, a dialogare, ad accettare i nostri difetti e, nonostante siamo totalmente diversi (io ‘appiccicosa’ e lui ‘scorbutico’), siamo ancora l’uno al fianco dell’altro”. Inoltre, aggiunge Giacomo, “vivere in castità ci aiuta a non sentirci già sposati, a prendere le nostre decisioni nella libertà, a ricordarci che siamo in una fase di scoperta del progetto di Dio sulle nostre vite, e a cercare di parlare e aprirci visto che non sempre è facile farlo”.
Non è infatti solo la castità ciò che fa la differenza in un fidanzamento cristiano, ma il dialogo. “La castità è una conseguenza”, spiega Davide, 23 anni, laureando in Psicologia, da 5 anni fidanzato con Laura, praticante in uno Studio legale, prossimi al matrimonio. “La cosa fondamentale da fidanzati è parlare per conoscere l’altra persona. È importante sapere cosa pensa chi ti sta accanto, conoscere i suoi valori, le sue idee. Spesso, i matrimoni finiscono così in fretta, perché le persone non si conoscono”. “Al contrario di quanto si dice normalmente – prosegue Laura – non è il matrimonio la tomba dell’amore, ma il sesso, perché il corpo dice ‘sono tua/o’, ma lo spirito dice un’altra cosa, perché solo con il Sacramento le due persone si appartengono totalmente e si donano reciprocamente fino in fondo”. “La nostra esperienza, anche dai fidanzamenti precedenti – soggiunge - è che il sesso chiude il dialogo e impedisce il vero perdono, perché spesso dopo un litigio per risolvere si va a letto anziché parlare”.
“Rinunciare a qualcosa, anche a sé stessi, per l'altro è la dimostrazione del vero amore e la cosa che oggi ci rende saldi e felici” concorda la coppia, che tra l’altro racconta di provare una grande emozione a partecipare all’Udienza di Francesco, visto che il loro fidanzamento è nato sotto lo sguardo di un altro Papa, Benedetto XVI, durante la Gmg di Sydney del 2008. “Entrambi uscivamo da precedenti storie dolorose – spiegano - ed entrambi eravamo indecisi fino all’ultimo se imbarcarci per l’Australia visto il prezzo costoso del biglietto”. Ma “il Signore ci ha fatto trovare i soldi per il viaggio e ci ha fatto poi ‘incontrare’ (anche se ci conosciamo da tanti anni). Il Padre Eterno ci aveva già messo lo ‘zampino’ e lo dimostra il fatto che ci siamo fidanzati ufficialmente proprio nel giardino di una parrocchia: la Holy Spirit Catholic Church”.
Anche per Daniele e Margherita, coppia 24enne, insieme da due anni, “galeotta fu una Gmg”. Per loro però non fu un colpo di fulmine, servirono anni prima di abbattere il muro della timidezza e dell’imbarazzo. “Un breve pellegrinaggio a Fatima ci ha dato la possibilità di rompere il ghiaccio...”, racconta Daniele, “in verità è stata lei a farsi avanti, mentre io rispondevo a monosillabi. Uscivo da un’esperienza in seminario e non ero molto ‘sveglio’ da questo punto di vista. Dio poi ha fatto tutto il resto e mi ha voluto fare un bel regalo visto che ci siamo fidanzati il giorno del mio compleanno”. Come per le altre coppie, anche nel cuore di questi due ragazzi è nato presto il sincerio desiderio di sposarsi. Oggi, dice Daniele, “sento la necessità che il Papa confermi che veramente sia Dio a condurre il nostro fidanzamento. La Chiesa, in diversi modi e persone, finora ci ha sempre accompagnato nelle nostre scelte. Ora che questa unione sta diventando qualcosa di grande (spesso mi sembra molto più grande di me), ho bisogno di avere Cristo vicino, perché so di non poter contare sulle mie forze. E chi meglio del Suo Vicario può mostrare concretamente come Lui sia presente?”.
Ma Dio non si manifesta solo nei pellegrinaggi o nelle Gmg; anche un aperitivo in spiaggia può essere un’occasione di incontro per due persone che, pur provenendo da storie di vita differenti, scoprono una comunanza di valori e prospettive. È la storia di Adam ed Emanuela, 33 anni lui, 27 lei, fidanzati da sette mesi circa, sufficienti però “per dire con il cuore in mano che ci amiamo e che non potremmo desiderare nessun altro”. “Il Signore ci vede lungo, molto più di noi”, afferma Emanuela, che racconta: "All’inizio non è andata come tutti si aspettano che vadano i fidanzamenti: non c’era spensieratezza da parte mia ma una serie di dubbi e paure che mi portavo dietro dal passato e che per diverso tempo mi hanno assillato, minando molto questa storia ancora così fragile. Avevo paura di crescere, di prendermi le mie responsabilità - prosegue - ma poi mi sono resa conto che Adam non mi era stato messo accanto per caso, ma perché il Signore ha un progetto sulla mia vita. Oggi, siamo sicuri che se abbiamo superato quel periodo è solo per volontà del Signore, che ci ha spinto a non mollare".
Quindi la scelta di sposarsi presto e di “vivere un fidanzamento cristiano", che - afferma la coppia - "per noi significa vivere un fidanzamento in cui ci si conosce per capire se quella persona è veramente la persona pensata da Dio; significa vivere da fidanzati, appunto, e non da sposati un periodo che serve a comprendersi e ad esprimersi nella naturalezza e nella verità, pensando che siamo chiamati a fare sempre la Sua volontà e non la nostra”. “Prendere scelte come non avere rapporti sessuali prima del matrimonio, quindi fare delle rinunce e saper aspettare - sottolinea Adam - ci fa bene, irrobustisce il legame e soprattutto non permette di annebbiare il discernimento sulla persona. Non ci apparteniamo ancora, non siamo una cosa sola e non vogliamo ingannarci facendo finte ‘prove’ di matrimonio, ma attendiamo quello 'vero' in cui Dio suggellerà la nostra unione”.
Al di là di tutto, ciò che colpisce dell’esperienza di queste coppie è che, a dispetto dell’odierno tourbillon di precariato, incertezze, crisi economica e di valori, ma anche attacchi alla famiglia, divorzi-lampo, convivenze, unioni civili, matrimoni “a tempo determinato” e via dicendo, sia ancora così viva in giovani poco più che ventenni la voglia di formare una famiglia. Evidentemente, più della solita trafila di raccomandazioni propinata da amici e parenti (“Aspettate, siete 'piccoli', godetevi la vita, pensate alla carriera, costruitevi una sicurezza economica...”), è risuonata forte la voce di Papa Francesco quando ha detto: “Cari giovani, non abbiate paura di fare passi definitivi nella vita. Abbiate fiducia, il Signore non vi lascia soli!”.
S. Cernuzio
*"L'amore è morire per l'altro, come il martire Valentino è morto per Cristo"
Intervista a suor Roberta Vinerba, teologa impegnata nella evangelizzazione di giovani ed adolescenti
Rifuggire dalla pubblicistica contemporanea, che ha ridotto la celebrazione di San Valentino a una “melassa indigesta di sentimenti inutili e nauseanti”, per riaffermare “l’amore robusto e virile” che la Croce indica a tutti coloro che si amano. È questo il messaggio di Roberta Vinerba, suora francescana della Diocesi di Perugia, docente di teologia morale e direttrice della scuola di teologia “Leone XIII”. Suor Roberta, autrice di alcune pubblicazioni sul tema delle relazioni affettive ed impegnata da anni nell’evangelizzazione di giovani ed adolescenti, alla vigilia di San Valentino ha parlato a ZENIT dell’amore fra fidanzati in un’ottima cristiana. Amore che si fa dono e fedeltà, contro l’idea perversa per cui si è liberi nella misura in cui si rifuggono i legami.
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Viviamo un’epoca di passioni travolgenti ma spesso estemporanee. In un contesto del genere, come fa ad educare le giovani coppie ad abbracciare il “per sempre”?
Suor Roberta: Risalendo la strada del cuore. Tutto intorno a noi ci parla di precarietà: le famiglie d’origine spesso sono spezzate, le case non si trovano oppure hanno prezzi inaccessibili, il credito per “mettere su casa” è sbarrato, il lavoro ormai per definizione se c’è, è precario. Sono con-cause di una causa più grande che è radicata nel cuore dell’uomo: la paura del legame, l’idea che si è liberi nella misura in cui si rifuggono i legami. Un’idea perversa della libertà sta alla radice della diffusa precarietà esistenziale. Occorre allora aiutare i giovani a risalire dal pensiero unico che spesso assorbono acriticamente, fino alle “ragioni del cuore”, interpretando le vere domande che sono di fedeltà, di “per sempre”, di esclusività, per attrezzarsi a vivere conseguentemente. Insomma prendere sul serio l’esperienza: dalle emozioni, interpretarle secondo i criteri di coscienza che soggiacciono alla coltre che il pensiero unico, pulsionale e individualista, stende su di essi.
I giovani di oggi, costantemente sollecitati da input sessuali, come si relazionano al tema della castità?
Suro Roberta: Pudore e castità sono termini pressoché universalmente sconosciuti e, se conosciuti, lo sono in maniera negativa, cioè come l’ambito dei “no”, dei divieti che mortificano l’amore e negano la felicità. Dobbiamo riconoscere che è mancata, e ancora oggi è decisamente deficitaria, un’evangelizzazione dell’amore umano che liberi le persone da un’idea moralistica e falsa del messaggio cristiano e le apra alla totalità dell’amore come bellezza e libertà: libertà che accade solamente nel legame definitivo che salva l’unicità e l’esclusività. Significa prima di tutto rendere ragione della natura sponsale del corpo, delle categorie della promessa, del dono, dell’identità (pudore) e della relazione (castità). Dio è amore che affascina, la persona che ama è trascinata anch’essa dalla bellezza per la bellezza: annunciare la via ardua della castità, quando lo si fa in questa ottica, è un’esperienza stupenda: i ragazzi accolgono desiderosi questa novità e si mettono in cammino.
Quando affronta certe tematiche come fa a coniugare dolcezza e rigore? Non potrebbe prevalere solo uno dei due aspetti, con il rischio o di veicolare un messaggio non aderente alla verità oppure di rendersi incomprensibile?
Suor Roberta: Trovo che la Deus caritas est di Benedetto XVI sia una guida eccezionale per raggiungere questo equilibrio. L’amore è sempre espressione della verità, ed essa è una persona: Gesù Cristo Crocifisso, somma misericordia. Quando pensiamo che il Vangelo pretenda troppo e lo limitiamo in qualche parte che riteniamo ostica per i giovani, allora rompiamo questo equilibrio e diciamo, indirettamente, che il Vangelo è irrealizzabile e contrario alla felicità umana. Affermiamo anche che siamo mediocri e che le alte vette della santità, cioè della piena riuscita umana, non siano per noi. Questa non è misericordia, questo è abbassare la verità e l’amore alle nostre piccinerie. Bisogna credere che l’amore ha un’intelligenza che si impone da sola nel dialogo con la coscienza. Non bisogna ridurre il Vangelo alla ristrettezza del nostro cuore, fatto questo è davvero semplice annunciare la verità nella carità. Ai miei corsi è molto comune l’esperienza di giovani che vengono e che sono lontani dalla Chiesa e che poi cominciano un cammino di conversione, affascinati dal progetto bello e impegnativo del Vangelo.
Cos’è l’eros per un cristiano?
Suor Roberta: Per usare le parole di Benedetto XVI: l’eros è quella forza che non permette all’amante di rimanere in se stesso ma lo spinge ad unirsi all’amato (Messaggio per la quaresima 2007). L’Eros è Cristo Crocifisso: “Quale più ‘folle eros’ di quello che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri delitti?” (Ibidem). Nella natura sponsale del corpo, nella differenza sessuale, vi è la scaturigine di questa uscita da sé che avviene nella forma della promessa per giungere alla pienezza della comunione. L’amore erotico è comprensibile veramente solo a partire dalla Croce del Signore che manifesta il mistero delle relazioni trinitarie di dono e di accoglienza, di uscita da sé per il totale dono all’altro che è tutto accoglimento.
Nei suoi libri mette in guardia da un fenomeno tipico di oggi, quello che definisce “liquidità del confine dei generi sessuali”…
Suor Roberta: L’amore erotico è relazione tra un io che ha una identità definita, (un auto-possesso) e che al contempo si definisce nell’apertura (relazione) ad un tu, anch’egli capace di identità. Perché vi sia amore erotico non basta l’intenzione affettiva, emotiva, la sincerità psicologica, ma è necessaria la differenza sessuale e una chiara identità sessuale perché la nostra persona (unità di corpo e di spirito) è strutturata fin dai cromosomi entro la categoria del maschile e del femminile. L’identità sessuale attraversa tutta la persona nei suoi valori fisici, psicologici, spirituali. Negare questa differenza capace di reciprocità, ed introdurre la categoria gender, multi-gender, post-gender e queer (ovvero l’arco semantico della teoriagender che afferma che il carattere sessuale del corpo è irrilevante per la propria identità psico-sessuale e che non vi è un orientamento eterosessuale prevalente o normativo), mina alle radici la possibilità stessa della relazione. C’è un pensiero unico che vuole imporre questa teoria come verità assoluta e che sta dilagando, complici lobby potenti che vogliono riscrivere l’uomo a colpi di maggioranze parlamentari. Occorre aiutare le persone a ritrovare la razionalità cercando di mostrare l’irragionevolezza di questa teoria, di illustrarne i presupposti occulti ed anche le logiche conseguenze a cui porta qualora se ne sviluppano le premesse.
Quali parole utilizzerebbe per sintetizzare il messaggio della festa di San Valentino?
Suor Roberta: L’amore è volontà di morire per l’altro, come il martire Valentino è morto per Cristo. Chi riconosce in questo la verità dell’amore, festeggia davvero questo giorno che, altrimenti è solo una melassa indigesta di sentimenti inutili e nauseanti. Auguro a tutti coloro che si amano, di rifuggire dalla pubblicistica melensa di questo giorno e entrare nella sapienza della Croce che è la bellezza dell’amore robusto e virile che sostiene ogni amore vero.
F. Cenci
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Chi era san Valentino?Per conoscere meglio colui che è diventato il patrono delle coppie di fidanzati di tutto il mondo
La più antica notizia sul culto di San Valentino di Terni in Umbria è contenuta nel Martirologio Geronimiano, una sorta di calendario della Chiesa universale attribuito a San Girolamo, compilato forse nell'Italia settentrionale, verosimilmente ad Aquileia o a Milano, tra il 431 e il 450 e oggetto più tardi di altre recensioni e manipolazioni.
Il Geronimiano, nel più antico dei manoscritti che ce lo trasmette e che da solo ne costituisce la prima famiglia, posto sotto la data del 14 febbraio, la memoria di Valentino presso la comunità cristiana ternana ed è così generalmente restituita "Interamne in Flamminia natale Valentini". Del Santo non si dice altro, nemmeno del suo eventuale grado ecclesiastico; si ricava che fosse martire solo dalla costatazione che la maggior parte dei santi elencati nel Geronimiano rivestono tale dignità.
La questione agiografica – ancora ampiamente dibattuta – si fa più complessa quando nel VI secolo un certo Valentino presbitero di Roma, che non è menzionato nel Geronimiano, compare con una parte di rilievo nella Passione di Maris, Marta, Audiface e Abacuc martiri presso Boccea al tredicesimo miglio della Via Cornelia. In questa Passione Valentino è configurato come un taumaturgo che guarisce dalla cecità la figlia del princeps Asterio, in nome della fede in Cristo vera luce, e per aver battezzato lei, il padre e tutti membri della famiglia. Il fatto comporta la pena capitale per decapitazione di tutti i protagonisti fuori dalle mura di Ostia il 18 gennaio ad esclusione di Valentino, che invece la trova – proprio come il martire ternano – il 14 febbraio sulla Via Flaminia durante l'impero di Claudio II (268-270).
Non è ancora chiaro se il corpo del martire fu inizialmente sepolto nella limitrofa catacomba del III secolo, per poi essere traslato nella basilica o se, in realtà, fu sepolto all'esterno in un sarcofago intorno al quale si formò un'area venerata quadrangolare, recintata, con una piccola abside scavata nella roccia, poi inglobata nella basilica costruita da papa Giulio I (337-352) al secondo miglio della Via Flaminia. Le reliquie del martire furono traslate successivamente nel sacello di San Zenone, presso la Basilica di Santa Prassede, costruito da papa Pasquale I (817-824) come mausoleo per sua madre Teodora, decretando il progressivo ed inesorabile declino del sito valentiniano flaminio. Il dibattito non riesce ancora a far luce sulla verità storica di Valentino e le interpretazioni finora avanzate sono le più disparate.
Una corrente di pensiero riconoscerebbe solo il martire romano, un'altra solo quello ternano, un'altra ancora li sdoppierebbe mentre si è più volte proposto di identificarli in un unico personaggio. Le disquisizioni in merito non aiutano certo a sbrogliare la vexata quaestiodell'identificazione agiografica e della collocazione cronologica e geografica che si avvale solo delle scarse informazioni contenute nelle fonti, le quali indubbiamente – come sostiene Emore Paoli – sembrano provocare nelle traduzioni successive "pericolose scollature fra Valentino e la sua città". Tuttavia la solidità del culto trova maggior riscontro e continuità a Terni, città natale di una tale Veneriosa, nata in civitate Interamniatum nel 355 e sepolta nel 359 presso il cimitero valentiniano romano a conferma di un rapporto diretto tra i ternani e il Valentino di Roma.
La Passione di quest'ultimo, che si ritiene priva di valore storico, è riassunta da Beda († 735) sotto la data del 14 febbraio, la prima volta in cui in un martirologio è registrata la commemorazione del Santo oltre a quella di Valentino di Terni per il quale dedica più di una riga dimostrando di aver attinto ad un'altra fonte e cioè alla Vita Sancti Valentini composta entro il 725. Questo testo inizia col presentare tre nobili ateniesi, Procolo, Efebo e Apollonio, studiosi di lingua greca, i quali giungono a Roma per dedicarsi allo studio della retorica latina presso il maestro Cratone, il cui unico figlio Cheremone si trova affetto da una incurabile infermità fisica, forse l'epilessia. Un tale di nome Pompeio riferisce al padre del ragazzo che un morbo simile aveva colpito anche suo fratello, il quale guarì dopo essersi recato da un certo Valentino cittadino di Terni. Spinto dalla disperazione Cratone invita a Roma Valentino e gli promette, in cambio della guarigione del figlio, metà delle proprie sostanze.
Dopo un lungo colloquio, conclusosi col consenso di Cratone a farsi battezzare, Valentino ordina di sistemare una piccola stanza dove potersi ritirare in preghiera insieme a Cheremone, il quale viene fatto stendere sopra un cilicio. Valentino veglia sul ragazzo malato per tutta la notte fino a quando, al bagliore di una luce improvvisa, costui inizia a dare i primi segni di guarigione. Consegnato il giovane completamente risanato alla famiglia, Cratone si fa battezzare insieme ai suoi congiunti, ma non riesce a far recedere il figlio dal proposito di seguire Valentino. Anche Procolo, Efebo ed Apollonio, sbigottiti, abbandonano gli studi e seguono Valentino. Tramite il loro esempio si converte un buon numero di scolastici, tra i quali Abbondio, figlio del praefectus urbis. Tali avvenimenti irritano però i pagani che incitano il prefetto a decretare la decapitazione di Valentino, la quale avvenne celermente e tacitamente di notte, il 14 febbraio, al LXIII miglio della Via Flaminia. Procolo, Efebo e Apollonio, allora, la notte stessa dell'omicidio, riportano a Terni il corpo di Valentino e lo seppelliscono devotamente in un cimitero suburbano. La loro stessa conversione giunge al console Leonzio che, temendo una sollevazione di popolo, li processa pochi giorni dopo e li condanna alla pena capitale che si tenne poco tempo dopo.
I loro corpi privi di vita vengono deposti da Abbondio, presso il sepolcro di Valentino. Come asserisce Francesco Scorza Barcellona in un suo recente lavoro, la Vita Valentini "anteriore al Martirologio di Beda in cui è riassunta, senza riferimenti cronologici e a fatti esterni (nulla ci dicono i nomi del prefetto Placido e del consolare Leonzio) non offre alcun elemento sulla vicenda del protagonista". Nell'esaminare il Valentino ternano molto probabilmente l'autore si è ispirato alla Passionedel martire romano almeno per quel che riguarda la dimensione taumaturgica del protagonista, ma se ne distacca quando propone l'immagine ideale di Valentino "beatus vir interamnensis episcopus" e ciò lo fa, segue Scorza Barcellona, "nell'ottica del suo autore e del pubblico per cui l'ha scritta".
È quanto sostiene la critica contemporanea meritoria di aver restituito il testo della Vitaal suo ruolo originario, cioè quello che, secondo le osservazioni del Paoli, si allaccerebbe alla prerogativa monastica corroborata dalla considerazione che, almeno dal IX secolo la basilica ternana di San Valentino era di pertinenza benedettina. L'autore della Vita non calcò la mano sulle qualifiche del santo, attribuendo ad esso più del dovuto, riguardo la sua carica di vescovo o circa il suo martirio; tali erano caratteristiche canoniche replicate infinitamente nelle vite dei martiri. Valentino è ritratto come un uomo "che compie positivamente il bene, con la predicazione e i miracoli", non come un "martire che si oppone ai persecutori e resiste ai tormenti". L'intero testo della Vita è un'apologia della fede cristiana con un persistente approccio alla spiritualità monastica.
Valentino catechizza i presenti annunciando fondati principi teologici, prosegue Scorza Barcellona, "fa guarire Cheremone chiedendo il silenzio per un giorno intero, chiudendo la porta della cella in cui si è ritirato con il giovane malato, la necessità della separazione dal mondo, il cilicio su cui depone Cheremone è una veste penitenziale, su cui egli stesso soleva pregare, la porta della cella non è riaperta prima che si sia conclusa la recita delle preghiere e degli inni prescritti. Si tratta inoltre di una spiritualità che si pone in contrapposizione con la cultura profana – chiosa Scorza Barcellona –: Valentino riesce a ottenere la guarigione di Cheremone laddove i medici hanno fallito; dopo il miracolo e il battesimo, Cheremone non si vuole più separare da Valentino, Procolo Efebo e Apollonio, seguiti poi da una moltitudine di altri studiosi, lo seguono, abbandonando le umane lettere".
Alcuni recenti studi hanno riaperto il dibattito sulla quaestio di san Valentino, minandone addirittura alcuni punti fermi, sia dal punto di vista cronologico che agiografico, arrivando a concludere che costui fosse veramente vissuto a Terni trovando la morte a Roma, ma non a causa delle persecuzioni e tanto meno per decapitazione – come invece vorrebbe la traditio supportata anche da un filone della rappresentazione figurativa moderna – ma per colpa dei frequenti conflitti tra cristiani e pagani. La Vita Santi Valentini ebbe il merito di sigillare la fama sanctitatis del personaggio ternano permettendone la regolamentazione del culto e la diffusione dell'immagine di vescovo e martire, specialmente in ambito benedettino.
Dal punto di vista storico questo testo non ha alcun valore in quanto non menziona alcun riferimento circa l'epoca in cui si svolge lasciando aperto un capitolo fondamentale per la veridicità del personaggio. Visto che il dibattito è ancora aperto – e sarà sicuramente ricco di ulteriori rivelazioni – si può cautelativamente sintetizzare la questione affermando con Scorza Barcellona ciò che dicono i documenti in nostro possesso e cioè che "Valentino di Roma fu un martire venerato in quella cittàgià prima della metà del IV secolo, quando sul suo sepolcro fu eretta da papa Giulio I una basilica cimiteriale. La sua identità si confuse con quella di un omonimo santo, Valentino di Terni, il cui culto fu documentato per la città umbra alla metà del secolo V ivi venerata fino a giungere alla città di origine. (…) Nella storia del culto dei santi, Valentino di Terni – vescovo e taumaturgo secondo la sua Passione, anch'essa di nessun valore storico – ha avuto una fortuna preponderante sull'omonimo martire romano, tanto più per quella tradizione, già documentata tra Medioevo ed Età moderna, che ne ha fatto il patrono degli innamorati", anche se un ruolo fondamentale lo hanno avuto gli scriptoria monastici, che ne diffusero il modello agiografico all'interno delle abbazie.
Questo testo sarebbe servito da lectioper l'Ufficio del 14 febbraio; ne è una conferma il calendario liturgico e zodiacale, dipinto nella chiesa di San Pellegrino a Bominaco in Abruzzo, riferibile alla prima metà del XIII secolo dove al 14 febbraio si fa memoria di "Sanctus Valentinus episcopus et martyr" modello perfetto della condotta spirituale di un buon abate. E il fatto che il Valentino di Terni venga descritto come un vescovo lo si potrebbe dedurre considerando che, all'epoca della stesura della Vita, la diocesi di Terni era amministrata dal presule di Narni. Il monastero valentiniano con le pertinenze limitrofe potrebbe allora aver goduto per un certo periodo dell'abate mitrato, preposto cioè ad un'abbazia nullius dioecesis, capace di governare il territorio sottratto alla giurisdizione episcopale; pertanto, l'icona agiografica di san Valentino divenne quella del pastore e guida di coloro per cui è stato chiamato, così come fa l'abate nei confronti dei suoi monaci.
È quindi merito dei benedettini se l'icona di san Valentino scavalcò i confini d'Italia penetrando nell'Europa centrale ed in particolare in Germania, dove il culto si fuse con quello per un altro santo omonimo patrono della diocesi di Passau, vescovo della Rezia (Lorch), documentato nel VI secolo, festeggiato il 7 gennaio, anch'egli invocato contro l'epilessia (caratteristica apportatagli dal Valentino romano/ternano) e come protettore degli animali domestici (soprattutto nel Sud-Tirolo). Una considerazione a parte merita però il san Valentino venerato a Viterbo il 3 novembre, anch'egli presbitero e martire, da molti erroneamente identificato con il santo ternano. Si tratta di un personaggio documentato da una Passione dell'VIII secolo che narra le gesta taumaturgiche dello stesso associate a quelle del diacono Ilario, che gli procurarono la denuncia e il martirio sotto l'imperatore Diocleziano (284-305) in un luogo denominato Camillarius. Il culto di questo Santo si sparse soprattutto nella Tuscia fomentato dai monaci dell'abbazia di Farfa, che assunsero per secoli la custodia delle reliquie nella propria chiesa.
* Testo tratto da GIUSEPPE CASSIO, “San Valentino”, Velar-Elledici.