giovedì 6 febbraio 2014

Come cambia la missione




Il cardinale Filoni a conclusione del corso per i vescovi brasiliani a cinquant’anni dal concilio Vaticano II. 

Si conclude venerdì 7 febbraio, a Rio de Janeiro, il corso per vescovi sul tema «A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II”. Si è trattato di un’occasione per riflettere su diversi argomenti che, seppure ancorati all’avvenimento conciliare, rivestono tuttora un’importanza fondamentale proprio alla luce delle nuove sfide che il mondo globalizzato pone a diverse istanze della Chiesa cattolica. 
Ne sono una conferma gli interventi svolti in queste giornate di lavoro dai cardinali Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, e João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, e dagli arcivescovi di São Sebastião do Rio de Janeiro, João Tempesta Orani, e di Taranto, Filippo Santoro, e dal vescovo di Garanhuns, Fernando José Monteiro Guimarães. 
Un tema di particolare interesse per l’attualità che riveste è quello della missio ad gentes, riletta alla luce di quella nuova evangelizzazione della quale si avverte sempre più l’urgenza. Il cardinale Filoni, in particolare, ha centrato i suoi tre interventi ai lavori sulla necessità di ripensare alla missio ad gentes in un mondo che in questi cinquant’anni trascorsi dal Vaticano II si è notevolmente trasformato. 
Sottolineata, nel primo intervento, la necessità di insistere sulla formazione dei nuovi missionari secondo le rinnovate esigenze, il porporato ha insistito, nella seconda relazione, sulla necessità anche di riscoprire nuove forme di partecipazione alla missio ad gentes, non solo riguardo ai missionari ma anche, e forse soprattutto, riguardo alle Chiese locali. Il cardinale ha poi inquadrato le nuove esigenze nella visione ecclesiologica di Papa Francesco, nella quale si coglie chiaramente il suggerimento di distinguere la prospettiva dell’evangelizzazione guardando ai soggetti ai quali ci si rivolge. «Sebbene le attuali realtà socio-pastorali — ha detto — non rendano sempre ben definibili i confini, tuttavia l’identificazione del destinatario del messaggio è fondamentale; infatti, dice il Pontefice, “l’impegno evangelizzatore si muove tra i limiti del linguaggio e delle circostanze”, giacché “non potremo mai rendere gli insegnamenti della Chiesa qualcosa di facilmente comprensibile e felicemente apprezzato da tutti”». Del resto Papa Francesco ritiene la prospettiva missionaria «un’esigenza inderogabile, che non corrisponde all’“autopreservazione”, ma a “una scelta capace di trasformare ogni cosa” a ogni livello istituzionale, di piccole comunità, di movimenti e di altre forme di associazione». Egli anzi afferma che «ogni Chiesa particolare, porzione della Chiesa Cattolica, sotto la guida del suo Vescovo, è chiamata alla conversione missionaria». 
La missio ad gentes, ha poi precisato il cardinale prefetto, corrisponde proprio all’evangelizzazione in mezzo ad altre tradizioni religiose, o meglio, all’annuncio missionario del Vangelo nella prospettiva di fondare la «Chiesa — come si legge nel documento conciliare Ad gentes — in mezzo ai popoli e ai gruppi che non credono in Cristo» e di sviluppare «Chiese indigene particolari». 
Durante il Vaticano II la diffusione del Vangelo nel mondo era quasi del tutto assicurata da missionari dei Paesi di antica tradizione cristiana. La presenza di vescovi autoctoni, per esempio, in Africa, Asia e Oceania era sparuta. All’apertura del concilio, ha ricordato il porporato, c’erano circa 600 vescovi dei territori di missione su 2.540 padri conciliari. Fra i 160 padri eletti nelle varie commissioni del Vaticano II, solo 16 erano quelli che lavoravano in territori dipendenti dalla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, complessivamente 751 circoscrizioni ecclesiastiche così ripartite: 257 in Africa, 81 in America, 334 in Asia, 19 in Europa, 60 in Oceania.
«Oggi — ha spiegato il cardinale — le Chiese missionarie dipendenti dalla Congregazione sono 1.110: 506 in Africa, 80 in America, 478 in Asia, 46 in Oceania provviste quasi del tutto di personale autoctono: vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e catechisti. I cattolici sono in costante crescita, mentre è fortemente diminuito il personale missionario che una volta proveniva da Europa e America del nord. L’opera missionaria proveniente dai Paesi occidentali aveva in effetti beneficiato dell’ultima grande ondata di vocazioni degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, ossia quella a cavallo tra l’epoca pre-conciliare e quella immediatamente post-conciliare». Ma alla vistosa diminuzione del personale missionario di origine occidentale faceva allora riscontro la già considerevole crescita di seminari, di istituti religiosi autoctoni e delle prime vocazioni missionarie provenienti da Messico e Sud America, dove non pochi istituti missionari storici, intuendo la crisi avviatasi in Europa e in America del nord, avevano aperto proprie case unitamente a Paesi come le Filippine e l’India (Kerala). «Oggi — ha informato ancora il prefetto — nei territori dipendenti dalla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli vi sono 96 istituti universitari aggregati o affiliati alla Pontificia Università Urbaniana; 364 seminari maggiori (con 21.825 seminaristi); 406 seminari minori, (con 4.184 seminaristi propedeutici e 47.143 minori); 1.882 novizi; 4.139 novizie»
Il porporato è poi passato all’esame dei fattori che hanno portato a una lenta ma profonda trasformazione della missio ad gentes in questi cinquant’anni: perdita di slancio missionario nelle vocazioni; aumento della solidarietà ecclesiale verso i Paesi missionari e in via di sviluppo; attività del laicato cattolico missionario e sviluppo della cooperazione con le organizzazioni non governative e le onlus. Tra le altre numerose sollecitazioni offerte dal cardinale, di estrema attualità le problematiche legate a quello che ha definito il «fenomeno migratorio intra-ecclesiale», cioè lo spostamento dei sacerdoti da un Paese all’altro, anche quando non ci siano oggettive necessità. Il prefetto ha parlato del rischio «che sacerdoti, religiosi e religiose a volte siano maggiormente attratti da prospettive economiche migliori per sé e per le proprie famiglie, più che da un vero e genuino senso pastorale ed ecclesiale». E ha richiamato l’attenzione dei vescovi, raccomandando che, tra le diocesi a quo e quelle ad quem vi sia sempre un’intesa chiara: è importante, insomma, contare sulla «capacità di discernere nel concedere permessi a chi domanda di migrare». 
Infine il cardinale ha fatto riferimento alla preoccupazione di Papa Francesco per le Chiese di antica formazione, che «devono fare i conti — ha notato — con una vistosa perdita di fede delle proprie popolazioni, con la presenza aggressiva di numerose sette e con l’espansione dell’islam, del buddismo e dell’induismo a seguito dello spostamento di milioni di migranti, o per lavoro, o per conflittualità politica, militare e religiosa, o per il fenomeno della mobilità turistica. Quelle Chiese che una volta erano dunque caratterizzate da omogeneità religiosa e culturale, ora stanno diventando, o sono già diventate, multiculturali e multireligiose». Di fronte a simili situazioni, non a caso il Pontefice esorta a «non lasciarsi rubare la forza missionaria» e a «non lasciarsi andare a un pessimismo sterile» che sa di sconfitta. Ecco allora riproporsi tutta la forza della missio ad gentes, soprattutto laddove la Chiesa, ha concluso il cardinale, era storicamente marcata dalla presenza cristiana non cattolica accanto a quella cattolica.
L'Osservatore Romano