Una vocazione cristiana.
(Ugo Sartorio) Sempre più spesso il termine povertà risuona nella Chiesa, esprimendo un dato di realtà ma anche il desiderio di veder crescere nei cristiani la tensione verso un valore evangelico spesso frainteso e perciò guardato con diffidenza. Sappiamo che la sua pratica è imprescindibile per ogni parabola di vita che voglia qualificarsi come autentica sequela di Cristo, poiché si tratta di un’esigenza radicata nel battesimo e quindi connessa alla vocazione cristiana stessa. Da parte loro i consacrati, che vivono la povertà come espressione carismatica della «povertà evangelica» — la quale, lo ripetiamo, è per tutti — dovrebbero anche sentirsi stimolati a ripensarla e a risignificarla, innanzitutto vivendola con piena coerenza. «La consacrazione religiosa — scrive Pierangelo Sequeri — deve esibire la prova del fatto che i doni della creazione e dell’incarnazione possono essere realmente riconosciuti come doni di Dio, destinati al bene dell’umano comune. Perciò non hanno alcuna necessità di diventare “ossessioni” del desiderio che ci allontana da Dio; o di essere considerati “divinità” delle quali rendersi schiavi, con l’illusione di esserne padroni. La vita consacrata sacrifica il desiderio — anche buono — per togliere ogni alibi al desiderio cattivo. Mette in regime di deroga persino il comandamento della creazione sull’uomo e sulla donna, sulla signoria del creato e dei suoi beni, per strangolare sul nascere il dispotismo del peccato che ora se ne serve». Il fatto poi che Papa Francesco parli con naturalezza di povertà, richiede che proprio i consacrati facciano opera di mediazione tra un concetto antico e sempre nuovo e il popolo cristiano il quale, oggi soprattutto, percepisce la povertà come uno spettro e non immediatamente nella sua declinazione evangelica.
Non possiamo negare, inoltre, che «la sfida della povertà è fondamentale per il rinnovamento della vita religiosa», come ha recentemente affermato il teologo domenicano, ex preposito generale, padre Timothy Radcliffe. Soprattutto in un tempo di crisi economica, il rapporto con i beni va disambiguizzato e nuovamente evangelizzato, perché sia annunciato in pienezza il Vangelo di Gesù Cristo.
La povertà è certamente questione di cuore, di libertà e distacco interiore, ma non meno è questione di coerenza e di onestà intellettuale, nel senso che si ridurrebbe a simulazione oppure a esercizio solo virtuale della povertà ogni atteggiamento che non nascesse da una effettiva percezione del proprio essere poveri, materialmente e spiritualmente. Voler fare i poveri con un cospicuo conto in banca non dice niente di più che oculata amministrazione, quando addirittura non serve a celare forme di accumulo o di avarizia; e al contempo, vantare la precarietà alla quale la povertà espone restando però al sicuro da ogni imprevisto e comunque garantiti, colloca in una situazione di evidente ambiguità.
I ripetuti appelli evangelici alla povertà sono rivolti a ogni cristiano, senza distinzione di categorie, e non possono essere ritenuti appannaggio di una esigua truppa di privilegiati. Il cristianesimo, anche in fatto di povertà, non prevede vertici di perfezione sovrastanti una diffusa mediocrità, quanto piuttosto l’impegno di tutti per tutta la causa del Vangelo, per cui esiste una dimensione universale della chiamata alla povertà — variabile, non più di tanto, della ben conosciuta chiamata universale alla santità — che va riconosciuta e onorata, superando la vecchia posizione che attribuiva ai laici soltanto la cura di una povertà spirituale. Su questo sfondo, la posizione dei consacrati in fatto di povertà non viene per niente sminuita, anzi è illuminata e chiarificata: per essi si tratta di servire al meglio, attraverso una vita centrata unicamente su quel Vangelo che dichiara i poveri beati, la “chiamata universale alla povertà” che è propria di ogni cristiano, sperimentando nella via della povertà e della condivisione dei beni strade nuove e nuovi stili di vita.
Il vissuto di povertà va sempre ricentrato su Cristo, commisurato a lui, ridefinito a partire dalla lettura profonda della sua vicenda terrena, anche per non scivolare in forme, del tutto estranee al Vangelo, di pauperismo esteriore o di gnosticismo disincarnato. Radicalità non fa rima con fondamentalismo, per cui certi virtuosismi dell’ascetismo cristiano che tendono a maggiorare il rigore senza tenere in conto la carità e il bene dei fratelli, sono da evitare. Così come il lassismo che tutto permette in nome di un’interiorità già rappacificata con i beni terreni e il loro uso, naturalmente distaccato. «La povertà di Gesù — puntualizza suor Silvia Recchi, esperta di diritto e di vita consacrata — non consiste semplicisticamente nell’assenza di proprietà, ma nell’adesione del suo progetto a quello del Padre, della sua volontà a quella del Padre, del suo desiderio a quello del Padre. Gesù non è il Povero per eccellenza perché non ha niente, ma perché nella pienezza della ricchezza posseduta come figlio unigenito ha donato agli uomini tutto quello che aveva: il suo tempo, la sua parola, la sua pace, il suo sangue, la sua divinità, il Padre». In questo dinamismo di povertà che tutto accoglie dal Padre, che in tutto si fa dono agli uomini e che tutto al Padre restituisce, si autentica la sequela cristiana e religiosa.