P. Federico Lombardi: “Il servizio della Sala Stampa della Santa Sede”. Intervento del portavoce della Santa Sede in occasione del Premio speciale dell'Episcopato spagnolo
NdR. La Commissione episcopale spagnola per i mass-media ha assegnato il "Premio Bravo" 2014 a padre F. Lombardi e anche ad altre personalità e testate. Il Premio fu istituito il 13 ottobre 2013.
Sommario dell'allocuzione di p. Lombardi al momento di ricevere a Madrid, questa mattina, il Premio.
1. La Sala Stampa perché e che cosa
2. “Comunicazione vaticana”
3. I banchi di prova della crescita nella trasparenza
4. Governo e comunicazione
5. Comunicare al mondo
6. Atteggiamenti e qualità del “Portavoce”
Quando ho chiesto quale era il tema previsto per il mio intervento nel vostro Convegno ho ricevuto la risposta “La Portavocia en el Vaticano”. Io mi sono sentito un poco a disagio e preferisco cambiare il titolo in un altro: “Il servizio della Sala Stampa della Santa Sede”. Mi rendo perfettamente conto che è meno diretto e contundente, ma mi aiuta meglio a spiegare che il mio discorso è abbastanza articolato e complesso, perché non è facile descrivere sinteticamente le funzioni del servizio mio e dei miei collaboratori. Un servizio verso cui sono rivolte attese diverse e che si sviluppa in rapporto con numerose persone e istituzioni diverse.
Sommario dell'allocuzione di p. Lombardi al momento di ricevere a Madrid, questa mattina, il Premio.
1. La Sala Stampa perché e che cosa
2. “Comunicazione vaticana”
3. I banchi di prova della crescita nella trasparenza
4. Governo e comunicazione
5. Comunicare al mondo
6. Atteggiamenti e qualità del “Portavoce”
Quando ho chiesto quale era il tema previsto per il mio intervento nel vostro Convegno ho ricevuto la risposta “La Portavocia en el Vaticano”. Io mi sono sentito un poco a disagio e preferisco cambiare il titolo in un altro: “Il servizio della Sala Stampa della Santa Sede”. Mi rendo perfettamente conto che è meno diretto e contundente, ma mi aiuta meglio a spiegare che il mio discorso è abbastanza articolato e complesso, perché non è facile descrivere sinteticamente le funzioni del servizio mio e dei miei collaboratori. Un servizio verso cui sono rivolte attese diverse e che si sviluppa in rapporto con numerose persone e istituzioni diverse.
Anzitutto, grazie per avermi invitato a parlare su questo tema, perché ciò dà anche a me una occasione di riflessione sul nostro servizio e sulla sua evoluzione alla luce delle situazioni che cambiano e delle esperienze che si compiono. In questa conversazione cercherò infatti di raccogliere alcune considerazioni che finora avevo fatto “fra me” in modo occasionale, ma non avevo avuto occasione di esporre in pubblico in modo un poco più coordinato.
1. La Sala Stampa perché e che cosa
Anzitutto credo che sia utile ricordare molto brevemente che la Sala Stampa della Santa Sede nasce negli anni del Concilio e in quelli immediatamente seguenti per rispondere a una necessità che si è manifestata nei fatti: il crescente interesse dell’opinione pubblica e del mondo delle comunicazioni per la Chiesa cattolica, che vive un periodo di rinnovamento non solo al suo interno, ma nel suo rapporto con il mondo, con il nostro tempo.
Si tratta dunque di rispondere alle attese dei comunicatori, di entrare in dialogo con loro in modo che possano essere informati e aiutati a capire il significato degli eventi, dei dibattiti, dei documenti conciliari. Chi rilegge le testimonianze dei giornalisti che seguono il Concilio a quell’epoca si rende conto che non è stato facile e pacifico trovare la strada del rapporto costruttivo e fecondo fra la stampa – anche cattolica – e gli organismi ecclesiastici, che non erano abituati a questo rapporto. La grande questione della riservatezza sui lavori conciliari o su certi documenti è oggetto di un dibattito che dura anni e passa attraverso fasi diverse.
In ogni caso, il Concilio stesso esprime la consapevolezza della necessità di questo rapporto, di questo dialogo e ci si rende conto che senza il servizio delle comunicazioni sociali lo stesso evento del Concilio non avrebbe coinvolto così ampiamente sia la Chiesa universale, sia le altre comunità religiose, sia l’umanità del nostro tempo.
Prende forma così la Sala Stampa della Santa Sede, come luogo di incontro e di servizio. Io amo dire come porta aperta per un dialogo che prende le mosse dalle due direzioni: dall’esterno verso la Santa Sede, per interrogare e anche per esprimere opinioni e giudizi; dalla Santa Sede verso gli operatori delle comunicazioni sociali e tramite loro verso un pubblico più vasto, per informare, spiegare, rispondere.
Data l’importanza crescente delle comunicazioni nel mondo moderno, si tratta di un punto di importanza cruciale per il rapporto fra la Santa Sede e la Chiesa universale e fra la Santa Sede e la società odierna in tutte le sue dimensioni e culture.
Oggi gli accreditati permanenti sono circa 400 per la stampa e 200 per gli audiovisivi (fotografi e cameramen), che diventano molti di più nei grandi eventi (fino a 6000 per i passaggi di pontificato).
Poiché la Sala Stampa si concepisce come un servizio, una porta aperta, accoglie tutti coloro che chiedono, quindi vi è una gamma vastissima di atteggiamenti e posizioni verso il Vaticano e la Chiesa. Io mi rendo conto che si va da un’ala costituita da chi è molto competente e anche positivamente orientato verso la Chiesa, predisposto quindi a capire in modo positivo i messaggi, a una larga fascia di persone obiettive e desiderose di fare un buon lavoro informativo, ma più distaccate, oppure indifferenti oppure critiche ma capaci di obiettività, a un’altra ala estrema di persone negativamente orientate verso la Chiesa, a volte condizionate da pregiudizi radicati o da prospettive del tutto estranee alla stessa esistenza di valori e motivazioni religiose e spirituali positive.
Di fronte a questa situazione, io penso che noi dobbiamo fare un servizio obiettivo e uguale per tutti, senza dimostrare preferenze per gli uni o per gli altri. Noi offriamo a tutti le stesse possibilità di informare bene, di capire i contenuti e le intenzioni che animano il Papa, i suoi collaboratori e la Chiesa. I giornalisti hanno la loro responsabilità e libertà nell’uso e nell’interpretazione delle informazioni e noi la dobbiamo rispettare. Generalmente sono molto sensibili al fatto se favoriamo uno o l’altro, e questo non viene apprezzato, anzi è fonte di forte risentimento. Naturalmente questo non vuol dire che non possiamo aiutare i giornalisti più seri e rispettosi ad approfondire maggiormente certi argomenti, o ad accedere a interviste con personalità. Questo è evidente. Ma l’offerta di informazione di base deve essere comune e la disponibilità a servire deve essere aperta a tutti senza discriminazioni a priori. E chi riceve il nostro servizio deve essere sicuro che noi rispettiamo la sua responsabilità e non cerchiamo di manipolarlo perché dica quello che abbiamo in testa noi.
2. “Comunicazione vaticana”
Voglio anche aggiungere una osservazione a proposito del ruolo della Sala Stampa nel complesso della cosiddetta “comunicazione vaticana”. Perché “comunicazione vaticana” è una espressione molto ambigua, che spesso si presta a malintesi e nel corso degli anni molte volte si è criticata la Sala Stampa per la presunta incapacità di “gestire la comunicazione vaticana”.
Si parla a volte di “comunicazione vaticana” e con ciò si intende tutto quello che “esce dal Vaticano”. Ora, dal Vaticano esce un fiume di informazioni, commenti, documenti, di moltissimi argomenti diversi, di livelli di autorevolezza completamente diversi – dal più alto al più basso, dal più sicuro al più inattendibile, dal più importante al più futile, dal più saggio al meno opportuno, dal vero al falso…
Il fatto che vi siano giornalisti – soprattutto italiani - che si occupano a tempo praticamente pieno di cose vaticane, fa sì che buona parte di questo flusso venga intenzionalmente alimentato e riversato rapidamente nella rete, spesso con l’intenzione di attirare curiosità più che con l’attenzione critica a scegliere le cose importanti da quelle insignificanti.
A volte poi, quando si parla di “comunicazione vaticana” si intende in realtà quello che viene detto o scritto “sul Vaticano”, e che è già frutto dell’attività giornalistica, che a volte sceglie singole parole o espressioni parziali, interpreta a modo proprio, ingigantisce particolari, “spara” titoli di effetto, quando non inventa addirittura un fatto o dà eco a fonti inattendibili, ecc. In questi casi il lavoro informativo serio si mescola quindi a notizie a volte intenzionalmente fuorvianti.
In questo complesso assai ampio e vario di cosiddetta “comunicazione vaticana” che cosa può e deve fare la Sala Stampa?
Io credo di dover essere molto realista e concreto.
Anzitutto, la Sala Stampa non può e non deve essere la unica fonte di comunicazione vaticana. E’ normale e giusto che vi siano altre voci autorevoli di ecclesiastici e che i giornalisti possano rivolgersi a loro e che loro parlino liberamente. E’ normale un pluralismo di voci e di fonti, in base a cui i giornalisti seri svolgono approfondimenti utilissimi. Io sono contrario a uno spirito di centralismo e di controllo eccessivo o ossessivo. Preferisco contare sulla responsabilità di chi parla e di chi ascolta e trasmette. Naturalmente sono a disposizione per dare consigli a chi me li chiede (come fanno diversi cardinali o altre personalità) sulla attendibilità o la importanza delle richieste di interviste che ricevono, ecc.
La Sala Stampa deve essere un punto di riferimento sicuro nel flusso della comunicazione vaticana. La nostra ambizione è che ciò che noi diciamo sia attendibile e sicuro. Che quando abbiamo parlato su un argomento, quello che abbiamo detto è più sicuro di quello che dicono altri. E’ evidente che noi non possiamo rispondere su tutto e immediatamente. Per questo generalmente siamo prudenti e prendiamo il tempo necessario prima di rispondere alle domande. Ma deve essere chiaro che quello che abbiamo detto è affidabile. Per questo se ci rendiamo conto che abbiamo fatto un errore, cerchiamo di riconoscerlo nel più breve tempo possibile.
Naturalmente, questo riguarda non solo l’informazione ufficiale – testi, documenti, comunicati, ecc. – che costitutisce la base del lavoro quotidiano della Sala Stampa come di ogni ufficio di comunicazione, ma riguarda in particolare le situazioni in cui vediamo che si creano degli equivoci su dei punti importanti, a motivo di indiscrezioni o di informazioni inattendibili. Allora ci preoccupiamo di chiarirli, in rapporto con le fonti sicure da cui dipendiamo, che sono anzitutto quelle della Segreteria di Stato, da cui la Sala Stampa dipende per statuto.
In questo senso, il ruolo attivo e vigile della Sala Stampa è probabilmente cresciuto nel tempo e questo ha richiesto lo sviluppo di un’importante attività di monitoraggio della rete, che va aldilà della più abituale e tradizionale attività di “rassegna stampa”, che continua ad essere necessaria, ma ha dovuto essere integrata.
Questa necessità di essere all’altezza della sfida odierna della comunicazione nella rete, della rapidità e della molteplicità delle vie attraverso cui le notizie si diffondono oggi nella rete globale, creando “onde d’urto” e situazioni di crisi comunicativa, è stata messa in rilievo negli anni recenti da alcuni ben noti eventi nel corso del pontificato di Benedetto XVI, come le reazioni al discorso di Ratisbona, alla fine della scomunica per i vescovi lefebvriani e soprattutto per il vescovo Williamson, e ad alcune parole del Papa sull’uso del condom in occasione di un viaggio in Africa.
Vivere con la rete e nella rete richiede effettivamente sviluppare dei “sensori” che aiutino a percepire il sorgere e il crescere di movimenti informativi su temi e problemi a cui sarà bene dare adeguate risposte in tempi a volte brevi o brevissimi, a volte più ampi a seconda delle circostanze; ma bisogna in ogni caso cercare di evitare di essere colti impreparati da domande importanti o da vere emergenze. In questa direzione dobbiamo continuamente crescere ed imparare.
3. I banchi di prova della crescita nella trasparenza
Ma aldilà dell’apprendimento dei tempi e dei modi adatti per reagire al rapido cambiamento delle dinamiche della comunicazione dovute ai progressi della tecnologia, vi è un altro processo più profondo e sostanziale in cui la Sala Stampa si è sentita coinvolta negli anni recenti, ed è quello delle attese di “trasparenza”, che caratterizzano la cultura di oggi, soprattutto in alcune parti del mondo, in misura sempre maggiore su eventi, norme, procedure in alcuni campi di grandissimo rilievo per la comunicazione internazionale e l’opinione pubblica. Mi riferisco anzitutto alle questioni che riguardano gli abusi sessuali e la legalità nell’attività economica e finanziaria. Si è trattato di un duro banco di prova per la Chiesa, che è costato e continua a costare difficoltà e sofferenze, e che ha visto le istituzioni mediatiche e fra esse in particolare la Sala Stampa in prima linea.
Per quanto riguarda la vicenda degli abusi sessuali su minori da parte di membri del clero o nell’ambito e nelle istituzioni della Chiesa è chiaro che la pressione mediatica è stata una componente importante della spinta verso una profonda revisione degli atteggiamenti comunicativi sui problemi degli abusi, sulla loro gravità, sulla revisione delle norme in materia, sui procedimenti in corso, e infine sulle iniziative di risposta e prevenzione.
La pressione mediatica è stata sperimentata molto concretamente nella Sala Stampa, con richiesta frequente di risposte; e nella stessa Sala Stampa ci si è impegnati molto per un’informazione corretta e obiettiva, per dare ragione delle prese di posizione del Papa, delle linee di azione e delle normative della Congregazione della Dottrina della Fede, per mettersi in rapporto collaborativo con gli Uffici di comunicazione delle Conferenze episcopali coinvolte in questa problematica, fino alla collaborazione attiva nell’organizzazione di un Convegno per i rappresentanti delle diverse conferenze episcopali all’Università Gregoriana nel febbraio 2012, in modo da passare risolutamente dall’atteggiamento di sola difesa a quello della cultura attiva della prevenzione.
Un secondo campo in cui le esigenze di trasparenza sono cresciute e su cui pure si misura spesso la credibilità della Chiesa, è quello dell’amministrazione e dell’attività economica. Anche su questo fronte la Sala Stampa si è sentita impegnata, in particolare nel seguire e dar conto dell’inserimento delle amministrazioni facenti capo alla Santa Sede e alla Città del Vaticano nel sistema dei controlli internazionali. Tutto ciò, insomma, che ha preceduto e accompagnato le valutazioni e i Rapporti di Moneyval (l’organismo competente in materia presso il Consiglio d’Europa) pubblicati negli ultimi due anni. Ma si è manifestata anche la necessità di una conoscenza più obiettiva della realtà dello IOR e – in quanto possibile – dei bilanci della Santa Sede, dello Stato del Vaticano, e di altri aspetti delle varie realtà amministrative. La visita di una quarantina di giornalisti allo IOR nel giugno del 2012 aveva voluto essere un primo segnale in questa direzione, a cui poi è seguita in quest’ultimo anno una sistematica politica di trasparenza da parte della nuova dirigenza dello IOR, guidata dal Presidente von Freyberg, che ha avviato la pubblicazione del rapporto annuale sul Sito dell’Istituto, ha dato una serie di interviste e informazioni che stanno superando coraggiosamente l’atmosfera di chiusura, segretezza e sospetto che circondava l’Istituto. Qui è importante osservare che la Sala Stampa non gestisce in prima persona questa attività comunicativa dello IOR, che è affidata ad un’agenzia specializzata, con la quale però ci si mantiene in continuo contatto e coordinamento.
Un altro banco di prova eccezionale della trasparenza comunicativa in argomenti delicati e difficili vissuto dalla Sala Stampa è stata la vicenda del maggiordomo che aveva trafugato documenti riservati dall’appartamento del Papa. A dire il vero non mi sarei mai immaginato di dover gestire la informazione giornalistica di una istruttoria e di un processo penale in Vaticano, comprese le udienze in Tribunale, le sentenze, il periodo di carcerazione del reo, fino – per fortuna – alla conclusione con la grazia concessa dal Papa. L’interesse della stampa internazionale era naturalmente altissimo, per l’eccezionalità della vicenda. Devo dire di aver trovato una ottima collaborazione da parte della Magistratura vaticana nel trovare i criteri adatti per l’accesso dei giornalisti, la pubblicazione delle sentenze, e così via. Collaborazione tanto più essenziale per me in quanto la Segreteria di Stato – che normalmente è la nostra guida – era in questo contesto assolutamente discreta, non volendo intervenire in alcun modo, per evitare ogni minima ombra di interferenza sull’autonomia della Magistratura dello Stato della Città del Vaticano.
Senza entrare qui nella valutazione del procedimento giudiziario e dei suoi esiti, che non è di mia competenza, devo dire con una certa soddisfazione, che praticamente nessun organo di informazione poté lamentare che la vicenda giudiziaria processuale non fosse stata seguita in modo trasparente dal punto di vista informativo.
Non vi è chi non veda quanto sia difficile e complesso questo cammino, sia per la delicatezza della materia trattata, sia per la frequenza delle interpretazioni negative, che generano naturalmente e continuamente reazioni di difesa nelle istituzioni interessate. Personalmente ritengo che sia però una via obbligata, da continuare a percorrere con gradualità e coraggio per il bene della credibilità della Santa Sede e della Chiesa. Naturalmente ciò non dipende dalla Sala Stampa se non in misura molto parziale, ma certo non può avvenire adeguatamente senza la sua collaborazione.
Insomma, la Sala Stampa è un luogo cruciale in cui da una parte si sperimenta concretamente – e direi esistenzialmente – il crescere della domanda di trasparenza, che è domanda generale nel mondo di oggi, ma anche rivolta specificamente alla Chiesa e alle istituzioni vaticane. Quindi la Sala Stampa è anche un luogo in cui si sperimenta la capacità o incapacità delle istituzioni vaticane di crescere in questa direzione. E’ chiaro che l’impulso dato dal Papa Francesco in questa direzione è molto potente, aiuta a superare resistenze e permette di godere di un clima generale più favorevole nell’opinione pubblica che consente di affrontare con più slancio le difficoltà.
4. Governo e comunicazione
La Sala Stampa svolge un servizio secondo le indicazioni delle autorità responsabili del Governo della Chiesa, cioè il Papa e i suoi collaboratori, in particolare la Segreteria di Stato. L’esperienza dice che questo comporta una certa continuità di funzioni e di servizi, ma anche una certa flessibilità di adattamento al mutare delle situazioni, al mutare di quelle che io amo chiamare le diverse “costellazioni di governo”, composte da persone con prospettive e stili diversi quanto alla comunicazione. La Sala Stampa deve cioè collocarsi e ricollocarsi continuamente con una certa elasticità nell’insieme delle relazioni fra e con le persone che sono i suoi punti di riferimento.
Altro è, ad esempio, la costellazione: “Papa Wojtyla, Mons. Dziwisz (Segretario particolare), card. Casaroli o Sodano (Segretari di Stato), mons. Martinez o Re (Sostituti), Navarro-Valls (Direttore Sala Stampa)”; altro è la costellazione: “Papa Ratzinger, Mons. Gaenswein (Segretario particolare), card. Bertone (Segretario di Stato), mons. Filoni o Becciu (Sostituti), Lombardi (Direttore Sala Stampa)”; altro ancora, vi assicuro molto, molto diversa: “Papa Francesco, Mons. Xuereb (Segretario particolare), mons. Parolin (Segretario di Stato), Mons. Becciu (Sostituto), Lombardi (Direttore Sala Stampa)”.
E’ evidente che la relazione con il Papa Francesco è molto diversa da quella con i Papi precedenti, non solo per il grande impatto delle sue parole e azioni sulla opinione pubblica, ma anche nel senso che egli si muove con molta maggiore libertà rispetto agli organismi della Curia, nell’organizzazione della sua agenda, dei suoi incontri, nel modo di esprimersi. Tutto questo si riflette naturalmente anche sul servizio della Sala Stampa. Inoltre egli ha una sua dimensione intensa di rapporti personali per via epistolare o telefonica di cui si hanno non raramente degli echi esterni. La Sala Stampa ha dovuto imparare come rapportarsi a queste dimensioni dell’attività del Papa, rispettandone la natura più personale e intervenendo solo quando vi fossero risvolti pubblici su cui dare conto.
Inoltre, in termini più generali, è importante capire sempre meglio che non c’è da una parte il governo e dall’altra la comunicazione, come due mondi estrinseci l’uno all’altro, o come due tappe non integrate e solo successive l’una all’altra; perché le decisioni del governo e la loro formulazione, o i documenti che ne esprimono gli orientamenti, continuano naturalmente nella loro comunicazione; comunicazione che alla fine è in certo senso uno strumento dello stesso governo.
Non si tratta in alcun modo di non riconoscere doverosamente le specifiche e del tutto autonome responsabilità del governo, ma di stabilire e favorire la continuità organica di un processo, che mentre produce e formula le decisioni, guarda già al modo in cui esse possono “passare” per raggiungere i destinatari e più ampiamente l’opinione pubblica nella Chiesa e nella società in generale.
Ora, questo a volte avviene bene, a volte meno. Di conseguenza, a volte la comunicazione può essere ben preparata e buona, a volte meno, a volte si paga il prezzo dell’impreparazione. Non è ora il caso di analizzare qui più dettagliatamente questa problematica, nei suoi diversi aspetti o nelle ragioni di eventuali difficoltà. Basti osservare che bisogna continuamente lavorare per progredire nella direzione della migliore integrazione.
La mia esperienza è di un’attenzione crescente in questa direzione da parte della Segreteria di Stato, ad esempio con incontri settimanali regolari fra officiali della Segreteria di Stato e responsabili della comunicazione, o con la nomina di un “advisor” per la comunicazione – il Dr Greg Burke, giornalista americano - che lavora quotidianamente all’interno della Segreteria di Stato, in modo da avere lì stesso un elemento attivo del processo integrato decisione-comunicazione, che facilita e intensifica il rapporto con la Sala Stampa e le altre istituzioni comunicative e segue da vicino la preparazione di alcuni dossier di particolare importanza che saranno a tempo debito oggetto di comunicazioni di rilievo dottrinale o amministrativo.
5. Comunicare al mondo
Nella storia della Sala Stampa vaticana vi sono momenti straordinari, in cui l’attenzione del mondo si rivolge verso Roma e la Sala Stampa viene ad assumere un ruolo assai importante. Nello scorso anno abbiamo vissuto uno di questi momenti e credo che sia giusto ricordarlo, per mettere in luce alcune lezioni che ne ho appreso, partendo da quell’indimenticabile 11 febbraio, il giorno del Concistoro con l’inaspettata rinuncia di Benedetto XVI. Era giorno festivo in Vaticano con orario e personale ridotto in Sala Stampa e solo un paio di giornalisti presenti. Chiamai subito in servizio le persone necessarie per una tempestiva pubblicazione di un Bollettino che sarebbe rimasto storico, e mi preparai in tempi ristrettissimi per un briefing che non avrei potuto evitare e al quale nei giorni seguenti ne sarebbero seguiti molti altri.
Devo dire che la triste esperienza di Vatileaks nei mesi precedenti mi aveva in certo modo preparato, nel senso che nei tempi di emergenza informativa vaticana e di moltiplicazione di interrogativi e commenti avevo sperimentato la necessità di un rapporto più continuativo e intenso con i giornalisti per mezzo di briefing quasi quotidiani. Non tanto perché ci fossero molti contenuti nuovi d’informazione da fornire (che spesso erano limitati), quanto perché le risposte alle domande (anche se molte volte ripetute), le rettifiche o smentite di informazioni errate, le spiegazioni, osservazioni e considerazioni sul contesto, ecc. contribuivano ad orientare il flusso delle informazioni, a dare maggiore tranquillità e sicurezza ai colleghi giornalisti, a distinguere ciò che è certo da ciò che è elucubrazione o supposizione non verificata. I briefing frequenti erano insomma un servizio apprezzato e utile. In particolare le televisioni e agenzie televisive ne avevano bisogno assoluto per alimentare con dichiarazioni ufficiali i loro servizi su quella che era diventata la notizia del giorno.
Naturalmente, soprattutto nella prima fase, quella della rinuncia di Papa Benedetto, era particolarmente importante spiegare e rispiegare con pazienza lo spirito e l’intenzione positiva di tale rinuncia, per rispondere con serenità al senso di stupore e disorientamento che si era prodotto in molti.
La facile previsione dell’imminente arrivo di una massa di giornalisti di ogni parte del mondo mi face da subito comprendere di aver bisogno di aiuto per coprire una richiesta vastissima di domande informative e dare un’impostazione di servizio internazionale e multilinguistico al servizio quotidiano della Sala Stampa. Chiesi quindi la collaborazione di due sperimentati comunicatori di lingua rispettivamente spagnola e inglese, che già conoscevo per aver servito come referenti per tali lingue in occasione degli ultimi Sinodi dei vescovi, Mons. José Maria Gil Tamayo e il Padre Tom Rosica, che accettarono prontamente e generosamente e si trasferirono a Roma prima della fine del mese di febbraio. Si formò così quella che fu detta scherzosamente la “Trinità”, che ogni giorno animò i briefing dell’attesa del Conclave e dei primi giorni del nuovo Pontificato. Fu anche per noi tre una bellissima esperienza comune di collaborazione e di servizio.
Devo dire che il successo di questa formula fu assai superiore a quanto mi aspettavo. In origine, la ripresa televisiva in diretta dei briefing era finalizzata soprattutto a renderli disponibili nel Media Center a poche centinaia di metri di distanza, dove lavoravano i giornalisti che non potevano essere contenuti nella Sala Stampa vaticana. Ma in realtà, in un tempo di attenzione spasmodica rivolta verso Roma, la loro trasmissione in diretta venne diffusa integralmente su un numero molto grande di canali televisivi (anche di tv nazionali) e di siti internet, anche in diversi Paesi, dato il multilinguismo dei briefing stessi.
Il mio lavoro durante la mattina era sostanzialmente di raccogliere e unificare le informazioni attinte da molte diverse fonti: ad esempio la Segreteria di Stato, la Prefettura della Casa pontificia (competente per le udienze del Papa), l’Ufficio delle celebrazioni liturgiche, la Gendarmeria (che si occupa della sicurezza e dell’ordine in Vaticano), il Decano del Collegio cardinalizio (responsabile delle riunioni dei cardinali) e il Camerlengo e i loro rispettivi uffici, i Servizi tecnici del Governatorato per i lavori di preparazione logistica, ecc. Poi durante le Congregazioni dei Cardinali dovevo seguirle tutte e vedere quali informazioni ne potevano essere comunicate, ecc.
Vi assicuro che la raccolta delle informazioni utili dalle diverse fonti, organismi e dicasteri vaticani, per ordinarle ed essere in grado di rispondere alle domande più varie, era in quei giorni ma è anche normalmente una delle attività più importanti, continue e impegnative del Direttore della Sala Stampa, ed è naturalmente facilitata dalle buone relazioni e dalla fiducia di cui egli possa godere da parte dei responsabili dei diversi uffici.
Fatto il gran lavoro della raccolta delle informazioni disponibili, ci coordinavamo rapidamente con le altre due persone della Trinità e tenevamo il briefing quotidiano. Dopodiché loro si dedicavano alle interviste e ai contatti con innumerevoli giornalisti delle loro rispettive lingue.
Non va dimenticato che moltissime altre persone competenti, docenti di facoltà ecclesiastiche, comunicatori cattolici, esperti, molti dei quali venuti a Roma proprio in quei giorni, si misero a disposizione con grande intelligenza e prontezza per interviste o commenti in diretta degli eventi, per moltissime radio, televisioni, testate. Penso ai miei colleghi della Radio Vaticana che hanno servito come esperti per i comunicatori delle loro 40 lingue delle più diverse parti del mondo o gli oltre 20 docenti dell’Università della Santa Croce che hanno dato la loro collaborazione in quel tempo, e così via. Insomma il servizio della nostra Trinità nella Sala Stampa era solo un punto di riferimento centrale di una rete molto ampia di comunicatori, mobilitati con passione per servire una comunicazione competente su una fase straordinaria della vita della comunità ecclesiale. Questo è un punto importante: non dobbiamo pensare di essere solo noi a dare la buona informazione nella Chiesa, dobbiamo cercare collaborazione e amicizia di altri comunicatori e favorire la buona intesa con loro. E’ anche grazie a loro che la grande comunità di comunicatori raccolta a Roma fra febbraio e marzo dello scorso anno ha alla fine lasciato la Città Eterna con la sensazione prevalente di aver potuto fare bene il suo lavoro, e con un atteggiamento generalmente più positivo verso la realtà del Vaticano e della Chiesa di quello con cui era arrivata, spesso ossessivamente orientata su temi esageratamente negativi di scandali e tensioni.
Più volte con Mons. Gil Tamayo e Padre Tom Rosica in quei giorni ci siamo detti: “Nei mesi scorsi abbiamo fatto il Sinodo sulla nuova evangelizzazione e abbiamo detto e sentito moltissime belle parole, ma adesso stiamo facendo per davvero la nuova evangelizzazione!”. Effettivamente per oltre un mese abbiamo avuto migliaia di comunicatori con gli occhi e le orecchie aperti sulla Chiesa cattolica, e attraverso di loro centinaia di milioni di persone che hanno visto e ascoltato quello che avveniva e quello che noi dicevamo su ciò che avveniva, le risposte e le spiegazioni che davamo. Una possibilità unica. E quanti rapporti con comunicatori abbiamo potuto stabilire! Quanti hanno potuto cambiare atteggiamento verso la Chiesa! Quanti hanno potuto conoscere meglio il Papa e la Chiesa cattolica! E ora, con lo slancio del nuovo pontificato del Papa Francesco gran parte di questo movimento positivo ha potuto conservare il suo slancio.
6. Atteggiamenti e qualità del “Portavoce”
In conclusione, vorrei lasciarvi alcune considerazioni sugli atteggiamenti e le qualità umane e professionali da coltivare nel nostro servizio. Sono gli atteggiamenti che mi sembrano più caratteristici del nostro lavoro. E’ una piccola testimonianza personale che mi viene dal cuore.
Il “Portavoce” è colui che incarna nella comunicazione pubblica di volta in volta il pensiero, i giudizi e le scelte della comunità della Chiesa. Per questo curare bene la sua presenza nel mondo dei media, il suo atteggiamento amichevole e rasserenante, non è un lusso, ma un dovere, che corrisponde alla missione ecclesiale, dal momento che per molte persone non vi è un contatto diretto con la Chiesa, ma solo quello mediato da ciò che si legge, si vede, si ascolta tramite i media.
Anzitutto non bisogna mai cessare di insistere sull’uso di un linguaggio chiaro, semplice e comprensibile, non troppo astratto e complicato o specialistico. In questo Papa Francesco è un grande maestro. A volte è vero che i contenuti sono complessi e i discorsi devono essere articolati, ma alla fine, se vogliamo che un messaggio “passi” e rimanga nella memoria di chi ci ascolta, dobbiamo essere capaci di indicarne con semplicità e chiarezza il nucleo centrale, se no non possiamo lamentarci se poi ne vengono date delle presentazioni o interpretazioni parziali o fuorvianti. Così, se facciamo la presentazione di un documento, occorre saper dare una sintesi, un comunicato breve, una frase ispiratrice, anche se l’approfondimento rimanderà sempre alla lettura al documento completo.
Poi, bisogna essere sempre veritieri e schietti. Forse è superfluo ricordarlo, ma non credo. Bisogna dire sempre la verità, anche di fronte alle domande difficili. Se no, prima o dopo si cadrà in contraddizione, e ci verrà rinfacciato senza pietà, e il male sarà più grave. La coscienza tranquilla che proviene dal dire sempre la verità è la premessa fondamentale per affrontare serenamente ogni situazione, anche difficile. Questo non vuol dire che bisogna dire sempre tutto: ci possono essere giusti motivi di riservatezza; ma tutto quello che si dice deve essere vero, dobbiamo potercene assumere la responsabilità.
Quando ci vengono poste delle domande che meritano una risposta, bisogna darla e non farla attendere troppo. E’ bene essere rintracciabili e rispondere se si viene cercati per telefono o per e-mail. Questo genera credibilità e fiducia, mentre la latitanza e la reticenza generano sfiducia e sospetto. Anche la tempestività è importante per non far crescere ondate di agitazione, o non lasciar diffondere ampiamente informazioni false o inesatte che poi sono difficili da rettificare.
Naturalmente è importante la qualità e l’autorevolezza delle prese di posizione e degli interventi. Essere disponibili non vuol dire cercare di essere onnipresenti nei media, dando l’impressione di cercare notorietà. I media possono essere infidi: creano volentieri i loro protagonisti e poi li scaricano in breve tempo, oppure li rendono prigionieri del tipo di immagine che hanno creato di loro. Bisogna quindi sapere bene che cosa si vuole comunicare e farlo con misura nei momenti importanti.
Nella comunicazione è soprattutto importante “essere se stessi”. Ognuno ha la sua personalità diversa come comunicatore. Francesco è diverso da Benedetto, che era diverso da Giovanni Paolo II. Ognuno ha un suo stile caratteristico. Anche ognuno di noi ha un suo stile diverso. Ma è importante che si veda che il comunicatore è una persona sincera, che “si mette in gioco” in ciò che dice, capace di trasmettere convinzioni ed emozioni aldilà di un linguaggio freddo e burocratico, “clericale” nel senso negativo del termine. Dobbiamo ricordare che la testimonianza, l’esperienza vissuta sono generalmente messaggi assai più efficaci dei ragionamenti concettuali o di lunghi discorsi.
Ancora una osservazione: se vi sono cose veramente riservate che per buoni motivi non vanno messe in pubblico, non bisogna dirle, al limite neppure agli amici. Nel mondo attuale la riservatezza purtroppo non esiste o non è considerata un valore, e non ci si può lamentare se circolano notizie che noi stessi abbiamo dato. Credo che essere buoni comunicatori comporti anche sapere osservare i limiti della comunicazione, distinguere bene ciò che va comunicato e ciò che non va comunicato.
Un ultimo aspetto che ritengo importante mettere in rilievo è quello della nostra relazione personale con i giornalisti, e della qualità di questa relazione personale. Bisogna tener presente che i nostri colleghi sono persone concrete, con i loro problemi umani e lavorativi, con le indicazioni che ricevono dalla loro dirigenza e che a volte condizionano fortemente la loro libertà. Manifestare attenzione e comprensione per loro, cercare occasioni di incontro anche personale, invitarli a partecipare a momenti comuni (Festa del patrono San Francesco di Sales, Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, inizio o fine dell’anno pastorale…), in certi casi partecipare a momenti cruciali della loro vita, o solidarizzare quando sono impegnati nel seguire eventi importantissimi o drammatici, o ringraziarli per l’attenzione dimostrata in certi eventi importanti per la comunità ecclesiale…Sono tutti modi per creare una possibile maggiore sintonia che facilita la fiducia e la comprensione reciproca.
Cari amici e colleghi, vi ringrazio della vostra pazienza. Spero che alcune delle cose che vi ho raccontato o testimoniato siano utili per la vostra riflessione e il vostro servizio. Continuiamo a sentirci solidali nel nostro lavoro per la Chiesa locale e per la Chiesa universale: è il nostro modo specifico di vivere e di annunciare Evangelii gaudium, la gioia del Vangelo. Grazie.
Il Sismografo