La missione della Chiesa. Martedì 25 febbraio a Roma verrà presentato il libro Povera per i poveri. La missione della chiesa (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, pagine 312, euro 20) di Gerhard Ludwig Müller, che il 22 febbraio sarà creato cardinale. Oltre agli scritti del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (di cui in pagina anticipiamo parte del capitolo introduttivo), il libro ha una prefazione scritta da Papa Francesco (vedi post precedenti) e anche testi di Gustavo Gutiérrez, uno dei padri della teologia della liberazione, e del teologo Josef Sayer.
(Gerhard L. Muller) Ho fatto esperienza molto concreta della Chiesa povera per i poveri in Perú, negli slums di Lima e tra i contadini delle Ande, restando stupito quando, incontrando quelle persone, ho visto e percepito una fede piena di gioia e di vita.
La fede testimoniata apertamente e trasmessa con amore è tra i tesori più grandi di queste popolazioni, pur gravate da enormi preoccupazioni quotidiane per la loro stessa vita: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio» (Luca, 6, 20).
Ma per me la Chiesa povera per i poveri ha anche il volto di Gustavo Gutiérrez. Mi sia permesso, dunque, di spendere qualche parola sull’importanza della mia esperienza in America Latina e sulla mia amicizia con Gutiérrez; e non solo rispetto alla mia comprensione del movimento ecclesiale e teologico noto come teologia della liberazione — così come è da lui definito nei suoi scritti — ma anche per lo sviluppo della mia stessa riflessione teologica, in particolare sul tema dell’amore della Chiesa di Gesù Cristo per i poveri.
Sono passati venticinque anni ormai da quando Josef Sayer — per tanti anni direttore di Misereor — mi invitò, insieme ad altri teologi tedeschi e austriaci, a partecipare a un seminario sulla teologia della liberazione, diretto proprio dal professor Gustavo Gutiérrez e che si svolgeva presso il famoso Istituto Bartolomé de Las Casas di Lima, in Perú.
Era il 1988, da qualche anno ero stato chiamato a ricoprire la cattedra di Teologia dogmatica presso la Ludwig Maximilian Universität di Monaco; e così tanto più avevo approfondito le opere degli esponenti di quella corrente della teologia cattolica, mi erano familiari i grandi documenti ai quali essa si rifaceva — quelli conciliari e post-conciliari, come anche le Dichiarazioni della seconda e della terza Assemblea generale dell’episcopato latinoamericano a Medellín e Puebla.
Ero addentro al dibattito che la teologia della liberazione aveva suscitato e conoscevo anche bene le due Istruzioni della Congregazione per la Dottrina della fede a riguardo: la Libertatis nuntius del 1984 e la Libertatis conscientia del 1986, firmate entrambe dall’allora prefetto, il cardinale Joseph Ratzinger.
Ora, l’incontro personale con Gustavo Gutiérrez si rivelò particolarmente fecondo per me proprio per la piena maturazione di una comprensione di ciò che è teologia che va oltre la sola dimensione, per così dire, passiva e teorica, scientifico-accademica.
Durante quel soggiorno a Lima, passammo insieme qualche tempo anche negli slums alla periferia della città, con gli ultimi degli ultimi, e poi con i campesinos della parrocchia di Diego Irarrázaval, vicino al lago Titicaca; dunque con quelli che i briganti di oggi, uomini accecati dall’avidità e senza pietà, avevano percosso e derubato, sfruttato e calpestato, ridotto in fin di vita e abbandonato sanguinanti ai margini delle strade del mondo; e che avrebbe potuto salvare solo la misericordia di qualcuno che, per amore, si fosse fermato lì, chinandosi su di loro.
Da allora in poi, nelle tante volte che tornai in America Latina e soprattutto in Perú — di solito approfittando dei mesi d’interruzione estiva della attività accademica — la mia partecipazione a corsi teologici o seminari andò sempre mano nella mano con lunghe settimane di servizio pastorale, svolte per lo più nelle regioni andine, soprattutto a Lares, nell’arcidiocesi di Cuzco.
E così, proprio a partire dall’esperienza concreta della vicinanza con gli uomini per i quali era stata da Gutiérrez sviluppata la teologia della liberazione, si imponeva sempre più chiaramente ai miei occhi quello che ne rappresentava il cuore: il suo cuore è l’incontro con Gesù, è seguire Gesù Cristo, il Buon samaritano. Perché Gesù non è l’annunciatore di una mistica staccata da ogni riferimento col mondo o di un ascetismo disincarnato. Nell’insegnamento e nell’agire di Gesù c’è, al contrario, l’unità tra dimensione trascendente e dimensione immanente della salvezza.
Anche la sua morte sulla croce non può in alcun modo essere considerata come religiosità staccata dal mondo, che separa la creazione dalla redenzione. Gesù è invece morto in croce per dimostrare l’amore liberante di Dio che trasforma il mondo. La morte in croce di Gesù ha conferito al mondo e alla storia la caratteristica di un campo nel quale va imponendosi la Nuova creazione, a partire dall’ora e dal qui. Così la salvezza, la liberazione, rispetto alla sua realizzazione storica, non inizia al momento della nostra morte individuale o alla fine della storia dell’umanità nel suo complesso, quando il Buon samaritano ritornerà: quello è piuttosto il momento del compimento di essa, nella contemplazione di Dio, nell’eterna comunione d’amore con Lui: inizia ora e qui, ai bordi della strada.
Da qui alcune acquisizioni della teologia della liberazione, così come esposta da Gustavo Gutiérrez, e che mi sembra opportuno, anche sinteticamente, sottolineare. Se, dunque, per quanto detto, «l’opzione preferenziale per i poveri in ultima istanza è un’opzione per il Regno di Dio che Gesù ci annuncia» — come sottolineò in una conferenza tenuta alla metà degli anni Novanta di fronte, tra gli altri, al cardinale Ratzinger — allora, continuava, «la ragione definitiva dell’impegno con i poveri e gli oppressi non sta nell’analisi sociale che noi utilizziamo, né nell’esperienza diretta che possiamo avere della povertà, o nella nostra compassione umana. Tutti questi sono motivi validi che hanno senza dubbio un ruolo significativo nella vita e nella solidarietà. Tuttavia, in quanto cristiani, questo impegno si basa fondamentalmente sulla fede nel Dio di Gesù Cristo. È un’opzione teocentrica e profetica che affonda le proprie radici nella gratuità dell’amore di Dio ed è richiesta da essa».
Gesù Cristo è morto affinché l’uomo sperimenti Dio, come salvezza e vita, in tutti gli ambiti dell’esistenza. Emerge così l’impulso originario della teologia della liberazione che è teologico, questo: non è possibile parlare di Dio senza la partecipazione attiva, trasformante e pertanto pratica al complessivo e integrale agire liberante da Lui inaugurato, attraverso il quale la storia diviene un processo in cui si realizza la libertà.
Pertanto, se la Chiesa, in uno con il genere umano e nella storia, è al servizio di questo disegno di Cristo allora — come scrive Dietrich Bonhoeffer — essa può essere Chiesa solo se è Chiesa per gli altri.
Emerge in altri termini un fondamentale e ineludibile aut aut, questo: o — per dirla con il primo, fondamentale paragrafo della Gaudium et spes — «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le angosce e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» oppure non si è veramente discepoli di Gesù; e ancora: o la Chiesa, da questa prospettiva, si presenta non come una comunità religiosa separata dal mondo e autosufficiente ma come sacramento universale di salvezza, oppure la Chiesa, quanto a natura e missione, non è pienamente Chiesa.
La Chiesa è veramente tale se è fedele alla sua missione liberatrice per la salvezza integrale del mondo che ha la sua origine nel messaggio di libertà e di liberazione di Gesù e nell’agire stesso di Gesù, come afferma proprio la Libertatis conscientia del 1986 (capitolo IV).
Oggi, come ai tempi di Bartolomé de Las Casas, Dio è dalla parte dei poveri e opera per condurli alla libertà e per consentire loro la partecipazione al compimento dell’azione integrale di salvezza di tutti gli uomini da Lui promessa. Da questa prospettiva diviene infine assolutamente chiaro che, quando si parla di «forza storica dei poveri», si è ben lontani dalla formulazione di un’ideologia al servizio dell’ennesimo progetto tanto utopico quanto violento, come spesso critici più o meno interessati di quella espressione hanno affermato. Con «forza storica» dei poveri non si intende certo, sulla falsariga del comunismo, l’eliminazione violenta di una classe sociale ad opera di un’altra, vista come strada per eliminare oppressione e ingiustizia e giungere al presunto paradiso in terra della società senza classi.
L’amore e l’azione di Dio abbraccia anche i dominanti, gli sfruttatori, liberandoli dalla schiavitù loro propria: quella schiavitù tipica dell’avidità, dell’idolatria del denaro e del potere e per la quale non si trova mai pace, non si ha mai abbastanza, si vuole sempre di più e si è sempre posseduti dall’inquietudine di dover accaparrarsi la vita togliendola agli altri.
Ma soprattutto, al contrario di quello che sostiene il marxismo — e, detto per inciso, anche l’odierno liberismo — la teologia della liberazione esposta da Gustavo Gutiérrez mostra proprio come il cristianesimo non sia un’ideologia consolatoria. All’opposto: la vera, l’autentica teologia della liberazione dimostra che in verità solo Dio, Gesù e il Vangelo possono avere un ruolo autentico e duraturo per l’umanizzazione dell’uomo, sia sotto l’aspetto individuale, sia sotto quello sociale.
L'Osservatore Romano
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Il libro di Müller sulla povertà rilancia la "funzione di servizio" della Chiesa
Il prof. Paolo Sorbi saluta con entusiasmo l'uscita del volume del prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e propone una curiosa teoria su alcune recenti polemiche
“Povera per i poveri. La missione della Chiesa”, il libro di mons. Gerhard Ludwing Müller, che vanta la prefazione di Papa Francesco, suscita entusiasmo nel professor Paolo Sorbi. Il sociologo cattolico, protagonista negli anni della contestazione giovanile ed oggi strenuo sostenitore dei valori cristiani, ritiene il volume del prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (che sarà presentato in Sala Stampa vaticana martedì prossimo) “un recupero delle cose migliori che, per una serie di contingenze storiche, negli ultimi venti o trent’anni sono state un po’ messe ai margini della riflessione all’interno della Chiesa”.
“Nel corso dei pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI - approfondisce Sorbi a ZENIT - giustamente è stata messa al primo posto la bioetica, poiché si avvertiva il bisogno di riaffermare una posizione chiara su determinati temi in una fase cruciale segnata da un passaggio d’epoca importante”.
Il professore definisce quella fase ormai superata. O meglio, ritiene che proprio l’attenzione mostrata dalla Chiesa abbia fornito “una dottrina molto articolata”, in grado di debellare “il primato della scienza e della genetica” che una certa cultura positivista vorrebbe imporre all’uomo. Pertanto, il Sorbi-pensiero è che la Chiesa debba ora spendersi “per testimoniare la vita e la solidarietà, rilanciando la sua funzione di servizio come realtà povera tra i poveri”. Il libro del cardinale Müller si muove esattamente in questa direzione: “passare da un’azione pratica dopo una riorganizzazione teorica”, è la strategia che Sorbi vede indicata nel volume in questione.
“Non possiamo però dimenticare non esistono solo le povertà legate all’economia”, scrive nella prefazione papa Francesco. È d’accordo il professor Sorbi, che apprezza questo inciso del Santo Padre. Tuttavia, insiste, “il primato deve essere assegnato all’affermazione di una povertà strutturale dell’istituto ecclesiastico”. Sorbi ritiene dunque doveroso recuperare tutte quelle “grandi riflessioni maturate nel mondo cattolico in questo senso”, lungo l’arco del Novecento. A titolo d’esempio, cita le esperienze dei preti operai, il carisma dei Piccoli fratelli di Gesù del beato Charles de Foucauld, gli insegnamenti di Madre Teresa di Calcutta, nonché “le realtà quotidiane di chi si impegna, in mezzo all’emarginazione, a combattere le mafie”. In sintesi, Sorbi auspica un recupero di “tutto ciò che si trova alle periferie della Chiesa” per riconoscergli un ruolo di “centralità”.
Tornando alla prefazione di papa Francesco, qualcuno non si è limitato ad analizzarne i contenuti, pertanto ha voluto assegnarle anche un valore simbolico: un gesto capace di appianare le polemiche avvenute di recente. Precisamente quando Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e membro degli otto Cardinali (il cosiddetto “C8”) che coadiuvano il Papa nella riforma della Curia, ha contestato il rigore dottrinale del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che è appunto Gerhard Müller.
Queste polemiche, tuttavia, sono ritenute da Paolo Sorbi “completamente superate”. Eppure, non può non vedere che covano sotto le ceneri e che sovente emergono, anche con forza, nel dibattito interno al mondo cattolico. “Tutto ciò avviene - secondo il sociologo - perché ci sono forze, dentro e fuori dalla Chiesa, che non sono d’accordo con papa Francesco sulla questione economica”.
Gli aspetti etici rappresentano dunque un pretesto agitato da chi teme ben altro? “Esattamente”, risponde Paolo Sorbi; il quale aggiunge: “Il Santo Padre propone, del resto, una strategia che ripensi cosa vuol dire superamento del capitalismo”. E chi si sentirebbe minacciato da questa strategia? “Tutta l’area liberale occidentalista che vuole il mantenimento del primato delle proprietà delle multinazionali”. Più chiaro di così.
F. Cenci