lunedì 10 febbraio 2014

La traiettoria di una vita.

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La traiettoria di una vita. Solo Dio basta

Pubblichiamo un articolo scritto su «La Razón» del 9 febbraio dal cardinale prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.
(Antonio Cañizares Llovera)
Quell’annuncio di Benedetto XVI, lo scorso 11 febbraio, ci ha sorpreso tutti. Quanti interrogativi, quante supposizioni, quante ipotesi, quante elucubrazioni. Ma è stato il gesto in cui culminava e si riassumeva il suo pontificato, nonché la traiettoria e la logica della sua vita. Un pontificato e una vita che hanno sempre detto e affidato a noi uomini il grande messaggio, la grande verità, la grande luce di cui tutti abbiamo bisogno, di cui il mondo ha bisogno: solo Dio.

Tutto insieme, all’improvviso, e una volta per tutte, con quel gesto, con quell’annuncio, ci ha detto — e continua a dirci con la sua vita nascosta con Cristo in Dio, in un silenzio simile a quello di Nazaret o a quello della croce, in una “clausura” dedita alla preghiera e alla contemplazione, a Dio e solo Dio, in kenosi o spogliazione, imitando, o piuttosto nutrendo, gli stessi sentimenti di Gesù, come dice san Paolo ai Filippesi — che Dio esiste, che Dio è, che Dio è amore, che Dio è il centro di tutto, che ama gli uomini con passione autentica (lo vediamo e lo tocchiamo con mano nella passione di suo Figlio), che non li abbandona, che suscita e genera una fiducia che trascende i calcoli e le strategie umane, che guida e conduce la storia, regge la Chiesa, se ne prende cura, l’alimenta, l’orienta, e noi siamo nelle sue mani, e che mani di amore e di misericordia, di Padre vero.
Il gesto della rinuncia di Benedetto, da molti forse ancora non assimilato o visto parzialmente, con sguardo solamente umano, o con gli occhi calcolatori, politici o interessati con cui si vede quasi tutto oggi, quel gesto per me è stato la sua enciclica migliore, il suo libro migliore, il suo discorso migliore, perché con esso ci ha detto e scritto, fatto carne della sua carne, il testo di ciò che è più importante e fondamentale per gli uomini: Dio. Nel suo libro Gesù di Nazaret Benedetto XVI, affrontando il tema delle tentazioni di Gesù, si domanda: «Che cosa ci ha portato Gesù veramente?»; la sua risposta è molto semplice, ma in essa c’è tutto ed è contenuto tutto: «Ha portato Dio».
Anche Benedetto XVI ci ha portato Dio, ha confidato in Lui e ci ha affidato a Lui. E non ha sbagliato. Prova ne è Papa Francesco, che gli è succeduto: colui che Dio stesso ha scelto dopo di lui per guidare la Chiesa lungo cammini di continuità e non di rottura, lungo vie di speranza — basti vedere la speranza che Francesco sta suscitando — e lungo sentieri di misericordia e di carità che stiamo vedendo e toccando con mano in Francesco, guidata dalla luce della fede e della verità, quella verità che si realizza nella carità.
Ma Benedetto è stato proprio questo; come esempio ricordiamo le sue tre encicliche: Deus caritas est, Caritas in veritate e Spe salvi. E possiamo aggiungere l’enciclica quasi conclusa da Benedetto e ripresa poi da Francesco, in un bel gesto di umiltà e di saggezza, Lumen fidei.
Per concludere, riaffermando tutto ciò, posso raccontare un aneddoto personale che conferma questa centralità di Dio in Benedetto XVI, chiave di tutto e per tutti. Era stata resa pubblica da appena quattro giorni la mia nomina a vescovo di Ávila quando mi recai a Roma per incontrare, in qualità di segretario della Commissione dottrinale spagnola, il cardinale Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non dimenticherò mai quell’incontro. I suoi modi furono squisiti, familiari, semplici, gentili, delicati, cordialissimi, come lo erano verso tutti. La questione per cui mi aveva convocato fu sbrigata subito, e allora passò alla mia recente nomina a vescovo di Ávila.
In quell’incontro, come un padre o come un fratello maggiore, mi parlò più o meno in questi termini: «Il Santo Padre l’ha nominata vescovo di Ávila, famosa per le sue mura, certo, ma importante soprattutto per santa Teresa di Gesù e san Giovanni della Croce, e lei sa che cosa ci indicano questi santi: “Solo Dio, solo Dio basta”. È questo il punto centrale del ministero episcopale: Dio al di sopra di tutto, vivere e agire in comunione con la volontà di Dio, essere testimoni di Dio, adorare Dio, annunciate in ogni momento Dio, aiutare a conoscere e ad amare Dio; Dio sempre e al di sopra di tutto. Dovrebbe essere ciò la meta e l’orizzonte del suo ministero episcopale, di ogni vescovo, e della Chiesa». E questo, con la sua luce e con l’aiuto di Dio, e il sostegno dei santi di Ávila, mi ha guidato nei quasi ventidue anni di episcopato. Ed è proprio questo che abbiamo potuto imparare, e che continuiamo a imparare, da Benedetto XVI.
Grazie davvero e di tutto cuore, caro Benedetto XVI. È ciò di cui tutti noi abbiamo bisogno, ed è il futuro; così seguiremo un cammino sicuro, certo, luminoso, così formeremo tutti insieme un’unica fraternità verso quella nuova terra dove regnano la giustizia e l’amore.

L'Osservatore Romano

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L'Osservatore Romano
«L’11 febbraio dell’anno scorso — ricorda l’arcivescovo Georg Gänswein in un’intervista al Centro Televisivo Vaticano (Ctv) — era una giornata molto particolare. I sentimenti, dopo l’annuncio della rinuncia di Papa Benedetto erano tristezza ma anche gratitudine. È chiaro che prendere congedo è sempre una cosa triste, una cosa che fa male, che è dolorosa. D’altra parte c’era anche il sentimento della gratitudine per questi anni che ho potuto vivere accanto a un grande Papa. Io l’ho saputo un po’ prima, e certamente, quando il Papa me l’ha detto, me l’ha detto con l’ordine di non dirlo a nessuno, e io non ho detto niente. Lo sapevo, però, nel momento in cui l’ha detto, mi ha scosso. L’ultimo giorno del Pontificato per me è stato un giorno di un dolore abbastanza forte».