martedì 11 febbraio 2014

Le Iene a caccia di preti "pedofili"



di Donata Fontana


A meno di 24 ore dal pronunciamento contro la Santa Sede da parte del Comitato Onu per i Diritti del Fanciullotutti i media già non parlavano d'altro: persino il programma Le Iene in onda su Italia1 dedicava all'argomento dei preti pedofili parte della sua puntata proprio del 5 febbraio.
Ma si sa che quello de Le Iene non è giornalismo né informazione ma gossip aggressivo, notizia urlata e non sempre approfondita, un mix di poco pregio - solo saltuariamente ironico - condito spesso dalla volgarità della Gialappa's Band e dal pessimo gusto in fatto di abbigliamento della co-conduttrice Ilary Blasi. La prospettiva da cui è stato inquadrato l'intero reportage lascia pochi dubbi in ordine alla sua faziosità; di certo intristisce che venga dedicato all'argomento solo una manciata di minuti, subito dopo aver lanciato il nuovo album di Valerio Scanu e poco prima di rivelare al mondo che Pia è stata riconosciuta come figlia biologica dal calciatore Mario Balotelli.
La notizia riportata da Le Iene riguarda nello specifico la vicenda di don Paolo Biasi – originario di Verona – accusato da alcuni genitori di aver “allungato le mani” su certe ragazze della parrocchia di Castel Ritaldi, Diocesi di Spoleto, poi trasferito in un paesino del basso veronese, per essere nuovamente destinato a svolgere attività coi minori in qualità di catechista. I fatti cui ci si riferisce hanno tutti origine nel 2005, la sentenza del Tribunale di Spoleto risale al 2010 – dopo un processo durato due anni – a seguito della quale don Paolo, pur dichiarandosi sempre innocente, sceglie di non ricorre in appello.
Innanzitutto vien da chiedersi se tutte le verifiche del caso siano state compiute e se, cioè, allo spettatore siano stati presentati tutti gli elementi giusti per poter giudicare in modo obiettivo la vicenda narrata, senza correre il rischio di criminalizzare nessuno. L'inviato spiega, a più riprese, che «nulla è mai stato fatto per fermare don Paolo da parte della Santa Sede o della Diocesi, dopo qualche indagine nessun provvedimento...»: ma ci si è davvero premurati di esaminare il caso presso i competenti uffici in Vaticano, chiedendo di disarchiviare fascicoli e ricostruire i fatti, parlando con tutti i responsabili deputati a prendere provvedimenti “disciplinari” contro sacerdoti macchiati da simili colpe?
Le affermazioni de Le Iene sulla presunta inerzia del Vaticano si rivelano puntualmente infondate e la realtà dei fatti emerge più chiaramente dopo che, sul quotidiano scaligero L'Arena, il responsabile dell'ufficio stampa della Diocesi veronese don Bruno Fasani rilascia alcune precisazioni. Dei provvedimenti sono stati presi eccome, e fin da subito, stante l'immediato allontanamento di don Paolo dalla parrocchia di Castel Ritaldi durante l'espletamento delle indagini della Santa Sede. Per la durata e a seguito del processo, il prete è stato, poi, escluso dal contatto con minori e destinato per ben tre anni a prestar servizio come cappellano in un convento, sul Lago di Garda. In questo lasso di tempo un'equipe di medici e psicologi comportamentali ha svolto consulenze e perizie sulla personalità e la psiche di don Paolo, constatando che - al di là di atteggiamenti adolescenziali particolarmente amichevoli ed aperti, privi di ogni valenza libidica - don Paolo non ha alcun tipo di problema dal punto di vista della pedofilia. Ma di queste autorevoli considerazioni, durante il servizio, non viene mai fatto cenno.
Per quanto riguarda, poi, la criticata nuova destinazione di don Paolo, a contatto sempre con minorenni, non viene nemmeno lontanamente presa in considerazione l'ipotesi che il sacerdote sia tutt'ora seguito da uno specialista, per farsi accompagnare nel reintegro nella vita sociale dopo l'accertamento del reato. Nemmeno questo giustificherebbe il dramma inflitto alle giovani vittime, certo, ma aiuterebbe a completare il quadro della situazione che, dalle parole de Le Iene, pesa quasi come una conferma di condanna in terzo grado. Del resto, non bisognerebbe nemmeno stupirsi troppo, perché in Italia abbiamo ex-terroristi che predicano dalle cattedre universitarie, stupratori seriali che praticano lavori socialmente utili come misura alternativa alla detenzione, perfettamente reinseriti nella loro quotidianità.
Nel prosieguo del servizio viene posto un altro quesito inquietante ai telespettatori, alludendo al fatto che sembra che da Piazza San Pietro non siano arrivati altri provvedimenti dopo la condanna del Tribunale: «ma la Santa Sede non riconosce le sentenze di un Tribunale italiano?» La domanda lascia abbastanza interdetti. Ma cosa potrà mai avere a che fare un complicatissimo argomento di diritto internazionale come quello del riconoscimento di sentenze straniere in suolo estero con il caso in questione? Don Paolo è cittadino italiano anche se prete e, come tale, ha subito processo e scontato regolarmente la sentenza comminatagli. Il Vaticano avrà poi i suoi canali di inchiesta e sceglierà come e quando agire da un punto di vista “disciplinare”, canali dei quali non deve rendere conto né ai magistrati né alle forze dell'ordine italiane. La domanda posta da Le Iene risulta fuorviante e riesce solo a far ancora più confusione nello spettatore, probabilmente convinto che sotto la basilica di San Pietro ci siano delle prigioni in cui si dovrebbe poter rinchiudere i preti condannati, in ossequio a sentenze italiane.
La faccenda diventa oltremodo surreale quando il reporter de Le Iene bracca fuori dalla sua automobile il Vescovo di Verona, Monsignor Zenti, per chiedere delucidazioni sulla nuova destinazione di don Paolo come catechista in parrocchia. Il Presule assicura che la decisione è stata ponderata e motivata e che, soprattutto, non bisogna giudicare in fretta, spargendo menzogna e facendo del male alle persone con questi toni inquisitorii. Ma l'inviato insiste: «Vescovo ma come mai don Paolo è ancora in mezzo ai ragazzini? Vescovo perché non fate niente? Perché lo avete messo coi minorenni e non con gli anziani? Vescovo mi risponda, non vada via!». L'arroganza del giornalista dà quasi sui nervi (nessuno gli ha suggerito di rivolgersi a un Prelato chiamandolo Sua Eccellenza, Monsignore o almeno Signor Vescovo?) e fa sorgere il dubbio che si stia insinuando quasi un coinvolgimento di Monsignor Zenti nell'intera faccenda. Che lo si voglia persino accusare di istigazione a delinquere, di connivenza nel reato e di scelte intenzionalmente preordinate al malessere dei minorenni? Sarebbe davvero paradossale. Nell'annunciare ai parrocchiani l'arrivo del nuovo parroco, lo stesso Monsignor Zenti aveva spiegato, in una lunga lettera, la vicenda tormentata subita da don Paolo, per nulla tacendo ai fedeli l'intera storia, dalle accuse alla condanna, specificando però che, a seguito delle lunghe indagini mediche e del nulla osta della Santa Sede, la nuova destinazione risulta appropriata.
In conclusione di servizio si resta davvero con l'amaro in bocca: per la vicenda in sé e soprattutto per come è stata presentata, senza dar conto di tutte le circostanze, troncando la storia a metà, con partigianeria e frettolosità, solo per cavalcare mediaticamente l'onda smossa dai rifiuti gettati in mare dall'ONU. Purtroppo allo spettatore medio resterà impressa solo la parziale verità raccontata da Le Iene, non preoccupandosi certo di seguire i lavori della speciale Commissione istituita proprio dal Vaticano per indagare e reprimere i casi di pedofilia all'interno della Chiesa e dimenticandosi in fretta anche delle dure prese di posizione sia di Papa Benedetto XVI che di Papa Francesco contro i sacerdoti colpevoli. Non che gli altri mezzi di informazione, bene inteso,  abbiano reagito diversamente dopo le accuse lanciate dalle Nazioni Unite contro la Chiesa, finendo – chi più chi meno - col dipingerla quasi fosse un'organizzazione a delinquere.