giovedì 13 febbraio 2014

Libertà religiosa più a rischio




Negli ultimi anni vi è stato un continuo aumento delle violazioni commesse sia da attori governativi che non governativi contro individui e gruppi sociali attuati sulla base della loro appartenenza religiosa o della loro fede.

È questo il quadro tracciato dal Rapporto 2013 sulla situazione della libertà di religione o fede nel mondo, un dossier preparato dal Gruppo di lavoro sul tema del Parlamento europeo, guidato dagli europarlamentari olandesi Dennis de Jong e Peter Van Dalen. Si tratta di un gruppo creato sulla scorta della decisione del Consiglio Ue, del 2013, di varare delle linee guida per la tutela del diritto alla libertà di religione nel mondo.


Il rapporto è stato presentato ieri a Bruxelles nel corso di una conferenza cui hanno partecipato anche rappresentanti della Commissione Usa sulla libertà internazionale di religione e rappresentanti della Piattaforma europea sull’intolleranza e la discriminazione religiosa. Secondo il rapporto sono 25 i Paesi di «particolare preoccupazione», 15 dei quali sono segnalati addirittura come «gravi violatori» della libertà di religione e fede (Cina, Egitto, Eritrea, India, Iran, Iraq, Corea del Nord, Libia, Mali, Nigeria, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Tunisia e Uzbekistan). Per i cristiani, in particolare, «la Corea del Nord rimane il Paese più difficile al mondo»: tra 50mila e 70mila cristiani sono detenuti in «spaventosi campi di prigionia». Anche in Eritrea, che pure riconosce cattolicesimo e ortodossia come fedi ufficiali, risultano detenuti tra i 2mila e i 3mila cristiani.

Altro Paese che vive una situazione a dir poco drammatica è la Nigeria, dove tra il novembre 2011 e l’ottobre 2012 si sono avuti ben 791 dei 1.201 assassinii di cristiani registrati in tutto il mondo. Accanto alla prigionia, si sono registrate nel mondo altre gravi forme di violenze per motivi religiosi, come ad esempio il divieto di cambiare religione che è tuttora in vigore in 39 Paesi. In questo tipo di violazione della libertà primeggia l’India, al cui interno ci sono vari Stati federali in cui è espressamente vietato abbandonare l’induismo. Delicato anche il cambio di religione in vari Paesi islamici, come la Giordania ma soprattutto l’Egitto. Quest’ultimo Paese è segnalato nel rapporto anche per il quasi costante rifiuto di concedere l’autorizzazione alla costruzione di nuove chiese ai cristiani copti, mentre in Iran dal 2010 si contano ben 300 arresti tra musulmani convertitisi al cristianesimo.

Un caso estremo per le persecuzioni religiose è l’Arabia Saudita, che presenta delle pesanti discriminazione per i cittadini o i residenti non-musulmani. Sulla scorta di queste informazioni il Gruppo di lavoro ha fortemente raccomandato all’Unione europea di dare alla questione della libertà religiosa un ruolo cruciale nel stabilire rapporti e nello stringere negoziati con i Paesi terzi.

Giovanni Maria Del Re (Avvenire)

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Malesia, escalation contro i cristiani
di Anna Bono
Centinaia di milioni di cristiani sperimentano ogni giorno i tormenti di vivere in ambienti ostili. In Malesia, dove i cristiani sono 2,6 milioni su una popolazione di 28 milioni, musulmana per il 60%, l’avversione nei loro confronti è cresciuta negli ultimi anni. Lo conferma la World Watch List 2014: dei paesi in cui i cristiani sono più perseguitati, la Malesia figura al 40° posto mentre si trovava al 50° nel 2012 e al 42° nel 2013. L’atto di violenza più recente è stato denunciato il 7 febbraio dai responsabili del cimitero cristiano di Tanjung Api, situato vicino a Kuantan, la città capoluogo dello stato di Pahang. Dei vandali si sono accaniti su otto tombe distruggendo le lapidi, spezzando le croci, riducendo in pezzi vasi di fiori e oggetti in pietra. Pochi giorni prima, la domenica del 26 gennaio, in molte chiese dello stato di Penang erano stati affissi da ignoti degli striscioni su cui era scritto: “Gesù è il figlio di Allah”. Contro una di esse inoltre erano state lanciate alcune bombe molotov che per fortuna non hanno ferito nessuno e non hanno provocato seri danni all’edificio.
Gli autori delle profanazioni, degli striscioni e dell’attacco dinamitardo non sono ancora stati individuati, ma si ritiene che a istigarli, così come a far crescere la tensione in tutto il paese, abbia contribuito la controversia, in corso da anni, ma acuitasi di recente, a proposito dell’uso della parola “Allah” da parte dei cristiani. Benché da secoli i fedeli di tutte le religioni praticate in Malesia, per indicare il loro Dio, usino il termine che in lingua malay sta per “Allah”, nell’ottobre del 2013 la Corte d’Appello ha ribaltato una precedente sentenza emessa nel dicembre del 2009, che autorizzava i cristiani a usare il termine, decretando che solo gli islamici hanno il diritto di servirsi di quella parola. In seguito alla sentenza, all’inizio di gennaio, i funzionari del Dipartimento Religioso Islamico dello stato di Selangor hanno fatto irruzione nella sede della Bible Society of Malaysia e hanno sequestrato 320 copie della Bibbia in lingua malay e iban, con la motivazione che in esse Dio è appunto indicato come “Allah”. Il blitz è stato criticato e denunciato come illegale dai leader cristiani: tra gli altri, da padre Lawrence Andrew, il direttore del settimanale cattolico Herald Malaysia, che per questo è stato fermato e interrogato dalle forze dell’ordine e fatto oggetto di minacce di morte. In una lettera pastorale, l’arcivescovo emerito della capitale Kuala Lumpur, Monsignor Murphy Pakiam, si è detto “terribilmente addolorato e dispiaciuto per i fatti occorsi negli ultimi tempi, caratterizzati dall’uso di parole offensive e dal rogo di alcune immagini che ritraggono padre Lawrence Andrew”, fatti che “equivalgono a un attacco complessivo contro l’intera comunità cristiana”.
La Chiesa non si è limitata alle proteste, ma ha deciso di presentare ricorso contro la sentenza. La richiesta d’appello è stata accolta e il 5 marzo si svolgerà la prima udienza. Nell’attesa, cresce il sostegno alla Chiesa malese da parte delle Chiese cattoliche e protestanti di tutto il mondo. Ultimi a esprimere la loro solidarietà sono stati il Consiglio metodista mondiale, Wmc, e la Chiesa evangelica luterana in America, Elca.
Il vescovo Ivan Abrahams, segretario generale del Wmc, ha indirizzato una lettera alla Federazione dei cristiani della Malesia in cui si è detto scioccato e costernato per il verdetto di ottobre. La decisione della corte d’appello – si legge nella lettera – è molto preoccupante perché attribuisce a una religione il monopolio di un termine universale e può portare in Malesia a una pericolosa frattura tra cristiani e musulmani, creando un pericoloso precedente in un mondo già diviso. Il vescovo Abrahams specifica di parlare in qualità di segretario generale di un organismo, il Wmc, che rappresenta più di 80 milioni di fedeli in 130 paesi, “tutti uniti nella preghiera affinché i malesi possano praticare la loro fede liberamente”.
Anche la Elca ha espresso la propria solidarietà con una lettera firmata dal vescovo Elisabeth Eaton che si è detta profondamente rattristata per quanto sta accadendo nel paese e ha posto l’accento sul fatto che il sequestro delle Bibbie, che ancora non sono state restituite, costituisce una violazione della stessa Costituzione malese poiché all’articolo 11 essa afferma di garantire libertà di religione.