martedì 4 febbraio 2014

Musica inclusiva



La Sistina e il coro di Westminster insieme al concistoro. 

(Massimo Palombella) Nel 2012, quando la Cappella Musicale Pontificia si recò a Londra per provare insieme al coro di Westminster Abbey e tenere un concerto nella cattedrale di Westminster, l’arcivescovo di Westminster, Vincent Nichols, mi disse che era un suo grande desiderio vedere un giorno il coro della sua cattedrale cantare a una celebrazione papale insieme alla Cappella Sistina. La recente creazione a cardinale dell’arcivescovo Nichols ha determinato la felice condizione per realizzare il suo desiderio e così, la Cappella Musicale Pontificia e il coro della Cattedrale di Westminster si fonderanno per le celebrazioni del concistoro.
Il permettere l’incontro di culture diverse, di tradizioni musicali diverse — e anche apparentemente lontane — costituisce una cifra importante del servizio ecclesiale della Cappella Musicale Pontificia. Infatti questa antica istituzione non esiste, e non avrebbe senso di esistere, solo e soltanto per fare un po’ di musica. La sua vera profonda identità la possiamo rintracciare esclusivamente all’interno di un servizio ecclesiale, dove l’evangelizzazione è l’asse portante di tutta l’attività. Ed è solo all’interno di un reale — e non ideologico — servizio ecclesiale che possiamo ricuperare e vivere la sana professionalità musicale che deve necessariamente contraddistinguere questa istituzione. Professionalità che è prima di tutto un vivere e lavorare oggi con la chiarezza di un punto di non ritorno che si chiama concilio Vaticano II. All’interno della riforma liturgica del concilio occorre infatti recuperare e vivere in senso inclusivo le nostre radici come realtà antiche e cioè preziose, sempre attuali (si pensi alla tradizione gregoriana, alla polifonia classica) insieme a tutto ciò che la cultura musicale contemporanea ci ha sanamente comunicato per vivere l’oggi della liturgia e guardare al futuro.
Il vero servizio ecclesiale esige il dialogo, il confronto, l’innescare processi culturali per approdare a luoghi dove la teologia e la diplomazia non sempre riescono ad arrivare. Fare questo richiede intrinsecamente una seria e onesta professionalità che si declina in un quotidiano e diuturno lavoro musicale, in una sana recezione di ciò che gli studi semiologici ci hanno consegnato in questi ultimi anni per migliorare il prodotto musicale. Il lavorare davvero nella Chiesa apre i nostri orizzonti e ci conduce dolcemente ad abbandonare “stagni”, “antiche scuole” (che di antico hanno solo la decadenza musicale di fine Ottocento), vecchie estetiche che ci immobilizzano in un mondo che non c’è più, nella terribile illusione che tanta storia alle spalle giustifichi il non cambiare e il non confrontarsi con nessuno.
Per dialogare occorre ritracciare territori comuni nei quali ritrovarsi. Da ciò scaturisce il dovere della Cappella Musicale Pontificia di frequentare e custodire le fonti della cultura musicale occidentale, irrobustire la sua identità con un grande, antico, prezioso repertorio che permette di trovare profondi legami con realtà di tutto il mondo, con la confessione anglicana, con quella luterana, con la Chiesa ortodossa, come da qualche anno felicemente avviene.
Lavorare con il coro della cattedrale di Westminster non è un’eccezione, un evento straordinario, oggi è prima di tutto un grande onore, ma anche la normalità, il rispondere doverosamente a un mandato ecclesiale fuori dal quale la stessa professionalità musicale inizierebbe inesorabilmente a sgretolarsi in una ingannevole autoreferenzialità.
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Ruolo guida nella tradizione inglese
Il coro della cattedrale di Westminster è annoverato tra i più importanti al mondo. Sin dalla sua fondazione, nel 1903, ha occupato una posizione unica e invidiabile di prima linea nella musica sacra inglese, non ultimo grazie al lavoro innovativo del suo primo maestro Richard Terry, il quale ha ripreso le grandi opere dei compositori rinascimentali inglesi e continentali. La fama del coro è cresciuta sotto la direzione di Terry, poiché ha presentato questa musica dimenticata, rivoluzionando l’atteggiamento riguardo al repertorio. Il lavoro d’innovazione è proseguito sotto George Malcolm, che è stato pioniere dello sviluppo del suono del coro, seguendo linee continentali, il che lo ha reso davvero rivoluzionario sia per i contenuti che per le esecuzioni. Il coro prosegue queste tradizioni sotto l’attuale maestro Martin Baker, e continua a essere l’unico al mondo di una cattedrale cattolica a cantare quotidianamente la messa e i vespri. Tra i maestri più recenti figurano Colin Mawby, Stephen Cleobury, David Hill e James O’Donnell.
La fama del coro è in costante crescita, ed esso continua a conquistare nuovo pubblico grazie anche a una serie di registrazioni con l’etichetta Hyperion. Nel 1998 ha ricevuto i premi Gramophone per la migliore registrazione corale dell’anno e come disco dell’anno per la sua esecuzione della Messa di Frank Martin e del Requiem di Pizzetti. Le due pubblicazioni più recenti sono Miserere: A Sequence of Music for Lent, St Joseph and the Annunciation (gennaio 2013) e un CD di musiche di James MacMillan, Tenebrae Responsories (luglio 2013). 
Il coro ha anche come tradizione quella di commissionare e di eseguire musica nuova: esempi famosi sono la Missa brevis per voci bianche di Britten, la Messa in sol minore di Vaughan Williams e diverse composizioni di Wood, Holst e Howells. Nell’ultimo decennio ha commissionato nuove messe a James MacMillan, Peter Maxwell Davies, Judith Bingham, John Tavener, Matthew Martin e Stephen Hough, tutte eseguite per la prima volta nel contesto delle comuni liturgie nella cattedrale di Westminster. Inoltre il coro si esibisce spesso alla radio e in televisione. E quando la fitta agenda liturgica lo consente, porta la sua musica anche più lontano. Oltre a tenere regolarmente concerti nel Regno Unito, le tournée più recenti lo hanno portato in Ungheria, Norvegia, Germania, Belgio, Italia e Stati Uniti.
L'Osservatore Romano