giovedì 13 febbraio 2014

Oltre i bites e i pixel




Sfide per la teologia contemporanea. 

Nel pomeriggio di giovedì 13 febbraio, a Milano, si svolge l’inaugurazione dell’anno accademico della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Anticipiamo alcuni stralci della lectio magistralis dell’arcivescovo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede che interviene dopo il saluto inaugurale del preside, monsignor Pierangelo Sequeri. 
(Gerhard L. Muller) Tutti noi che abbiamo lavorato o lavoriamo nell’ambito di istituzioni teologiche, sentiamo vivere sulla nostra pelle una duplice tensione. Da una parte, apparteniamo a un ambito di ricerca che nasce all’interno del milieu ecclesiale e quel luogo anzitutto intende servire; dall’altra siamo anche cittadini di questo mondo, cioè di un ambito umano verso cui siamo debitori proprio perché cittadini in Ecclesia, cioé a motivo della natura ecclesiale, di quell’ambito in cui, e a partire dal quale, la nostra riflessione è costitutivamente chiamata a nascere e a svilupparsi.

La Chiesa, infatti, è sia mundus reconciliatus (Agostino) che mundus reconcilians mundum (Paolo VI). È d’altronde la condizione paradossale in cui si trova ogni “cittadino” cristiano, condizione propria del christifidelis di sempre, come ci ricorda anche la Lettera a Diogneto («cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini» e, tuttavia, «vivendo in città greche e barbare (...) e adeguandosi ai costumi del luogo, testimoniano una condizione mirabile e realmente paradossale della loro cittadinanza»; V, 1, 5).
La Chiesa vive contemporaneamente due dimensioni, appartiene al tempo e allo spazio della già avvenuta riconciliazione con Dio e a quelli in cui tale riconciliazione non lo è ancora. Da qui proviene una duplice tensione: la tensione a scoprire come Dio ha già riconciliato con sé l’umano che vive nella Chiesa, e la tensione a riconoscere come questa riconciliazione si offre oggi all’umano che vive intorno a noi. Fra queste due tensioni, è chiamato a collocarsi il nostro lavoro di studiosi della teologia.
Grazie al movimento che nasce dalla prima tensione, la teologia illumina il divino e l’umano in tutta la loro portata, per offrirli — e siamo qui già nel movimento che sgorga dalla seconda tensione — con umile forza testimoniale al mondo. Si tratta di due movimenti implicati l’uno nell’altro, non consecutivi ma in un certo senso contemporanei, anche se conservano una certa tàxis o gerarchia. La teologia è fedele a se stessa quando rispetta e sviluppa tutta la portata e l’ampiezza di questi due movimenti, la cui direzione attinge alla rivelazione di Dio per allargare gli orizzonti dell’umano.
Quale il contesto umano e culturale in cui questo duplice movimento si svolge oggi? Tre sono i tratti che a grandi linee, fra i molti che lo connotano, contrassegnano in modo particolare l’uomo occidentale contemporaneo.
L’uomo contemporaneo che vive nella cosiddetta società occidentale, poiché inserito in un mondo sempre più globale e ricco di comunicazioni, viene sollecitato, come mai è accaduto nelle precedenti generazioni, da una moltiplicata vicinanza dei suoi simili. Ciascuno comprende quale immensa possibilità ciò rappresenti. Tuttavia, di fatto, constatiamo nello stesso tempo che oggi l’uomo vive una prossimità sempre più occasionale, a motivo della sua incapacità/rifiuto di stringere solidi vincoli, e tende a profilarsi sempre più come un soggetto autoreferenziale, autoindividuantesi e autorealizzantesi.
Questa assenza di vincoli stabili lo rende sempre più fragile e in balìa dei contesti in cui si muove, sempre meno capace di discernere criticamente ciò che convenga o meno alla dignità del suo stesso essere umano, sempre più lanciato a sondare ogni utile possibilità che gli si presenta. L’uomo non è più capace di forme di discernimento che oltrepassino il fiato corto dell’utile e dell’immediato: non riconosce più ciò che corrisponde o ciò che repelle alle peculiarità che lo rendono davvero uomo.
In questa prospettiva, dunque, si assottiglia sempre più anche lo spessore della cultura da lui prodotta, la quale è tanto potente negli strumenti e nella tecnica del comunicare quanto povera, sotto il profilo umano, di contenuti veicolati. Una cultura in cui ciò che appare significativo non oltrepassa i confini dello short term e del low cost.
Ne è metafora efficace la velocità con cui i media oggi bruciano le notizie e le immagini, in un vortice di comunicazione. Tanto più si comunica, quanto più si moltiplica la quantità di dati comunicati, tanto meno si entra in reale comunicazione con l’altro. E la qualità della comunicazione finisce per ridursi ad affare di tecnica, di bites e di pixel.
Tutto si sviluppa e si raffina attorno a coordinate di procedure standardizzate (o di protocolli) che sempre più si premurano di garantire solo la forma delle relazioni. “Tanto più” e “tanto meno” sono la cantilena con cui possiamo spesso definire il reciproco incedere di tecnicalità e retrocedere di umanità. Novello Narciso, l’uomo, tanto più si rispecchia nell’immagine di sé che auto-produce, tanto più si inorgoglisce delle opere delle sue mani, tanto meno ritrova il suo volto, finendo per vedere annegato, nelle sue stesse immagini, ciò che appartiene indelebilmente al suo humanum.
In secondo luogo, il cittadino medio dell’epoca post-moderna fatica a percepire il suo essere inserito in una “storia”. Quanto più l’orizzonte dell’uomo si svuota di significati pregnanti, tanto meno egli è capace di cogliere il tempo come occasione propizia, come kairòs, come storia. Quanto più si sfaldano non solo i legami orizzontali della sua prossimità ma anche quelli verticali con le generazioni che lo precedono e con quelle che lo seguono, tanto meno egli avverte di essere inserito in una storia.
La significatività del tempo dice “identità” e “legami”, i quali a loro volta intrecciano lo scorrere dei giorni in eventi e volti, rendendolo “storia”, cioè costruzione di storie personali e particolari come della storia universale e globale. E tanto più il tempo che scorre viene percepito come susseguirsi di eventi significativi per l’uomo, quanto più la sua libertà si sente interpellata e provocata dai giorni che passano, i quali non trascorrono ineluttabilmente o invano.
Al contrario, l’assenza di una “storia” produce come conseguenza anche una svalutazione del peso specifico della libertà umana, di questo potente strumento che ci è dato come possibilità di incidere sul destino nostro e del mondo. Pensiamo, a questo riguardo, alla sfiducia che tanti giovani oggi hanno di poter cambiare il mondo in cui vivono: come uomini, sono dotati dalla loro propria natura di uno strumento potente qual è la libertà, eppure, poiché non sono stati educati a riconoscerne la portata e a praticarla nel suo giusto senso, sono scettici sulle sue potenzialità.
I due tratti precedenti introducono anche un altro carattere che segna oggi la maggior parte dei nostri contemporanei. Un elemento su cui spesso richiama la nostra attenzione anche Papa Francesco: la difficoltà a guardare al futuro con fiducia, con speranza, sapendo conservare nel cuore «gli ideali della giovinezza», come direbbe Giovanni XXIII.
Nella misura in cui si allentano o si sbiadiscono relazioni significative nel presente, anche le altre due dimensioni del tempo perdono di spessore e insorgono l’una contro l’altra, riempiendo la vita dell’uomo di una insostenibile leggerezza dell’essere: il passato diviene una serie di antecedenti che tendono a influenzarlo deterministicamente e meccanicamente, mentre il futuro si accorcia e si circonda di oscurità.
Di qui è difficile sperare, avere fiducia nella stessa possibilità che avvengano e si possano operare cambiamenti positivi: dietro di noi vi sono enormi ingranaggi da cui non riusciamo a divincolarci e, davanti a noi, vi è il buio dell’incertezza. Perché solo laddove la libertà umana si inspessisce di relazioni significative e diviene capace di discernere nella storia del suo agire ciò che è bene e ciò che è male, allora è praticabile la speranza, allora è possibile nutrire una «affidabile» speranza, come sovente ci ha ricordato Benedetto XVI. Solo allora è possibile agire guardando anche al lungo termine, pensare ragionevolmente a uno sviluppo davvero “sostenibile” e sostenere sacrifici che non riguardino solo guadagni immediati.
Discernimento, storia e speranza sono il primo ed elementare contributo che la fede — anzitutto attraverso la prassi di una vita che la testimonia e quindi anche attraverso la riflessione di una teologia che ne rileva puntualmente i tratti essenziali — è chiamata a offrire al mondo, per risollevare le sorti di un’umanità sempre più povera di legami, di senso e di fiducia.
Qui la teologia può dare molto al saeculum, sempre più breve, da cui veniamo e in cui ci troviamo ancora. Qui avvertiamo anche l’importanza dell’esercizio di una ragione che sia insieme umile e forte, che la teologia può testimoniare come occasione positiva per ritrovare un ragionevole orientamento nella complessità della realtà.
Non ci può essere infatti un reale discernimento senza una ragione che sia certa di trovare la verità — in modo non conclusivo, mai esausto, né in via concordistica o ideologica — scommettendo fino in fondo sulla libertà dell’uomo e sulle sue risorse, quando sono sanate ed elevate.

L'Osservatore Romano