L’11 febbraio 2013 nei media internazionali. Un anno dopo
«Lunedì 11 febbraio 2013: tutto è compiuto». Sono queste le prime righe del lungo racconto che Gian Guido Vecchi, vaticanista del «Corriere della Sera», ha dedicato domenica scorsa all’anniversario sul quotidiano milanese. «Il Pontefice, alle 10.55, lascia l’appartamento, scende in ascensore alla seconda loggia ed entra nel salone, il passo breve e un po’ malcerto, l’aria patita ma lo sguardo determinato. Alle 11.41 i cardinali impallidiscono. Cinque minuti più tardi, alle 11.46, il lancio Ansa della vaticanista Giovanna Chirri informa il mondo delle dimissioni. Iterum atque iterum, sillaba Benedetto XVI.
«Ratzinger spiega di aver preso la sua decisione dopo avere esaminato ripetutamente la propria coscienza, “ancora e ancora”, davanti a Dio. Nella scelta del Pontefice bisogna distinguere la lunga maturazione della decisione, la scelta della data e il momento in cui la comunica alle persone più vicine».
Ratzinger, prosegue Vecchi, ci pensava da tempo. «Con acribia da studioso, ha da tempo calcolato e programmato ogni mossa». Nel libro Luce del mondo (2010), «aveva prospettato l’ipotesi: “Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi”. Ma allora si era nel pieno dello scandalo pedofilia nel clero, che Benedetto XVI ha combattuto come nessuno prima di lui, e così aveva aggiunto: “Proprio in un tempo come questo si deve tenere duro e sopportare”. E ciò fa anche nella primavera del 2012. Scoppia lo scandalo Vatileaks, viene arrestato e processato il maggiordomo “corvo” Paolo Gabriele che gli rubava documenti riservati dallo studio. Non è il momento, sono mesi difficili di veleni e lotte di potere in Curia, Ratzinger ha già deciso ma non intende dare la sensazione di fuggire. Lo disse il 24 aprile 2005, nella messa di inizio del pontificato: “Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”. Così aspetta che il processo si concluda, aspetta che la commissione cardinalizia che ha nominato per indagare sugli scontri nella Curia consegni a lui e solo a lui la relazione segreta che indica manovre e responsabilità. A dicembre ha tutti gli elementi per agire e fare pulizia, sa che è urgente ma sente di non averne più la forza. Affiderà il dossier al successore».
«La storia in meno di tre righe»: è invece l’esordio di Carlo Marroni su «Il Sole 24 Ore» del 9 febbraio. «All’articolo (“canone”) 332, comma 2, del codice di diritto canonico, dove si prevede che “nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti”. Tre righe che hanno permesso alla Chiesa di cambiare il corso della sua storia».
Dopo aver commentato che «le dimissioni di Ratzinger, per quanto passate al setaccio, restano uno dei misteri della storia della Chiesa, anche se lo stesso Papa teologo ha fatto di tutto per renderle chiare al mondo», Marroni conclude: «Nelle dimissioni del Papa tedesco, il teologo conciliare messo a guardia dell’ortodossia wojtyliana e fatto salire sulla cattedra di Pietro alla soglia degli ottant’anni, c’è forse tutta la grandezza di Joseph Ratzinger, che con questo gesto ha indicato alla sua Chiesa una nuova strada».
E se Franca Giansoldati su «Il Messaggero» del 10 febbraio parla di «una decisione meditata, un atto di governo rivoluzionario di una lucidità impressionante», Rubén Gómez del Barrio su «La Razón» dell’8 febbraio ha scelto di ricordare lo choc della rinuncia attraverso gli occhi del fratello Georg, raccontandone i momenti di gioia e di preoccupazione condivisa.
Marco Ansaldo su «la Repubblica» del 7 febbraio dedica invece il suo pezzo alla giornata tipo di Ratzinger oggi. «Il Papa emerito, come aveva promesso, vive “nascosto al mondo”, e tuttavia non nascosto alla Chiesa. Spesso riceve visite: cardinali, vescovi, sacerdoti di antica conoscenza, amici intellettuali, sempre con discrezione e riservatezza». E prosegue: «Un anno fa, erano in molti a temere che l’inedita presenza di due Papi in Vaticano potesse rivelarsi quanto meno problematica. Così non è stato. Nell’ex convento di quattro piani (interrato compreso), e dotato di ascensore, Benedetto si guarda bene dall’intervenire nella gestione della Chiesa. Francesco lo ha cercato più volte. E, oltre a dimostrare rispetto e deferenza, guarda a lui come a una figura con cui consigliarsi e scambiare pareri». E conclude: «L’ultima sua foto, pubblicata il 17 gennaio sull’Osservatore Romano, lo mostra seduto assieme al fratello mentre nei Giardini vaticani ascoltano una banda musicale. Indosso, l’ormai solita giacchetta bianca, ma in testa un basco, candido anch’esso».
Molti commenti si soffermano proprio sulla preoccupazione dell’anno scorso, quando in tanti si domandavano come sarebbe stata l’inedita convivenza tra i due Papi. Certo resta oggi in qualcuno la superficiale tentazione — stigmatizzata anche da Eusebio Val su «La Vanguardia» del 10 febbraio — di descrivere l’uno come un supereroe moderno e l’altro come il severo custode dell’ortodossia, ma la preoccupazione della convivenza tra i due Papi è risultata del tutto infondata. Chiarissimo in proposito padre Federico Lombardi che, ad Alessandro Gisotti di Radio Vaticana, ricorda proprio il «segno molto bello e incoraggiante della continuità del ministero petrino nel servizio della Chiesa. Se si vivono i problemi in chiave di potere, allora è chiaro che due persone possono avere difficoltà a convivere. Ma se si vive tutto esclusivamente come servizio, allora una persona che ha compiuto il suo servizio avanti a Dio e in piena coscienza passa il testimone di questo servizio a un’altra persona che con atteggiamento di servizio e di piena libertà di coscienza svolge questo compito, allora il problema non si pone assolutamente! C’è una solidarietà spirituale profonda fra i servitori di Dio che cercano il bene del popolo di Dio nel servizio del Signore».
Del resto, è lo stesso Papa emerito ad averlo scritto, nella lettera del 24 gennaio scorso indirizzata ad Hans Küng, come rivela lo stesso teologo svizzero nel corso nell’intervista rilasciata ad Andrea Tarquini e pubblicata su «la Repubblica» del 10 febbraio»: «Sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera».
Sul senso del compito del Papa emerito si è soffermato poi ancora padre Lombardi. Alla domanda di Gisotti su cosa gli stia dando ora Ratzinger, il direttore della Sala stampa della Santa Sede risponde infatti: «Ne sento molto la presenza spirituale forte che accompagna, che rasserena. Penso alle grandi figure degli anziani della storia della Chiesa e della storia sacra; in particolare a Simeone». E conclude: «Questo è per me, e credo per la Chiesa, Benedetto XVI: il grande anziano, saggio, diciamo pure: santo, che ci invita con serenità — perché è anche bello, quando lo si vede: dà veramente un’impressione di grande serenità spirituale. Ha conservato il suo sorriso che ci era abituale, e che ci invita quindi ad andare avanti nel cammino, con fiducia e con speranza».
L'Osservatore Romano
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R. – Erano secoli che non si aveva una rinuncia da parte di un Papa e quindi per la grandissima maggioranza delle persone si trattava di un gesto inusitato e sorprendente. In realtà, per chi accompagnava più da vicino Benedetto XVI, si era capito che aveva una riflessione su questo tema, e lo aveva detto già esplicitamente nella sua conversazione con Peter Seewald, qualche tempo prima – diverso tempo prima. E quindi, era un tema su cui egli pregava, rifletteva valutava, faceva un suo discernimento spirituale. E’ quello di cui ci ha dato poi atto e ci ha dato come un rapporto sintetico nel giorno della sua rinuncia, in quelle parole brevi ma densissime che spiegavano in modo assolutamente adeguato e chiaro i criteri in base a cui aveva preso la sua decisione. Quello che io dico – e ho detto già allora – è che mi sembrava un grande atto di governo, cioè una decisione presa liberamente che incide veramente nella situazione e nella Storia della Chiesa. In questo senso è un grande atto di governo, fatto con una grande profondità spirituale, una grande preparazione dal punto di vista della riflessione e della preghiera; un grande coraggio perché, effettivamente, trattandosi di una decisione inusitata, potevano esserci tutti i problemi o i dubbi sul “che cosa” avrebbe significato, come riflessi, come conseguenze per il futuro, come ricezione da parte del popolo di Dio o del pubblico. La chiarezza con cui Benedetto XVI si era preparato a questo gesto e, direi, la fede con cui si era preparato, gli ha dato la serenità e la forza necessaria per attuarla, andando con coraggio e con serenità, con una visione veramente di fede e di attesa del Signore che accompagna continuamente la sua Chiesa, incontro a questa situazione nuova che egli ha vissuto in prima persona, per diverse settimane, e poi la Chiesa ha vissuto con l’avvicendamento e l’elezione del nuovo Papa, come tutti sappiamo. Ecco: quindi, si è verificato in pieno questo senso di accompagnamento della Chiesa in cammino da parte dello Spirito del Signore.
D. – Proprio riguardo a questo ultimo passaggio: in molti, un anno fa, si chiedevano come sarebbe stata l’inedita convivenza tra due Papi. Oggi si vede che tante paure – forse più degli “esperti” che del popolo di Dio – erano esagerate …
R. – Sì … da questo punto di vista, a me sembrava assolutamente chiaro che non ci fosse da avere assolutamente nessun timore. Perché? Perché la questione è quella del fatto che il papato è un servizio e non è un potere. Se si vivono i problemi in chiave di potere, allora è chiaro che due persone possono avere difficoltà a convivere perché può essere difficile il fatto di rinunciare ad un potere e convivere con il successore. Ma se si vive tutto esclusivamente come servizio, allora una persona che ha compiuto il suo servizio davanti a Dio e in piena coscienza passa il testimone di questo servizio ad un’altra persone che con atteggiamento di servizio e di piena libertà di coscienza svolge questo compito, allora il problema non si pone assolutamente! C’è una solidarietà spirituale profonda fra i Servitori di Dio che cercano il bene del popolo di Dio nel servizio del Signore.
D. – Papa Benedetto si è congedato sottolineando che avrebbe continuato a servire la Chiesa con la preghiera: questo è un contributo realmente straordinario che ha dato, e sta dando ancora, vero?
R. – Sì … un piccolissimo ricordo personale: soprattutto nei primi tempi del Pontificato, ogni volta che c’era un’udienza e io passavo a salutare il Papa, come abituale mi dava un Rosario, perché succede spesso che si dia un’immagine, un Rosario, una medaglia … E ogni volta che il Papa mi dava un Rosario diceva: “Anche i preti devono ricordarsi di pregare”. Ecco, questo non l’ho mai dimenticato, perché manifestava così, in un modo molto semplice, la sua convinzione e la sua attenzione al posto della preghiera nella nostra vita, anche e in particolare nella vita di chi ha compiti di responsabilità nel servizio del Signore. Ecco, Benedetto XVI certamente è stato sempre un uomo di preghiera, in tutta la sua vita, e desiderava – probabilmente – avere un tempo in cui vivere questa dimensione della preghiera con più spazio, totalità e profondità. E questo è adesso il suo tempo.
D. – D’altro canto, la vita di preghiera di Papa Benedetto non manca di avere momenti di incontro, anche con Papa Francesco, come sappiamo. Cosa può dire su questa dimensione di vita nascosta, ma non isolata, di Joseph Ratzinger?
R. – Credo che sia giusto rendersi conto che vive in un modo discreto, senza una dimensione pubblica; ma questo non vuol dire che viva isolato, chiuso come in una clausura stretta. Svolge un’attività normale per una persona anziana – una persona anziana religiosa: quindi, una vita di preghiera, di riflessione, di lettura, di scrittura nel senso che risponde alla corrispondenza che riceve; di colloqui, di incontri con persone che gli sono vicine, che incontra volentieri, con cui ritiene utile avere un dialogo, che gli chiedono consiglio o vicinanza spirituale. Ecco, quindi: la vita di una persona ricca spiritualmente, di grande esperienza, in un rapporto discreto con gli altri … Quello che non c’è è la dimensione pubblica a cui eravamo abituati, essendo il Papa, e quindi era sempre sui teleschermi, davanti all’attenzione di tutto il mondo. Questo non c’è; ma per il resto, è una vita normale di rapporti. E tra questi rapporti, c’è il rapporto con il suo successore, il rapporto con Papa Francesco che, come sappiamo, ha dei momenti anche di incontro personale, di dialogo … uno è andato a casa dell’altro e viceversa. E poi ci sono le altre forme di contatto che possono essere il telefono o i messaggi che vengono mandati: una situazione di rapporto del tutto normale, direi, e di solidarietà. Mi pare che sia molto bello per noi, quando abbiamo quelle rare immagini dei due Papi insieme e che pregano insieme – il Papa attuale e il Papa emerito: è un segno molto bello e incoraggiante, della continuità del ministero petrino nel servizio della Chiesa.
D. – Da ultimo: padre Lombardi, lei ha seguito Benedetto XVI per tutti gli anni del suo Pontificato. Cosa Papa Benedetto le sta dando ora, personalmente, spiritualmente, dall’11 febbraio scorso?
R. – Ma, io sento molto la presenza di Papa Benedetto XVI, come una presenza spirituale forte che accompagna, che rasserena … Io penso alle grandi figure degli anziani della Storia della Chiesa e della Storia sacra; in particolare, tutti pensiamo – per esempio – a Simeone, che accoglie nel Tempio Gesù e che guarda con gioia anche al suo destino eterno e anche al futuro della comunità che continua a camminare su questa terra. Ecco, tutti noi sappiamo il grandissimo valore di avere con noi gli anziani, anziani ricchi di saggezza, ricchi di fede, sereni: sono veramente un grandissimo aiuto per chi è più giovane, per andare avanti guardando con fiducia e con speranza al futuro. Questo è per me – e credo per la Chiesa – Benedetto XVI: il Grande Anziano, saggio, diciamo pure: santo, che ci invita con serenità – perché è anche bello, quando lo si vede: dà veramente un’impressione di grande serenità spirituale. Ha conservato il suo sorriso che ci era abituale, nei momenti belli in cui lo incontravamo – e che ci invita quindi ad andare avanti nel cammino, con fiducia e con speranza.
Radio Vaticana
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L’undici febbraio, un anno dopo. Il cardinale Georges Cottier ripensa a quel giorno storico e afferma: «Dopo la sorpresa del primo momento, dopo l’emozione che tutti abbiamo provato, oggi sappiamo che dalla rinuncia di Benedetto XVI è venuto un grande bene per la Chiesa. E dobbiamo essere grati al Papa emerito per il suo atto di onestà intellettuale». Il teologo emerito della Casa Pontificia ci riceve nel suo appartamento a due passi da Santa Marta, la casa di Francesco. L’ex monastero Mater Ecclesiae, dove risiede Joseph Ratzinger, è appena qualche centinaio di metri più in là. Naturale, dunque, che durante l’intervista il riferimento all’uno richiami anche l’altro. «Due grandi personalità – sottolinea Cottier – caratterialmente diverse, ma in perfetta continuità. Questa è la bellezza della Chiesa».
Eminenza, i 12 mesi trascorsi hanno suggerito prospettive diverse nel guardare alla rinuncia di Benedetto XVI?
Sono sempre più convinto che si sia trattato di un atto provvidenziale. Tutto nella Chiesa lo è. Ma Benedetto XVI, con la sua decisione profondamente meditata e maturata nella preghiera, ci ha dato un grande esempio. Quando ha ritenuto di non avere più le forze per far fronte al governo della Chiesa, si è fatto da parte, permettendo di aprire una fase nuova. Tra l’altro, tutto si è svolto con grande serenità e semplicità. Un mese dopo, il 13 marzo, avevamo già il nuovo Papa. E il successore che Dio ci ha dato è stato un grande regalo.
Benedetto XVI, dunque non rischia che un novello Dante lo bolli come il Papa del «gran rifiuto».
Direi proprio di no. Anche perché la sua rinuncia non è stata un abbandonare il proprio posto. Con molta lucidità egli ha misurato le proprie forze e il lavoro da fare. E ha deciso che non si può forzare la Provvidenza. Certo, il suo atto ha stupito perché è il primo caso dei tempi moderni. Ma Benedetto XVI ha fatto i conti anche con il prolungarsi della vita e l’avanzare della vecchiaia. Dunque non si può escludere che in futuro altri Papi possano fare lo stesso.
La rinuncia potrebbe cioè diventare prassi?Non dico questo. Anche perché si tratta di una scelta molto personale, ma vedendo l’attuale tendenza anagrafica, un caso simile potrebbe ripetersi. Intanto ci troviamo di fronte a due esempi diversi, ma entrambi molto belli. Da un lato Giovanni Paolo II, che ha ritenuto suo dovere restare fino all’ultimo, pur nella malattia. Dall’altro Benedetto XVI. Ma queste testimonianze dimostrano la grande libertà di coscienza dei Papi, in base alla quale ognuno giudica quale sia in quel momento il bene della Chiesa. Faccio notare a questo proposito che la profonda umiltà di papa Ratzinger ha colpito la gente, facendo crescere l’affetto per lui.
Si può dire che sia stato compreso veramente solo al momento delle dimissioni?
In una certa maniera sì. Negli otto anni precedenti Benedetto XVI era stato un Papa da scoprire, gustando le sue bellissime omelie e studiando la profondità dei suoi testi. Tuttavia il suo carattere timido e riservato, oltre a una certa ostilità dei media, non lo hanno svelato completamente. La gente infine si è accorta del suo grande cuore dopo la rinuncia. Un uomo umile, buono, senza nessuna durezza.
Quale eredità lascia alla Chiesa? Un’eredità immensa che va dalla corretta interpretazione del Concilio a grandi aperture come la Lettera ai cristiani della Cina, sulla quale bisognerà ritornare. Quanto al problema dei preti pedofili la sua azione è stata di grande fermezza. Inoltre ha fatto tutto il possibile per ricomporre lo scisma con i lefebvriani e ha avuto grande attenzione all’ecumenismo e al rapporto con gli ebrei. Inoltre ha messo l’accento sulla speranza e sulla gioia di essere cristiani e dato impulso alla Dottrina sociale della Chiesa.
Eppure è stato un Pontificato segnato dalla sofferenza spirituale. A tratti contrastato dall’irrompere del «mysterium iniquitatis», come egli stesso ha detto. Perché?
Con la sua lucidità intellettuale papa Ratzinger ha messo a nudo i mali della società, a partire dalla secolarizzazione, riprendendo l’invito di Giovanni Paolo II alla nuova evangelizzazione, soprattutto in Europa.
E questo può aver dato fastidio alle centrali del pensiero laicista?
Penso di sì, perché la Chiesa sarà sempre un segno di contraddizione. E quanto più essa si afferma, tanto più c’è da aspettarsi una reazione delle forze contrarie. Ma queste difficoltà non sono state il motivo della sua rinuncia. Perché con il suo magistero Benedetto XVI ha sempre tenuto testa alle sfide del laicismo. Un magistero che oggi riconosciamo vivo e presente anche nell’insegnamento di Francesco.
Eminenza, i 12 mesi trascorsi hanno suggerito prospettive diverse nel guardare alla rinuncia di Benedetto XVI?
Sono sempre più convinto che si sia trattato di un atto provvidenziale. Tutto nella Chiesa lo è. Ma Benedetto XVI, con la sua decisione profondamente meditata e maturata nella preghiera, ci ha dato un grande esempio. Quando ha ritenuto di non avere più le forze per far fronte al governo della Chiesa, si è fatto da parte, permettendo di aprire una fase nuova. Tra l’altro, tutto si è svolto con grande serenità e semplicità. Un mese dopo, il 13 marzo, avevamo già il nuovo Papa. E il successore che Dio ci ha dato è stato un grande regalo.
Benedetto XVI, dunque non rischia che un novello Dante lo bolli come il Papa del «gran rifiuto».
Direi proprio di no. Anche perché la sua rinuncia non è stata un abbandonare il proprio posto. Con molta lucidità egli ha misurato le proprie forze e il lavoro da fare. E ha deciso che non si può forzare la Provvidenza. Certo, il suo atto ha stupito perché è il primo caso dei tempi moderni. Ma Benedetto XVI ha fatto i conti anche con il prolungarsi della vita e l’avanzare della vecchiaia. Dunque non si può escludere che in futuro altri Papi possano fare lo stesso.
La rinuncia potrebbe cioè diventare prassi?Non dico questo. Anche perché si tratta di una scelta molto personale, ma vedendo l’attuale tendenza anagrafica, un caso simile potrebbe ripetersi. Intanto ci troviamo di fronte a due esempi diversi, ma entrambi molto belli. Da un lato Giovanni Paolo II, che ha ritenuto suo dovere restare fino all’ultimo, pur nella malattia. Dall’altro Benedetto XVI. Ma queste testimonianze dimostrano la grande libertà di coscienza dei Papi, in base alla quale ognuno giudica quale sia in quel momento il bene della Chiesa. Faccio notare a questo proposito che la profonda umiltà di papa Ratzinger ha colpito la gente, facendo crescere l’affetto per lui.
Si può dire che sia stato compreso veramente solo al momento delle dimissioni?
In una certa maniera sì. Negli otto anni precedenti Benedetto XVI era stato un Papa da scoprire, gustando le sue bellissime omelie e studiando la profondità dei suoi testi. Tuttavia il suo carattere timido e riservato, oltre a una certa ostilità dei media, non lo hanno svelato completamente. La gente infine si è accorta del suo grande cuore dopo la rinuncia. Un uomo umile, buono, senza nessuna durezza.
Quale eredità lascia alla Chiesa? Un’eredità immensa che va dalla corretta interpretazione del Concilio a grandi aperture come la Lettera ai cristiani della Cina, sulla quale bisognerà ritornare. Quanto al problema dei preti pedofili la sua azione è stata di grande fermezza. Inoltre ha fatto tutto il possibile per ricomporre lo scisma con i lefebvriani e ha avuto grande attenzione all’ecumenismo e al rapporto con gli ebrei. Inoltre ha messo l’accento sulla speranza e sulla gioia di essere cristiani e dato impulso alla Dottrina sociale della Chiesa.
Eppure è stato un Pontificato segnato dalla sofferenza spirituale. A tratti contrastato dall’irrompere del «mysterium iniquitatis», come egli stesso ha detto. Perché?
Con la sua lucidità intellettuale papa Ratzinger ha messo a nudo i mali della società, a partire dalla secolarizzazione, riprendendo l’invito di Giovanni Paolo II alla nuova evangelizzazione, soprattutto in Europa.
E questo può aver dato fastidio alle centrali del pensiero laicista?
Penso di sì, perché la Chiesa sarà sempre un segno di contraddizione. E quanto più essa si afferma, tanto più c’è da aspettarsi una reazione delle forze contrarie. Ma queste difficoltà non sono state il motivo della sua rinuncia. Perché con il suo magistero Benedetto XVI ha sempre tenuto testa alle sfide del laicismo. Un magistero che oggi riconosciamo vivo e presente anche nell’insegnamento di Francesco.
Mimmo Muolo (Avvenire)
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Quella rinuncia che ha cambiato la storia
Un anno fa Benedetto XVI lasciava per "vecchiaia" il soglio di Pietro: uno "choc" che ha reso possibile le novità di Francesco
GIACOMO GALEAZZI - ANDREA TORNIELLI
Da un anno il Vaticano non è più lo stesso. A cambiare il corso della storia è stato il gesto clamoroso con cui dodici mesi fa Benedetto XVI è tornato Joseph Ratzinger.
L'11 febbraio 2013 è festa in Vaticano per l'anniversario dei Patti Lateranensi. Il Pontefice tiene un concistoro per i decreti di canonizzazione di alcuni santi e dopo l'annuncio della data in cui questi saranno proclamati, Benedetto XVI comincia a leggere qualcos'altro, sempre in latino, da un foglio che tiene in mano. Deve dire qualcosa di «importante per la vita della Chiesa»: sta diventando vecchio («ingravescente aetate»). Spiega di non aver più le forze per governare la barca di Pietro in un mondo che diventa sempre più veloce. Dopo aver a lungo pregato, in coscienza ha deciso di lasciare. Annuncia l'inizio della sede vacante alle ore 20 del 28 febbraio. Una dichiarazione che Benedetto ha steso di proprio pugno il pomeriggio del giorno prima e che è stata tradotta nelle varie lingue in Segreteria di Stato all'alba di quel lunedì 11 febbraio, dopo che il Sostituto Angelo Becciu ha fatto giurare ogni traduttore che non avrebbe violato il segreto destinato a rimanere tale solo per poche ore.
I volti dei presenti sono attoniti, l'elemosiniere Guido Pozzo, vicino a lui, sembra impietrito, molti porporati hanno lo sguardo fisso e i muscoli facciali immobili. In quel silenzio irreale, il decano del collegio cardinalizio, Angelo Sodano dichiara a nome di tutti: «La notizia ci coglie come un fulmine a ciel sereno».
Di fronte alla forza di cambiamento e di testimonianza che esprime ogni giorno il successore Francesco, ci si è dimenticati che un anno fa molti lessero la rinuncia di Benedetto XVI come una fuga, un segno di impotenza di fronte alle crisi innescate da Vatileaks, di incapacità di governare e riformare la Chiesa. Mentre in realtà, a distanza di dodici mesi, quel gesto appare nella sua grandezza, per l'umiltà che ha caratterizzato il suo protagonista, e per le conseguenze che ha avuto nella vita della Chiesa.
Storico, oltre alla rinuncia di Ratzinger, è stato molto di quello che è venuto dopo: il volo del Papa che lascia il Vaticano in elicottero e sorvola l'Urbe per ritirarsi, ormai «emerito», nella residenza di Castel Gandolfo, il cui portone chiuso alle otto di sera diventa quasi il sigillo sulla fine di un'era. La successiva elezione di un Papa che è contemporaneamente il primo gesuita sul soglio di Pietro, il primo sudamericano, il primo a chiamarsi Francesco. La «coabitazione», anche questa senza precedenti, di due Papi in Vaticano; per non dire delle novità che Bergoglio ha portato sia nell'immagine che nella sostanza stessa del papato, di cui nella «Evangelii gaudium» ha auspicato una «conversione».
Già oggi, la Chiesa di un Papa capace di parlare a tutti e di suscitare l'entusiasmo in tante persone anche lontane, non è più quella di un anno fa. È stato innescato un processo di riforma, con il riordino dei dicasteri di Curia, dello Ior, delle strutture vaticane, che devono essere «al servizio» delle Chiese locali.
Ma più in profondità, e ben al di là delle riforme strutturali, Francesco chiama tutta la Chiesa a uscire da se stessa e ad abbandonare logiche di potere. Anche il problema della convivenza di due Papi in Vaticano appare superato, da una parte grazie alla naturalezza di Bergoglio, che ha definito la situazione come «avere il nonno in casa», cioè l'uomo saggio di cui fare tesoro. Dall'altra per la discrezione di Benedetto XVI, che non intende interferire con l'azione del suo successore, a cui già prima dell'elezione aveva promesso «obbedienza».
Per molti, i fermenti che oggi vive la Chiesa sotto la spinta di Francesco sembrano paragonabili a quelli di una nuova stagione conciliare. E tutto ha avuto inizio quella mattina di un anno fa, da quella prima rinuncia per vecchiaia di un Papa in due millenni di storia della Chiesa: un atto di coraggio, una riforma nel solco del Concilio. È stato lo choc impresso da Ratzinger a rendere possibile la scelta di un Papa venuto dalla fine del mondo, che guarda alla istituzione che deve guidare con l'ottica delle periferie e non del centro, dei poveri e non dell'Occidente spesso opulento ed egoista, che porta una prospettiva nuova, radicalmente evangelica, nel governo e nella pastorale.
Ma un anno dopo la stagione dei veleni può dirsi davvero passata? «Spero che Vatileaks sia una pagina ormai chiusa, anche se può darsi che ci siano ancora dei documenti che sono lì in riserva per esser buttati fuori», avverte l'ex Segretario di Stato Tarcisio Bertone davanti alle telecamere di TgCom24. «Ho un archivio molto ricco - aggiunge - per cui posso rivedere, ritrascorrere questi anni con una documentazione obiettiva dei fatti accaduti, e dare una rilettura che sarà utile per rimettere a posto alcune interpretazioni che forse sono andate anche fuori dalle righe».
Sullo scenario del primo anniversario della rinuncia di Joseph Ratzinger affiora dunque la notifica di possibili nuovi leaks. E rivive nelle ricostruzioni giornalistiche la rappresentazione di una Curia dilaniata da tradimenti, lotte di potere e cordate nel periodo finale del pontificato ratzingeriano, quale emerge dal libro di Nicolas Diat appena pubblicato in Francia, intitolato «L’homme qui ne voulait pas être pape - histoire secrète d’un règne (Albin Michel editore). Dalle cui pagine emerge ancora una volta un quadro generalmente sconfortante sull'entourage papale di allora. Sul sottobosco che gli girava attorno e sul fatto che molti dei protagonisti delle prime e delle seconde file sembrano oggi ancora ripiegati su quelle vicende, quasi ossessionati dal problema di offrire ai media le loro recriminazioni e i rinfacci reciproci in merito alle responsabilità individuali che hanno scatenato il gioco al massacro nell'ultimo periodo del pontificato ratzingeriano.
Il Papa teologo tedesco già aveva dimostrato di saper essere un riformatore, nella lotta agli abusi del clero e nell'avvio del processo di trasparenza finanziaria della Santa Sede. Scendendo dal trono, si è confermato vero riformatore. Ha inserito nella prassi ecclesiale un istituto, quello della rinuncia, che rafforza le potenzialità che la Chiesa ha di riformarsi. E che in qualche modo ridimensiona la figura stessa del vescovo di Roma. La sua rinuncia-shock al pontificato ha rappresentato il precipitare della grave crisi in cui si dibattevano gli organi di governo della Chiesa e allo stesso tempo la scintilla di un moto di rinnovamento come non se ne vedevano da decenni, che ha coinvolto l'intero panorama ecclesiale e i cui esiti restano, a distanza di dodici mesi, ancora difficili da intravedere.