martedì 3 settembre 2013

È questo che volevamo?


Ricky_Schroder.e.3
di Paolo Pugni
Abbiamo inseguito la libertà totale e ci troviamo immersi in un mondo di dolore e di diffidenza. Il solito proclama apocalittico?  Vediamo i fatti.
Libero amore tra due persone che vogliono vivere insieme: tolti i vincoli, della natura non della legge, che partendo dalla persona precisavano che ci dovesse essere una dimensione senza fine, l’unica che garantisse che i due fini della relazione – mutuo aiuto e procreazione- non andassero persi, ci troviamo a dover lottare con femminicidi, famiglie allo sbando, figli persi, bamboccioni, bambagioni, adolescenti killer e così via.
L’amore trasformato in possesso, in soddisfazione persone, in passione produce uomini violenti, fragili, incapaci di rinunciare, di essere sconfitti, che preferisco dar(si) la morte che accettare il dolore, che è parte della vita se non credi che l’esistenza sia una sequenza di diritti personali senza alcun dovere. E donne che rinunciano all’amore per scimmiottare uomini piccoli piccoli.
Questa degenerazione dell’amore da atto della persona, quindi con il coinvolgimento di volontà ed intelletto e non solo istinto o emozione, ha introdotto un nuovo fenomeno noto come pedofilia, cioè la passione sessuale per quelli che rientrano ancora nella categoria di bambini. Ma non è di questa depravazione che voglio parlare quanto del fatto che ora il normale affetto di un adulto per un bimbo, che nella storia di ogni civiltà è stato visto come un elemento di rispetto e di crescita, è visto e giudicato come un possibile atto di pedofilia: il maestro che accarezza l’alunno, il negoziante o il passante che aiuta il bambino smarrito, l’aiuto che veniva offerto ad un piccolo al supermercato, sul tram, per strada e del quale io piccolo ho beneficiato con fiducia oggi è impossibile.
Non che in quegli anni “i mostri” come li chiamavano all’ora non esistessero, e ci dicevano bene di stare all’erta, ma la fiducia verso gli adulti era una delle certezze sulle quali costruire la nostra vita.
Uscire a cena con un figlio alla volta è un modo per stabilire una relazione personale con ognuno di loro, eppure anche questa bella abitudine viene insozzata dal sentire comune che, se maschera dietro un “tutto e lecito” la presunta assenza di giudizio, in realtà giudica e condanna eccome, fingendo di essere politically correct, e ti prende o per un matricolate e attempato playboy, e questo ormai sia se esci con la figlia che con il figlio, o per un padre separato a cena con la prole senza la compagna. E personalmente entrambe le cose mi seccano assai.
Insomma tolto il senso della verità abbia raggiunto la perfetta condizione di homo homini lupus, siamo riusciti a scatenare l’accusa preventiva contro ogni situazione. È questo il mondo che desideravamo?

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Femen, la realtà messa a nudo
di Massimo Introvigne

Ricordate le Femen, le attiviste ucraine che si mettono a seno nudo in piazza in nome del femminismo, del matrimonio omosessuale e della laicità? Sono quelle che hanno distrutto con una motosega in Ucraina la croce eretta in memoria delle vittime dello stalinismo, che si sono spogliate a Notre Dame per i diritti dei gay e hanno contestato Benedetto XVI in Piazza San Pietro. Una di loro ha perfino prestato il volto a Marianna, il simbolo della Rivoluzione francese, per il nuovo francobollo unico che la Francia ha adottato per tutta la corrispondenza, e che è stato presentato personalmente dal presidente Hollande. Le Femen sono ormai una multinazionale, con scuole per attiviste in Francia, in Germania, in Brasile, e un'icona globale del femminismo e dei nuovi diritti.
O lo erano fino a ieri. Perché ieri è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia il film «L'Ucraina non è un bordello» della regista australiana Kitty Green, che ha vissuto per un anno con le Femen a Kiev, ha manifestato con loro e a Roma con le ragazze di Kiev si è perfino fatta arrestare. Partita per girare il suo film da una simpatia per le Femen, la Green ha scoperto tutta una serie di scheletri nell'armadio delle attiviste anti-religiose, che l'hanno indotta almeno parzialmente a ricredersi.
Le Femen non fanno il loro strano mestiere solo per idealismo. Sono regolarmente pagate, con un fisso di mille dollari al mese, ma prendono una quota anche delle donazioni - che arrivano principalmente da uomini, non da donne - e possono arrivate a guadagnare fino a dieci volte tanto. Sono reclutate non in base all’ideologia ma all’avvenenza: inchieste della stampa francese avevano già insinuato che alcune avrebbero precedenti nel mondo della pornografia e della prostituzione semi-amatoriale delle studentesse.
Il pezzo forte del film della Green è il tentativo di rispondere alla domanda: chi recluta le Femen? La risposta è: Viktor Sviatski, un inquietante uomo d’affari ucraino che le Femen hanno presentato come loro «consulente politico» ma che è in realtà, secondo la Green, il loro inventore e il loro padrone. All’inizio, nel film, Sviatski sembra un po’ il misterioso Charlie che dirigeva le detective della serie televisiva «Charlie’s Angels»: nessuno lo vede mai, comunica solo per telefono ma dà istruzioni estremamente precise ed esigenti su cosa fare, dove colpire, e perfino che dieta seguire per apparire congruamente avvenenti. E minaccia anche le ragazze: niente successo mediatico, niente soldi.
Alla fine, Sviatski accetta di parlare con la Green e dichiara di avere creato lui le Femen. Perché lo ha fatto? La risposta è brutale: «Gli uomini fanno di tutto per il sesso: io ho creato il gruppo per avere delle donne». Ma non è – obietta la regista – il contrario del femminismo che le Femen propagandano? La risposta di Sviatski è disarmante: «Spero che vedendo il mio comportamento patriarcale loro alla fine rifiutino quel sistema che io rappresento». E le ragazze che ne pensano? «Senza un uomo dietro, non saremmo mai venute fuori», ammette una di loro nel film. E in effetti che Sviatski gestisca una specie di harem – certo, guadagnandoci anche – era stato suggerito dalla stampa ucraina quando l’uomo d’affari lo scorso 24 luglio era stato aggredito da sconosciuti e pestato nella notte a Kiev. La stampa occidentale, compreso qualche giornale italiano, aveva pensato alla Reazione con la R maiuscola – che, per definizione, è sempre in agguato –, smettendo poi di parlare del caso quando era cominciata a emergere l’ipotesi che all’origine del pestaggio ci fosse invece il fidanzato di una delle ragazze.
La spiegazione del film, però, finisce per apparire un po’ troppo semplice. Uomo fantasioso come sembra essere, se Sviatski cercasse solo sesso e denaro avrebbe potuto procurarseli senza mettere su un baraccone internazionale complicato come quello delle Femen. Per quanto la Green abbia indagato in prima persona, il film non risponde a tutte le domande. Sviatski recluta e paga le ragazze, ma chi paga Sviatski? La storia dei tanti piccoli donatori che, eccitati di fronte alle foto delle bellezze senza veli, mandano il loro obolo alle Femen via Internet non è, neppure lei, del tutto convincente. Le Femen non sono un aneddoto. Fanno propaganda – di enorme risonanza mediatica – per cause ben precise: la lotta alla Chiesa, l’ideologia di genere, il matrimonio omosessuale. Riescono a infiltrarsi in riunioni politiche vietate al pubblico grazie a tessere di grandi agenzie di stampa internazionali non proprio facili da ottenere e che non si comprano su Internet. Da chi le ricevono? Chi c’è dietro Sviatski?
Qualche risposta viene da indagini di stampa, e anche da un curioso gruppo di ragazze francesi che hanno fondato Les Antigones. Il nome viene dall’eroina della tragedia di Sofocle (496-406 a.C.), che muore per testimoniare che la legge divina è al di sopra delle leggi umane, e Les Antigones seguono le Femen protestando contro le loro proteste, non spogliandosi ma indossando tuniche bianche che ricordano il teatro greco. Ben vestite e con l’aria delle brave ragazze, Les Antigones hanno acquistato una certa popolarità, ma naturalmente sono anche state attaccate come «fasciste», cattoliche tradizionaliste o signorine ricche e annoiate in cerca di distrazioni.
Una delle Antigones si è anche infiltrata fra le Femen. Intervistata alla radio, ha sostenuto che la pista del denaro porta agli Stati Uniti – non ha fatto nomi, ma qualche organo di stampa ha menzionato il finanziere George Soros, noto per avere donato cento milioni di dollari a gruppi che promuovono il matrimonio omosessuale e l’aborto – e che le Femen sono un gruppo «lanciato dalla sinistra euro-americana al servizio della sua agenda politica e geopolitica». L’anonima Antigone – che ha infiltrato le Femen all’epoca della loro protesta a Roma contro Silvio Berlusconi – ha pure affermato che le Femen «si sono interessate molto presto all’Italia. Ho avuto l’impressione che dovessero dare una mano a far cadere Berlusconi nel quadro della lotta di certi ambienti finanziari interessati a tenere l’Italia sotto controllo».
Femen contro Antigones: una guerra che diverte la Francia e che assomiglia troppo a una commedia brillante per ricavarne profonde considerazioni politiche. Ma che forse giustifica una richiesta alle Femen: se la verità è nuda, la prossima volta – invece dei consueti slogan – si scrivano addosso, cortesemente, quanto sono pagate e da chi.