Conclusa a Bergamo la Settimana liturgica nazionale.
(Giuliano Zanchi) Si è appena svolta a Bergamo, dal 26 al 30 agosto, l’annuale celebrazione della Settimana liturgica nazionale con il titolo «Cose nuove e cose antiche. La liturgia a 50 anni dal Concilio». Da sessantaquattro anni il Centro di azione liturgica (Cal), come culmine del proprio quotidiano impegno per la cura di una corretta sensibilità liturgica, promuove una settimana di convegno nella quale studiosi della materia ne approfondiscono analiticamente la posta in gioco teorica portandola il più possibile vicino alle sue necessarie e indispensabili ricadute pastorali.
La Settimana liturgica è così diventata nel tempo un atteso punto di riferimento per molti sacerdoti, religiosi e laici quotidianamente alle prese con la fascinosa e complessa arte del celebrare, che da tutta Italia raggiungono la sede annuale del convegno. Quest’anno è stata la volta di Bergamo, già teatro della Settimana liturgica in due precedenti occasioni (1972 e 1987).
L’ambientazione bergamasca della Settimana liturgica 2013 è stata raccomandata da diversi e significativi anniversari. Innanzitutto il sessantesimo anniversario della morte di Adriano Bernareggi. Vescovo di Bergamo dal 1936 al 1953, precoce e sensibile cultore di una cultura estetica e liturgica che avrebbe preparato il terreno ai temi del concilio, Bernareggi è stato il primo presidente del Cal, che contribuì a fondare fin dall’ottobre del 1947, pochi mesi prima della pubblicazione dell’enciclica Mediator Dei di Pio XII. Ma in questo stesso anno si aggiungono il cinquantesimo anniversario della morte di Giovanni XXIII, Papa bergamasco del concilio Vaticano II, nonché il cinquantesimo anniversario di promulgazione del decreto conciliare sulla liturgia Sacrosanctum concilium. Nell’anno che celebra l’anniversario dell’indizione del Vaticano II è sembrata una scelta quasi dovuta quella di dedicare la Settimana liturgica a una memoria ragionata della riforma liturgica — primo frutto concreto dei lavori conciliari — e un bilancio spassionato della sua applicazione pastorale. I due momenti difatti — quello delle intenzioni profonde della riforma e quello della sua attuazione — si sono susseguiti con una repentinità che certamente ha impresso slancio e cordialità immediati al bisogno di una riforma della liturgia per la vita della Chiesa, ma nello stesso tempo ha portato con sé un impeto talvolta impermeabile al bisogno di un paziente e prolungato accompagnamento teologico e pastorale. La circostanza è probabilmente all’origine sia della precipitosa leggerezza di taluni esperimenti di rinnovamento liturgico abbandonati a derive inaccettabili. Sia alla fragilità complessiva di una media prassi liturgica che stenta a ritrovare realmente lo slancio spirituale e la verità umana che si addicono alla celebrazione cristiana. Si comprendono forse solo adesso il bisogno e i criteri di una necessaria arte del celebrare senza la quale i cambiamenti concreti apportati al rito scadono a piccoli espedienti di semplificazione linguistica.
L’impianto generale del convegno (elaborato in collaborazione con la diocesi di Bergamo) ha inteso quindi ricollocare la questione della riforma liturgica nell’orizzonte delle grandi categorie di fondo della “teologia” conciliare: il rinnovato sguardo sulla Rivelazione (Dei Verbum), un’ecclesiologia di comunione (Lumen gentium), una cordiale fraternità con la cultura degli uomini (Gaudium et spes). Sacrosanctum concilium e la riforma liturgica nascono come frutto circolare di queste poste in gioco di fondo che con il concilio hanno rinnovato il volto della Chiesa e la sua missione nel mondo.
Lo ha mostrato con lucidità la prolusione introduttiva di monsignor Felice di Molfetta, vescovo di Cerignola - Ascoli Satriano e presidente del Cal, in una relazione intrisa di una personale memoria dei giorni conciliari. «Proprio nella dinamica tra nova et vetera — ha affermato il presule — il Vaticano II è diventato come un “segno di contraddizione” nella Chiesa di questi cinquant’anni. Né ciò dovrebbe meravigliarci se consideriamo che tutti i grandi concili hanno sempre suscitato un momento di forte impatto critico; essi sono infatti un atto di tradizione vivente: in quanto atto di tradizione, il Vaticano II ha inteso tornare alle origini, partendo da una domanda presente; in quanto atto vivente, la ripresa dall’inizio ha rappresentato un gesto nuovo di discernimento dell’epoca attuale».
Il lavori sono stati condotti secondo la triplice scansione degli atti fondamentali della vita cristiana: la parola, il rito, la comunità. La grande architrave conciliare sta nella riscoperta di una concezione non dottrinalistica della rivelazione. Dio parla nella storia e lo fa attraverso parole umane. La Scrittura in questo senso è parte di un evento più complessivo. Discende da queste categorie di fondo la restituzione alla vita cristiana di una Liturgia della Parola. Monsignor Ermenegildo Manicardi, biblista e rettore dell’Almo Collegio Capranica, innestandosi nel solco di questi ragionamenti, ha messo in luce i criteri necessari alla naturale connessione fra testimonianza biblica e proclamazione della Parola di Dio. La Parola è viva quando essa è proclamata come atto vivente del Cristo vivo. Da questo punto di vista, don Paolo Tomatis, direttore dell’ufficio liturgico di Torino, ha sondato il caso serio della predicazione, autentica riscoperta della liturgia conciliare, nella quale l’atto con cui la Chiesa interpreta la Parola è esso stesso parte integrante della liturgia. Sotto questo profilo la predicazione nella Chiesa rende viva la Parola solo quando è in grado di renderla luce per le concrete questioni di vita dell’uomo di oggi. Dio continua a parlare all’uomo solo e soltanto con parole umane.
Goffredo Boselli, monaco di Bose, ha trattato la questione dell’eloquenza del gesto liturgico, considerando la questione attraverso il tema specifico della fractio panis. I gesti dell’ordine rituale sono tanto più eloquenti quanto più essi mantengono la loro radice spirituale nell’eloquenza stessa del gesto fondatore di Gesù. Monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e già preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ha stretto il fuoco dell’indagine sul “caso serio” dell’eucaristia domenicale. La vocazione liturgica della vita cristiana non si esaurisce nella celebrazione eucaristica. Tuttavia essa ne è come il centro simbolico. Essa rappresenta il metronomo concreto dell’ordinaria costruzione comunitaria della Chiesa. I convegnisti hanno potuto anche godere di una preziosa testimonianza dell’arcivescovo Loris Francesco Capovilla, già segretario di Giovanni XXIII, da molto tempo residente a Sotto il Monte, paese natale di Papa Roncalli. La settimana liturgica si è conclusa come d’abitudine con una relazione di Enzo Bianchi, priore di Bose, che ha fatto della sua comunità monastica uno dei luoghi di maggiore impegno per il discernimento conciliare della questione liturgica. La sua relazione ha messo bene in luce come le scelte della riforma liturgica vanno certamente scagionate dall’imputazione di essere le principali responsabili delle disillusioni pastorali dei decenni successivi il concilio. L’appuntamento si è concluso con l’annuncio che la prossima edizione, la sessantacinquesima, che verrà ospitata dalla diocesi di Orvieto-Todi.