sabato 21 settembre 2013

Parole per la speranza

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Papa Francesco a Cagliari. 

(Mons. Arriglio Miglio, arcivescovo di Cagliari) Fin dal momento dell’elezione di Papa Francesco furono molti in Sardegna a segnalare il legame di Bonaria con Buenos Aires e a insistere perché il nuovo Pontefice accettasse l’invito a venire pellegrino sul colle di Bonaria. È stato il Papa stesso a spiegare, nell’Udienza del 15 maggio scorso, il legame storico e spirituale tra il santuario di Bonaria e la sua città, che proprio da Bonaria ha preso il nome.Fu Pio X a proclamare la Madonna di Bonaria patrona massima della Sardegna. Il santuario ha dunque un’importanza regionale e il pellegrinaggio del Santo Padre diventa così una visita pastorale che abbraccia tutta l’isola. È questa prospettiva unitaria che si è tenuta sempre presente. Poiché i problemi pastorali e sociali riguardano tutta l’isola, le risposte devono essere unitarie e vanno cercate insieme. Non è scontato e non è facile, perché la ricchezza delle tradizioni locali, delle culture che caratterizzano i diversi territori, delle stesse espressioni diversificate della “limba” sarda (con alcune vere e proprie minoranze linguistiche), tutto questo rischia di far perdere di vista la necessità di affrontare insieme i problemi comuni e di rispondervi con la forza che viene dall’essere uniti. A cominciare dai problemi sociali ed economici, primo fra tutti quello del lavoro per i giovani, certo, ma anche per tutti i padri di famiglia che vivono in una precarietà ormai insopportabile. La giornata di Papa Francesco in Sardegna inizia non a caso con i rappresentanti del mondo del lavoro, o, come spesso diciamo con amara ironia, del “non lavoro”: dall’area mineraria e industriale del Sulcis Iglesiente a quella di Porto Torres a quella di Ottana e varie altre. Ma non esiste solo il comparto minerario e industriale. Papa Francesco trova davanti a sé i problemi del mondo agropastorale; di un turismo che ha bisogno di uno sviluppo ben più ampio; della salvaguardia ambientale e del dramma degli incendi dolosi; dei trasporti e della continuità territoriale verso la Penisola. Tutti hanno bisogno di speranza e di capire quali sono le parole chiave per coltivarla. Non si risolve tutto con aiuti economici, pur urgenti: servono i progetti e specialmente una cultura nuova del bene comune, con un’integrazione della Sardegna con l’Italia e il Mediterraneo. La visita di Papa Francesco diventa preziosa per le parole forti che lui sa dire e anche per questa grande assemblea del mondo del lavoro, riunito questa volta per guardare avanti insieme, per sperare, per prendere più coscienza di quali siano i punti di forza che permettano di uscire dal pantano.
Altri due momenti significativi della giornata di Papa Francesco sono la visita al Pontificio Seminario Regionale e alla Pontificia Facoltà Teologica, due istituzioni regionali della massima importanza per la vita di tutte le Chiese che sono in Sardegna. I problemi pastorali sono comuni e quindi anche la risposta dev’essere comune. Dalla fine degli anni Ottanta e lungo tutti gli anni Novanta si era prolungata l’esperienza preziosa del concilio plenario sardo, che ha contribuito a far prendere coscienza dei problemi comuni e della opportunità di risposte unitarie. Tutti però sappiamo che il cambiamento di mentalità richiede tempi lunghi, portando con pazienza e costanza nella pastorale quotidiana le prospettive conciliari. Il seminario regionale e la Facoltà teologica sono luoghi privilegiati per far maturare una mentalità ecclesiale e pastorale di comunione e di lavoro nello spirito della pastorale integrata, per continuare a costruire la risposta comune delle Chiese che sono in Sardegna ai problemi dei giovani, delle famiglie, dell’evangelizzazione che passa ancora principalmente attraverso il cammino dell’iniziazione cristiana e della pietà popolare e tocca anche tutti i problemi sociali già ricordati.
La giornata di Papa Francesco in Sardegna ha il suo cuore nella celebrazione al santuario di Bonaria e nell’incontro in cattedrale con i carcerati e con una rappresentanza di coloro che sono seguiti in vario modo dalla Caritas. Accompagnare queste persone nei due luoghi più cari ai cagliaritani e a tutti i sardi significa accogliere e prendere sul serio il messaggio insistente di Papa Francesco: una Chiesa povera, per i poveri e dei poveri, che parta da loro per evangelizzare tutta la società e così aiutare la società a meglio comprendere che il servizio ai poveri è la condizione per uscire dalla crisi e per non cadere in crisi peggiori.
L'Osservatore Romano

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Problemi e speranze dell’isola che domenica 22 settembre accoglie Papa Francesco. Nell’antica bisaccia dei pastori sardi

(Mario Ponzi) Papa Francesco a Cagliari per la seconda visita pastorale del pontificato in Italia, si trova dinnanzi a una popolazione provata da difficoltà e problemi ma non certo disposta a gettare la spugna. Non a caso il Pontefice ha scelto di incontrare per primi i lavoratori, gli imprenditori, le organizzazioni di categoria e soprattutto i numerosi disoccupati dell’isola. Sa bene che in Sardegna non c’è famiglia che non faccia i conti direttamente con il dramma della mancanza di lavoro e della fatica ad arginare gli effetti devastanti della crisi economica di questi tempi. È come riprendere un discorso iniziato lo scorso mese di aprile in piazza San Pietro, con i lavoratori del gruppo “E On” di Fiume Santo alle prese con le minacce di licenziamenti nonostante i notevoli ricavi della società di produzione di energia. All’incontro col Pontefice sono previsti stavolta i rappresentanti dell’Alcoa, del petrolchimico di Porto Torres e delle altre fabbriche del Sulcis che ormai non producono altro se non disoccupazione. E i rappresentanti del terziario e del turismo, anch’essi alle prese con un vistoso calo di produttività, e i rappresentanti del mondo agropastorale, custode un tempo della ricchezza di una terra che aveva nella pastorizia uno dei suoi gioielli più preziosi. 
Racconteranno al Papa il quotidiano alternarsi di prospettive e fallimenti, di speranze e delusioni, certi di essere compresi da chi ogni giorno è in prima linea per tutelare e far valere il prezioso diritto di tutti al lavoro. Vogliono affidargli la loro ostinazione e il loro impegno per conservare il posto. E lo faranno anche consegnandogli un messaggio custodito in un’antica bisaccia, la caratteristica “bertula” sarda. Si tratta di un oggetto che risale alla più pura tradizione isolana e che, proprio per questo, assume significati particolari. Intanto è un simbolo di vita. In essa i pastori e contadini portavano il pane e i viveri per le tante giornate da trascorrere in campagna. Al tempo stesso, però, è considerata un simbolo del lavoro. Serviva infatti anche per trasportare il latte, il formaggio e gli altri frutti della terra prodotti nella giornata. Con il passare del tempo la bertula divenne uno strumento di denuncia di situazioni difficili, restando desolatamente vuota a causa dell’ingiustizia, della disoccupazione, della povertà, che hanno prodotto disagio sociale, insicurezza, scoraggiamento nelle persone e nelle famiglie. 
Nella bertula che consegneranno al Papa, gelosamente conservata in questi anni da una contadina di Zuri, un paese del centro Sardegna, ci sarà dunque il loro messaggio. In esso si legge tra l’altro: «Caro Papa, la lunga crisi ha accentuato i problemi, sono cresciute la disoccupazione e la povertà. La condizione di precarietà sta producendo conseguenze gravissime e in Sardegna quasi la metà della popolazione ha un reddito al di sotto della soglia di povertà relativa e assoluta». Ma nel messaggio c’è spazio anche per la speranza «perché la sua voce — scrivono al Papa — costituisce una continua sollecitazione affinché i responsabili della cosa pubblica la riempiano di attenzione ai poveri e agli ultimi. Noi le chiediamo di aiutarci a riempirla di speranza e di impegno».
Attendono le sue parole con fiducia. Sanno che si tratterà comunque di un intervento importante. Effettivamente la crisi economica che ha colpito la Sardegna è senza precedenti in Europa, con un tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge una media regionale del 47 per cento contro il 36 per cento nazionale, e che in alcune aree tocca persino il 54 per cento. Una situazione dunque che non è esagerato definire drammatica, le cui conseguenze più gravi ricadono sulla famiglia e sui giovani.
Papa Francesco arriva nel momento forse più difficile per le nuove generazioni, illuse e poi disilluse in un batter d’occhio, derubate persino della speranza, e con davanti il baratro di una deriva che scivola verso gli angoli più bui della disperazione. Eppure sono proprio i giovani a mostrare il volto di quella Sardegna che non vuole gettare la spugna. Tra di loro ci saranno anche molti reduci della gmg di Rio de Janeiro. Anzi, proprio da loro è venuto l’impulso a guardare con fiducia all’incontro di domenica pomeriggio con Papa Francesco. Del resto, hanno vissuto l’attesa partecipando a diverse veglie di preghiera animate nelle parrocchie cittadine. Un’attesa che culminerà proprio sabato sera nella missione giovani per le strade della città di Cagliari curata dai frati minori.
È una dimensione, quella spirituale e religiosa, che parlando del popolo sardo non può passare in secondo piano, neppure in un momento di crisi come l’attuale. «La visita del vescovo di Roma, che in quanto tale è successore dell’apostolo Pietro e vicario di Cristo su questa terra, sarà per tutti noi — hanno scritto ai loro fedeli i presuli della Sardegna — un forte richiamo, in questo Anno della fede, a rinnovare come Pietro la nostra fede nel Signore Gesù. Diciamo grazie a Papa Francesco che con il suo pellegrinaggio ci prende per mano e ci guida ai piedi di Maria, perché tutti possiamo sempre riscoprirla come modello di vita cristiana e madre della speranza. Maria è la madre attenta a tutte le povertà dei suoi figli, stella luminosa per coloro che si trovano a navigare in acque tempestose, oggi come nel passato».
I sardi hanno voglia di ricominciare. E al Pontefice si presenteranno forti di un’anima forgiata attraverso secoli di lotte e di invasioni. La loro fede, come le loro stesse virtù umane, è radicata nel sangue dei martiri che portarono nell’isola il primo annuncio del Vangelo. Virtù custodite nel seno di famiglie saldamente ancorate alle proprie origini, tramandate di volta in volta alle generazioni successive. Non c’è dunque da meravigliarsi se tra i doni più belli che si preparano a mostrare al Papa ci sarà proprio la fede: «la fede dei semplici, degli umili». Certamente gli parleranno delle sfide che questa fede tenace deve affrontare quotidianamente. Sfide comuni a tante altre popolazioni d’Italia, d’Europa e del resto del mondo, ma qui vissute in maniera sostanzialmente diversa. Nell’isola si vive oggi la grande illusione creata dall’irrompere della modernità industriale e post-industriale, con la sua proposta di un benessere mai realizzatosi pienamente. Non solo le aspettative sono andate deluse, ma si è consumato il lento e progressivo spopolamento della campagne che ha finito per dare a questa terra il colpo di grazia. Oggi le canne fumarie del Sulcis, ormai definitivamente spente da tempo, sembrano monumenti all’illusione.
Al Papa Francesco ora chiedono la forza e il coraggio per un nuovo slancio verso un domani migliore, nel quale non abbia più spazio neppure l’indifferenza di quel “continente”, come chiamano i sardi il resto dell’Italia, dal quale spesso si sentono storicamente esclusi. E sperano che la sua presenza sull’isola serva a gettare le basi di quel ponte di solidarietà che faccia sentire la Sardegna e i sardi parte viva dell’Italia.

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Il legame tra Buenos Aires e la Madonna di Bonaria. Dalla collina dell’aria buona

(Pietro Meloni, Vescovo emerito di Nuoro) La voce di Papa Francesco che annunziava la sua visita al santuario della Madonna di Bonaria, in Sardegna, ha fatto trasalire di gioia la comunità dei sardi presente in quella splendida mattina del 15 maggio in piazza San Pietro: «Cari amici, vi ringrazio per la vostra presenza e di cuore affido voi e le vostre comunità alla materna intercessione della Vergine santa che venerate con il titolo di Madonna di Bonaria. A questo proposito, vi vorrei annunciare che desidero visitare il santuario a Cagliari... perché fra la città di Buenos Aires e Cagliari c’è una fratellanza per una storia antica».
Jorge Mario Bergoglio è nato a Buenos Aires. E di Buenos Aires è stato arcivescovo. È un porteño devoto a san José de Flores e tifoso del San Lorenzo de Almagro. La sua idea di visitare la Sardegna nasce dal desiderio di innalzare la sua preghiera alla Madonna di Bonaria, che ha dato il nome alla capitale della sua Argentina. È il nome che fu scelto dai marinai che approdarono al Rio de la Plata il 3 febbraio 1536 con sedici navi spagnole, che avevano a bordo 1600 navigatori capitanati da Pedro de Mendoza, tra i quali forse alcuni marinai sardi. A bordo vi erano anche i padri mercedari Juan de Salazar e Juan de Almancia, provenienti da Siviglia, dove si era già diffusa la devozione alla Vergine di Bonaria, proclamata da tempo patrona dei naviganti.
Il Papa, ricordando l’approdo di don Pedro e il suo progetto di fondare una città, ha detto che «i marinai che lo avevano portato laggiù erano sardi e loro volevano che si chiamasse Città della Madonna di Bonaria». I padri mercedari, fondati a Barcellona nel 1218 da san Pietro Nolasco per la liberazione degli schiavi, erano giunti sulla ridente collina di “aria buona” dinanzi al mare di Cagliari nell’anno 1335 e lassù avevano costruito il convento accanto alla chiesa donata loro dal re Alfonso. Il 25 marzo 1370 accolsero a Bonaria la misteriosa statua della Madonna, giunta su una nave catalana salvatasi miracolosamente dal naufragio per l’intercessione della madre di Dio.
I grandi navigatori europei diffondevano il Vangelo e la devozione a Nostra Signora di Bonaria, ospitando sulle loro navi i mercedari, come fece anche Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio verso le Americhe. La città di Buenos Aires, fondata da Pedro de Mendoza nel 1536, fu rifondata da Juan de Garay il Nueve de Julio 1580, che divenne per gli argentini il giorno della grande festa. Nel quarto centenario, che fu celebrato nell’anno 1980, i festeggiamenti avvennero in gemellaggio con la Sardegna, la quale aveva eretto qualche anno prima nel porto di Buenos Aires una statua della Madonna di Bonaria, benedetta dall’arcivescovo di Cagliari. Una nuova statua lignea fu innalzata poi nell’altare maggiore della chiesa cattedrale. Jorge Mario Bergoglio la onorava ogni giorno e desiderava compiere un pellegrinaggio per contemplarla in Sardegna.
Noi sardi, che ci sentiamo amici di Buenos Aires, pregheremo per tutti gli emigrati in Argentina e in particolare per i due giovani sardi, Martino Mastinu e Mario Bonarino Marras, che sono stati uccisi sotto la dittatura militare nel 1976 e che le madri hanno pianto nella Plaza de Mayo. E ricorderemo che nel Gran Chaco argentino morì martire per la fede il 27 ottobre 1683 il giovane missionario gesuita sardo padre Juan Antonio Solinas, insieme a un sacerdote e a diciannove cristiani indigeni.
La festa di Nostra Signora di Bonaria viene celebrata il 24 aprile e proprio il 24 aprile 1870, nel cinquecentesimo anniversario dell’arrivo della statua, la Madonna venne incoronata regina, preludio alla sua proclamazione a patrona massima della Sardegna, decretata il 13 settembre 1907 da Pio X. Proprio in quel tempo a Buenos Aires fu eretta dai mercedari una grandiosa basilica in onore di “Nuestra Señora de los Buenos Aires”.
Il 24 aprile 1970, nel sesto centenario, Paolo VI venne in Sardegna e la salutò dicendo: «Salute a te, Sardegna nobile e forte, generosa e paziente, laboriosa e fiera! Salute a te, Sardegna, terra di martiri e di santi!». Papa Montini celebrò la messa dinanzi alla basilica di Bonaria, dicendo a tutti i credenti: «Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani». Il 20 ottobre 1985 Giovanni Paolo II a Bonaria disse che «il Santuario della Madonna di Bonaria è sempre stato, per le nazioni e le genti più diverse, un’attrattiva universale, un centro di unità e di concordia». Infine Benedetto XVI il 7 settembre 2008, a conclusione del centenario della proclamazione della patrona massima della Sardegna, auspicò per i sardi e per il mondo che, sotto lo sguardo materno di Maria, potesse nascere «una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile».
L'Osservatore Romano