sabato 7 settembre 2013

Per la pace. Le preghiere di cinque Pontefici



   

Di seguito il testo delle cinque preghiere per la pace suggerite ai fedeli nel corso della veglia in piazza San Pietro sabato 7 settembre.
Pio XII
Caro Gesù,
anche tu fosti un giorno bambino come noi, e ci hanno detto che amavi di avere i piccoli vicino a te.
Così noi veniamo ora, fanciulli di tutte le nazioni del mondo, ad offrirti i nostri ringraziamenti e ad elevare a te la nostra preghiera per la pace.

Tu brami di essere con noi in ogni ora e in ogni luogo;
fa’ dunque dei nostri cuori la tua dimora, il tuo altare e il tuo trono.
Fa’ che tutti formiamo una sola famiglia, unita sotto la tua custodia e nel tuo amore.
Tieni lontano da ogni uomo, giovane o adulto, i pensieri e le opere dell’egoismo, che separano i figli del Padre celeste gli uni dagli altri e da te.
Sia a tutti la tua grazia scudo contro i nemici del Padre tuo e tuoi; perdona loro, o Signore; essi non sanno quello che fanno.
Se gli uomini col tuo aiuto si ameranno l’un l’altro, vi sarà vera pace nel mondo, e noi bambini potremo vivere senza il timore degli orrori di una nuova guerra.
Noi chiediamo alla tua immacolata Madre Maria, che è anche la Madre nostra, di offrire a te questa nostra preghiera di pace.
Tu allora certamente la esaudirai.
Grazie, o dolce Gesù!
Così sia!
Giovanni XXIII
Principe della pace, Gesù Risorto,
guarda benigno all’umanità intera.
Essa da te solo aspetta l’aiuto e il conforto alle sue ferite.
Come nei giorni del tuo passaggio terreno,
tu sempre prediligi i piccoli, gli umili, i doloranti;
sempre vai a cercare i peccatori.
Fa’ che tutti ti invochino e ti trovino, per avere in te la via, la verità, la vita.
Conservaci la tua pace,
o Agnello immolato per la nostra salvezza:
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace! Allontana dal cuore degli uomini ciò che può mettere in pericolo la pace, e confermali nella verità, nella giustizia, nell’amore dei fratelli.
Illumina i reggitori dei popoli, affinché, accanto alle giuste sollecitudini per il benessere dei loro fratelli, garantiscano e difendano il grande tesoro della pace;
accendi le volontà di tutti a superare le barriere che dividono, a rinsaldare i vincoli della mutua carità, a essere pronti a comprendere, a compatire, a perdonare,
affinché nel tuo nome le genti si uniscano, e trionfi nei cuori, nelle famiglie, nel mondo la pace, la tua pace.
Paolo VI
Signore, Dio di pace, che hai creato gli uomini,
oggetto della tua benevolenza,
per essere i familiari della tua gloria,
noi ti benediciamo e ti rendiamo grazie;
perché ci hai inviato Gesù, tuo figlio amatissimo,
hai fatto di lui, nel mistero della sua Pasqua,
l’artefice di ogni salvezza,
la sorgente di ogni pace, il legame di ogni fraternità.
Noi ti rendiamo grazie per i desideri,
gli sforzi, le realizzazioni
che il tuo spirito di pace ha suscitato nel nostro tempo,
per sostituire l’odio con l’amore,
la diffidenza con la comprensione,
l’indifferenza con la solidarietà.
Apri ancor più i nostri spiriti ed i nostri cuori
alle esigenze concrete dell’amore
di tutti i nostri fratelli,
affinché possiamo essere sempre più dei costruttori di pace.
Ricordati, Padre di misericordia,
di tutti quelli che sono in pena,
soffrono e muoiono del parto di un mondo più fraterno.
E per gli uomini di ogni razza e di ogni lingua
venga il tuo regno di giustizia, di pace e d’amore.
E che la terra sia piena della tua gloria!
Giovanni Paolo II
Dio dei nostri Padri,
grande e misericordioso,
Signore della pace e della vita, Padre di tutti.
Tu hai progetti di pace e non di afflizione, condanni le guerre e abbatti l’ orgoglio dei violenti.
Tu hai inviato il tuo Figlio Gesù ad annunziare la pace ai vicini e ai lontani, a riunire gli uomini di ogni razza e di ogni stirpe in una sola famiglia.
Ascolta il grido unanime dei tuoi figli, supplica accorata di tutta l’umanità: mai più la guerra, spirale di lutti e di violenza; minaccia per le tue creature in cielo, in terra e in mare.
In comunione con Maria, la Madre di Gesù, ancora ti supplichiamo: parla ai cuori dei responsabili delle sorti dei popoli, ferma la logica della ritorsione e della vendetta, suggerisci con il tuo Spirito soluzioni nuove, gesti generosi ed onorevoli, spazi di dialogo e di paziente attesa più fecondi delle affrettate scadenze della guerra. Concedi al nostro tempo giorni di pace.
Mai più la guerra.
Benedetto XVI
Dio di tutti i tempi,
porto al tuo cospetto le gioie, le speranze e le aspirazioni, le prove, la sofferenza e il dolore di tutto il tuo popolo in ogni parte del mondo.
Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ascolta il grido degli afflitti, di chi ha paura, di chi è privo di speranza;
manda la tua pace in terra Santa, nel Medio Oriente, in tutta la famiglia umana;
muovi i cuori di quanti invocano il tuo nome, perché percorrano umilmente il cammino della giustizia e della compassione.
«Buono è il Signore con chi spera in Lui,
con colui che lo cerca!».

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Con il Pontefice credenti di tutto il mondo. Una comune vocazione   

(Riccardo Burigana) «Ci uniamo all’invito di Papa Francesco per pregare e per lavorare per la pace in Siria, in modo del tutto speciale sabato 7 settembre»: con queste parole il pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del World Council of Churches (Wcc), ha concluso la lettera aperta rivolta ai membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nella lettera, che porta la data del 4 settembre, Fykse Tveit ha espresso una condanna per l’uso delle armi, in particolare quelle chimiche, e ha ricordato che «la Siria e il Medio Oriente hanno bisogno di pace e non di guerra in questo momento». 
Per questo non c’è altra strada che promuovere un dialogo che possa condurre la Siria verso la pace e la giustizia: «Nessun attacco o intervento militare può risolvere la crisi in Siria». Con questa lettera Fykse Tveit ha mostrato così la profonda sintonia con le parole di Papa Francesco per la pace da ricercare con il dialogo, esprimendo una condanna della guerra senza appello.
Sintonia del movimento ecumenico confermata anche dalla Dichiarazione comune rilasciata il 6 settembre dal presidente della Conferenza delle Chiese europee, il vescovo anglicano Christopher Hill, e il presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, il cardinale Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest, che rivolgendosi ai leader delle nazioni hanno chiesto di «privilegiare la via del dialogo piuttosto che le armi».
Si possono ricondurre a questa condanna ecumenica della guerra anche il discorso del primate della Comunione anglicana, l’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby alla Camera dei Lord, il 30 settembre, la dichiarazione del vescovo Munib Younan e del pastore Martin Junge, rispettivamente presidente e segretario della Lutheran World Federation, del 2 settembre, la lettera del pastore Setri Nyomi, segretario generale della World Communion of Reformed Chruches del 4 settembre, nella quale si chiede alle comunità di pregare per la pace in Siria nei giorni del 7 e dell’8 settembre. Quest’ultima lettera è stata ripresa dal Conselho Nacional de Igrejas Cristäs do Brasil, che non solo ha invitato alla preghiera ma ha riferito anche delle iniziative ecumeniche in programma in tante comunità locali in Brasile.
Il 3 settembre il Consejo Latinoamericano de Iglesias (Clai) ha rivolto una lettera al presidente Barack Obama, dicendo «di unirsi al forte appello per la pace che il sommo pontefice di una nostra Chiesa sorella, Papa Francesco ha rivolto, indicando nel dialogo l’unica strada per risolvere i conflitti». In questa lettera, che porta la firma del pastore Felipe Adolf e di Nilton Giese, presidente e segretario del Clai, si dice di aver accolto l’idea di dedicare una giornata di preghiera per la Siria, recependo così l’invito di Papa Francesco.
Questo invito è stato accolto non solo dal Clai ma da numerosi organismi ecumenici nazionali, come il National Council of Churches in Australia, particolarmente impegnato da anni per la pace, anche per la presenza al suo interno della Chiesa cattolica. Di venerdì 6 settembre è la dichiarazione del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, che si è rivolto ai partecipanti del G20 in corso a San Pietroburgo per chiedere loro di trovare una soluzione non militare al conflitto in corso in Siria, dicendo di voler condividere l’invito di Papa Francesco di dedicare la giornata di sabato 7 alla preghiera per la Siria.
Di particolare rilievo da un punto di vista ecumenico è anche la dichiarazione di Michael Perreau, segretario generale delle United Bible Societies, che non solo ha espresso il proprio apprezzamento per le parole di Papa Francesco, ma ha confermato l’adesione alla giornata di preghiera, ricordando che «le società bibliche condannano qualunque forma di violenza contro uomini, donne e bambini di ogni età, razza e religione e chiedono alla comunità internazionale di fare il possibile per il rispetto della dignità umana».
Anche in Italia numerose sono state le dichiarazioni di condivisione della proposta di Papa Francesco. Il pastore Massimo Aquilante, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, ha detto che «la pace è una questione che riguarda tutti i cristiani, indipendentemente dalla confessione a cui appartengono: per questo accogliamo con profonda consapevolezza cristiana l’invito di Papa Francesco per una giornata di preghiera per la pace». L’imam Izzedin Elzir, presidente dell’Unione delle comunità islamiche in Italia, ha invitato i fedeli musulmani «a affiancare i cristiani con la preghiera a Colui che è pace». Nei giorni scorsi ci sono state varie iniziative come la lettera della Commissione per l’ecumenismo dell’arcidiocesi di Bologna e della locale comunità metodista-valdese per una condivisione ecumenica della preghiera per la pace in Siria e come l’incontro dell’arcivescovo di Pescara-Penne, Tommaso Valentinetti, con l’imam Mustafà Batrami, responsabile della Comunità islamica abruzzese, e con il padre Anatoliy Grytskiv, direttore canonico per l’Abruzzo e il Molise del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che hanno confermato il comune impegno per fare insieme qualcosa per condannare la violenza e per costruire la pace. Tra le iniziative ecumeniche, previste per oggi, si deve ricordare la partecipazione del Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano alla veglia di preghiera silenziosa in Sant’Ambrogio, presieduta dal cardinale arcivescovo Angelo Scola.

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Il cardinale Robert Sarah parla della sua esperienza nei campi dove sono accolti i profughi siriani. Una situazione straziante.

(Mario Ponzi) Un ulteriore aggravarsi della situazione militare in Siria avrebbe conseguenze terribili sulla già martoriata popolazione. Lo dice accorato il cardinale Robert Sarah, presidente di Cor Unum, perché ha toccato con mano il dramma che si consuma quotidianamente tra le genti siriane, sia quelle che restano, pur sfollate, nella loro terra, sia quelle che cercano rifugio nei Paesi confinanti. Ne ha fatto esperienza personale visitando i campi profughi in Libano e in Giordania quando, nel febbraio scorso, si è recato nella regione per portare l’aiuto e la solidarietà del Papa. Il porporato ricorda quei giorni nell’intervista rilasciata al nostro giornale.
Sono trascorsi sette mesi dalla missione che lei ha guidato per portare ai profughi siriani la solidarietà e il sostegno del Papa. Già allora la situazione umanitaria del Paese venne ritenuta insostenibile. Che cosa è cambiato in questi ultimi mesi?
Le cifre indicano un rapido aggravarsi della situazione. Ho avuto modo di vedere di persona la vita all’interno dei campi dei rifugiati, quando sono stato inviato dal Papa in Libano e Giordania. Mi sono reso conto della situazione straziante che si trova a vivere chi è costretto a lasciare la propria casa, i propri averi, gli affetti. I volti delle persone, le loro storie, riflettevano la grande sofferenza, frutto della violenza che sono state costrette a subire, inermi. Sono di ieri i dati dell’Onu sulla situazione dei rifugiati e sfollati interni alla Siria: sono ormai più di 2 milioni i rifugiati che si affollano nei Paesi limitrofi. Pensi che, quando ho visitato quei luoghi, erano circa 230.000. Si tratta di una cifra allarmante. Un aumento del 97 per cento rispetto a un anno fa! Vuol dire che più del 30 per cento della popolazione Siriana — se ai rifugiati si assommano gli sfollati interni — è costretta a lasciare le proprie case, è costretta a vivere in condizioni di estrema povertà e difficoltà. E pensando a eventuali ulteriori interventi armati, si può prevedere un’escalation che avrebbe delle conseguenze terribili.
È proseguita l’opera di assistenza di Cor Unum?
Sotto il coordinamento congiunto del Pontificio Consiglio Cor Unum e di Caritas Internationalis, le Caritas del Medio Oriente (Mona) insieme alle altre organizzazioni cattoliche, proseguono nel sostegno non solo ai rifugiati, che continuano a fuggire dalla Siria verso i Paesi confinanti, ma anche agli sfollati che rimangono all’interno del Paese. Noi siamo a stretto contatto con i vescovi della Siria e i nunzi apostolici dei Paesi coinvolti. Chi “lavora” sul campo però sono le Caritas e le organizzazioni locali. Il nostro, certo, è un lavoro “indiretto”, ma non meno importante. Nel corso dell’ultimo anno abbiamo promosso e organizzato due incontri sulla situazione della Siria, mettendo intorno a un tavolo tutti i maggiori attori nell’opera di assistenza e sostegno alla popolazione: il primo, insieme a Caritas Libano a Beirut, e il secondo, nel mese di giugno scorso a Roma. Ne abbiamo riferito al Santo Padre, che certo non manca di apprezzare il nostro lavoro e di incoraggiarci a proseguire. È molto fiducioso di riuscire a condividere proposte concrete per giungere alla pace.
In cosa consiste il lavoro di coordinamento?
È importantissimo perché si tratta di mettere tutti coloro che operano sul campo in condizione di comunicare, organizzarsi, quindi di lavorare meglio. Senza un coordinamento, si rischia la sovrapposizione, l’assunzione di criteri disomogenei, a discapito di coloro che la Chiesa è chiamata a servire: i poveri. La presenza di tante organizzazioni cattoliche in Siria e nei Paesi limitrofi è una grande ricchezza; ma queste vanno coordinate. I due incontri che abbiamo promosso sono esemplificativi del nostro ruolo “nascosto” ma costante per unificare l’opera caritatevole della Chiesa universale.
E le Caritas del Medio Oriente in quale modo continuano ad affiancare le vittime di tanta violenza?
In questi mesi, Cor Unum e Caritas Internationalis hanno lavorato a fianco di Caritas Mona per rafforzare le strutture locali. Data la minoranza di cattolici in quei Paesi, le organizzazioni non dispongono di grandi mezzi per rispondere alle necessità di chi si trova nel bisogno. Quindi gli aiuti, soprattutto economici, arrivati da tutto il mondo sono stati fondamentali per sostenere le attività di assistenza di tutte le organizzazioni che lavorano senza sosta. Sono stupito dalla vastità del lavoro portato avanti: nonostante siano una minoranza, ed abbiano pochissimi mezzi, svolgono un lavoro enorme. Quando sono stato in Giordania, mi è capitato di leggere una piccola targa, affissa in tutti gli uffici delle Caritas che ho avuto modo di visitare: «Caritas is not a job: it’s a mission: (La Caritas non è un lavoro: è una missione) ». Questo è lo stile di presenza: qualitativo e quantitativo. Pensi che, in un solo anno, Caritas Giordania è riuscita ad aprire ben otto centri di accoglienza per i rifugiati. È riuscita a coinvolgere e organizzare numerosi volontari — gente del posto — garantendo così moltissimi servizi elementari per venire in aiuto alla popolazione: la distribuzione di pacchi viveri, medicinali, coperte, vestiario, carburante, stufe. Hanno anche attrezzato delle piccole cliniche presso i centri di accoglienza, per fornire assistenza medica gratuita ai più bisognosi. La maggior parte dei rifugiati e degli sfollati sono infatti donne, bambini e anziani senza mezzi di sussistenza. Gli uomini sono rimasti a combattere, o sono stati presi in ostaggio. I bambini sono costretti a lavorare. Sono più di due anni che molti di questi bambini non vanno più a scuola.
Come è stato accolto dai musulmani l’intervento caritativo della Chiesa?
Quando compie la sua missione, la Chiesa non guarda al credo religioso di coloro che assiste. In Libano, Turchia, Giordania e Iraq l’assistenza della Caritas e delle altre organizzazioni caritatevoli cattoliche è rivolta a tutti, non solo ai cattolici. Quindi il lavoro della Chiesa è sempre accolto, apprezzato, riconosciuto e valorizzato da tutti. Tanto che, quando sono stato in visita in Giordania, il re mi ha ricevuto insieme a tutte le Caritas locali. Non è una cosa scontata. La Chiesa è vista, sia dalla popolazione che dalle massime autorità, come una struttura che fa del bene, per il bene di tutti.
Ci sono in programma ulteriori interventi?
Certamente. In questo momento, gli interventi stanno semmai aumentando. Le necessità sono sempre maggiori. Sono allo studio diversi servizi, per rispondere alle nuove problematiche emerse dal conflitto: per i disabili, gli anziani, le donne, i bambini. I rifugiati non riescono a sopravvivere con i soli aiuti umanitari. Sono costretti a trovarsi un lavoro. Ma le fasce più deboli non riescono. Chi può lavorare, si trova spesso nella condizione di essere sottopagato o sfruttato. Sono allo studio degli interventi specifici per favorire l’auto-sostentamento di questa parte di popolazione più svantaggiata e debole: la creazione di orti, sistemi di irrigazione, allevamenti, e via dicendo. Anche degli interventi specifici per il reinserimento scolastico dei bambini, o interventi di recupero psicologico e sostegno spirituale per le donne.
Che rapporto c’è tra l’attività caritativa della Chiesa e la preghiera a sostegno della pace?
Come ha sottolineato Benedetto XVI nella sua enciclica Deus caritas est, esiste un rapporto stretto tra la carità e la preghiera. Perché la carità, essendo la partecipazione alla vita stessa di Dio, non può sussistere, se non alimentata da un rapporto personale con lui. Solo se siamo in Dio possiamo vivere la carità. Questo rapporto si alimenta con la preghiera. Ci uniamo fermamente convinti all’appello di Papa Francesco che invita oggi tutti gli uomini e donne di buona volontà a pregare e a digiunare per la pace. Come dicono i santi, la preghiera è l’arma più potente del mondo. Speriamo che la preghiera del Pontefice e di tutti coloro che si uniranno a lui — cattolici e non cattolici — sia davvero l’arma più efficace per conseguire la pace. Rinnoviamo l’invito del Santo Padre a credere nella potenza e nella efficacia della preghiera. Mi preme inoltre ricordare, come è tradizione nella Chiesa, che ogni persona può partecipare fattivamente, anche nel proprio piccolo, ad alleviare la sofferenza di questi nostri fratelli e sorelle che si trovano nel bisogno: offrendo il frutto della propria rinuncia, del proprio piccolo sacrificio, a favore di una qualche azione benefica per assistere la popolazione coinvolta.

L'Osservatore Romano