
Dalle prime fonti a Papa Francesco.
(Ugo Sartorio) «Predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole». L’espressione, già pronunciata in questi mesi da Papa Francesco, la prima volta nell’omelia del 14 aprile scorso durante la santa messa presso la basilica di San Paolo fuori le Mura, è stata da lui ribadita, ultimamente, nel discorso rivolto ai catechisti convenuti a Roma da tutto il mondo venerdì 27 settembre. Ad Assisi è ritornata, nella sua brevità di monito e nella sua forza di appello per una vita cristiana autentica, quando il Papa si è rivolto ai giovani dell’Umbria stipati nel piazzale della basilica di Santa Maria degli Angeli: «Sapete che cosa ha detto Francesco una volta ai suoi fratelli? Predicate sempre il Vangelo, e se fosse necessario anche con le parole! Ma, come? Si può predicare il Vangelo senza le parole? Sì! Con la testimonianza! Prima la testimonianza, dopo le parole! Ma la testimonianza!». Qui vogliamo cogliere le radici profonde di questa espressione tipicamente francescana.
Il riferimento è alla Regola non bollata (1221), precisamente al capitolo XVI (Fonti francescane, 43), dove si indica — ed è la prima volta che si trova in una regola religiosa — uno stile di missione caratterizzato insieme da grande mitezza e forza straordinaria. «I frati poi che vanno tra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti né dispute, ma siano soggetti a ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani. L’altro modo è che, quando vedranno che piace a Dio, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre e Figlio e Spirito Santo, creatore di tutte le cose, e nel Figlio redentore e salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani».
Ecco un programma di annuncio del Vangelo attuale agli inizi del Duecento e attualissimo ai giorni nostri: prima la testimonianza, la forma di vita del Vangelo condivisa con i fratelli nella gioia (questo sta a significare senza liti o dispute); restando sottomessi a ogni creatura, come invita a fare la prima lettera di Pietro (cfr. 2, 13), nella condizione della minorità, di chi si mette all’ultimo posto per riconoscere a tutti dignità senza confronti o sottrazioni. «I due “modi” — ci avvisa una nota a piè di pagina delle Fonti francescane — sono evangelicamente, storicamente e teologicamente commisurati al mondo dei credenti musulmani: di contro alla sperimentata, inutile violenza delle crociate, ecco lo stile della mitezza e della testimonianza cristiana; a completamento del comune monoteismo derivato dalla fede abramitica, ecco l’annuncio del mistero trinitario e della redenzione nel Verbo incarnato per mezzo dei sacramenti affidati alla Chiesa».
Non si tratta, come qualcuno ha semplificato, di puntare tutto sulla testimonianza — ultima e unica via per raggiungere i contemporanei e scuoterli dal loro torpore — poiché le parole dell’annuncio, avendo perso la loro forza interlocutoria e risultando pletoriche, andrebbero evitate alla stregua di un armamentario arrugginito. Si tratta piuttosto di modulare l’essere e il dire in modo sapiente, affinché l’uno sia posto in sintonia con l’altro o almeno non in contraddizione.
Più convincente, comunque, è il passaggio dalla testimonianza alle parole che ne spiegano il senso, mentre la strada opposta, soprattutto in un mondo ipermediatizzato che sembra aver occupato tutte le frequenze, non solo dell’etere, è in salita. Qui il cristianesimo rischia di confondersi con i molti prodotti religiosi a servizio del benessere dell’individuo e del proprio make up spirituale — come una crema che tonifica e corrobora di fronte alle avversità — oppure viene riformulato in chiave etica per sostenere un apparato valoriale mancante di credibili punti d’appoggio.
Ma che cos’è, concretamente, la testimonianza cristiana a cui Papa Francesco, sulla scia di Francesco d’Assisi, invita con tanta solerzia? Non è un cristianesimo muscoloso, che si esibisce nei suoi numeri migliori e vuole colpire a tutti i costi per convincere e catturare l’altro. No, nulla di eroico, nulla per cui applaudire e di cui rimanere esterrefatti, perché la testimonianza di cui stiamo parlando è la normalità di una vita che diventa parlante poiché messaggero e messaggio finiscono per coincidere. Il cristiano non testimonia la propria fede mettendosi in vetrina, dal momento che la logica della testimonianza è quella dell’essere visti e non del farsi vedere: sono le folle che seguono Gesù, e non Gesù o i suoi discepoli che organizzano raduni a carattere religioso.
Nei Vangeli, anche di fronte a certe guarigioni spettacolari, c’è per i discepoli la consegna del silenzio, perché ogni segno, anche il più evidente, può essere male interpretato. I cristiani oggi devono mostrarsi tali, non vergognandosi del Vangelo e non temendo di trovarsi in minoranza, come oramai accade dentro le più comuni situazioni di vita. Si sa, e lo si dice da tempo, che il vero problema non è che i cristiani siano pochi, bensì che siano poco cristiani.
E che lo stile dell’annuncio deve essere connotato dalla mitezza, che significa, cristianamente, avere carattere, essere baricentrati nel Vangelo, definitivamente conquistati dalla misericordia divina. «Il giogo di Cristo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore», ha detto il Papa nell’omelia pronunciata nel corso della messa ad Assisi, mentre al n. 34 dell’enciclica Lumen fidei si legge: «Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti».
La verità deve renderci umili e aprirci a tutti, nessuno escluso, scrive Papa Francesco, e quando ci viene chiesto di rendere conto della nostra fede, chi lo fa è nel suo pieno diritto e deve avere da parte nostra tutta l’attenzione e la disponibilità possibile: «Pronti sempre a rendere ragione della speranza che è in voi» (1 Pietro, 3, 15). Non è una richiesta che ci deve stupire e tanto meno irritare quando appare provocatoria, ma va messa serenamente in conto e richiede una riflessione sulla fede vissuta alla quale, riconosciamolo, siamo poco abituati. La testimonianza non è mai cieca e si alimenta di ragioni delle quali ci si deve appropriare anche in forma logica oltre che affettiva, imparando a verbalizzarle.
C’è però qualcosa di più in quanto san Francesco chiede ai suoi frati nel capitolo XVI della Regola non bollata e che Papa Bergoglio ha rilanciato più volte, anche ad Assisi. La testimonianza di cui si parla è collettiva, di fratelli che vivono insieme nella pace e nella reciproca accoglienza, offrendo così un segno distintivo per eccellenza della presenza viva di Cristo in mezzo ai suoi.
La fraternità, che con forzatura ideologica la modernità ha cercato di fondare sull’uguaglianza di tutti gli uomini, senza riferimento a un Padre comune, è l’anello mancante, o almeno il più deficitario, dei tre valori che hanno fatto da bandiera alla rivoluzione francese: libertà, uguaglianza, fraternità. Quest’ultima non può essere comandata e su di essa è del tutto inutile legiferare, per cui resta incomprensibile se non si entra in un’ottica di appartenenza comune. Si legge ancora nella Lumen fidei: «La fede ci insegna a vedere che in ogni uomo c’è una benedizione per me, che la luce del volto di Dio mi illumina attraverso il volto del fratello» (n. 54).
«Dopo che il Signore mi dette dei fratelli» (Fonti francescane, 116), è un momento decisivo per la vocazione di san Francesco, come leggiamo nel Testamento. «I nuovi fratelli — commenta il francescanista Luigi Pellegrini — si pongono dunque come occasione e stimolo alla ricerca di ciò che non è assolutamente scontato, o già deciso, e che deve essere una scelta fondante e definitiva: quella di vivere secondo la forma del santo Vangelo».
Pensiamo alla carica propulsiva di un cristianesimo in atto dentro una comunità dove ognuno guarda all’altro come rivelazione di Dio e della sua volontà sulla propria vita. Nel senso della benedizione, che è un “dire-bene” oggi particolarmente significativo a fronte di un proliferare di chiacchiere distruttive, anche dentro la Chiesa. Se le parole di Francesco erano commisurate ai musulmani del suo tempo, il binomio testimonianza-annuncio esplicito del Vangelo risuona in tutta la sua attualità e fecondità in questo tempo che alcuni vogliono postcristiano ma che forse del cristianesimo deve ancora suggere tutta la dolcezza, soprattutto quella che proviene dalla vita fraterna vissuta nella forma evangelica, in cui i fratelli sono irrevocabilmente dono.