venerdì 18 ottobre 2013

Chi fugge dalla guerra ha bisogno di tutti



Appello da Lampedusa. Priorità al salvataggio di vite umane

«Dare priorità assoluta al salvataggio di vite umane». Lo ha chiesto il direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), William L. Swing, ieri a Lampedusa, da dove ha sollecitato una collaborazione più intensa dopo le tante tragedie del mare. Tra le proposte del direttore dell’Oim figurano il rilancio dei canali legali di migrazione, l’ampliamento dei programmi di insediamento, l’istituzione di centri di assistenza per i migranti nei Paesi di transito.Swing ritiene che le autorità «debbano assicurare che chiunque viaggi in condizioni di insicurezza sia soccorso e riceva adeguata assistenza umanitaria e, inoltre, che i trafficanti che approfittano della disperazione di questi individui siano perseguiti».
Occorre poi rafforzare anche la cooperazione per contrastare i trafficanti. «Dialogo e cooperazione rinnovati — ha aggiunto il direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni — dovrebbero essere sostenuti da un cambiamento nel discorso pubblico sull’immigrazione, riconoscendo che la migrazione è un processo da gestire e non un problema da risolvere».
Swing ha lodato il lavoro di quanti sono impegnati a salvare i migranti e aiutare i sopravvissuti. «Tuttavia, nonostante gli sforzi coraggiosi di centinaia di soccorritori — ha precisato — decine di migliaia di migranti sono annegati nel Mediterraneo negli ultimi quindici anni». E proprio per discutere il sostegno e le azioni da intraprendere da parte della task-force istituita dopo l’ultima tragedia di Lampedusa, il commissario Ue per gli Affari interni, Cecilia Malmström, ha avuto una serie di colloqui con i rappresentanti dell’Unhcr, l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati.
L'Osservatore Romano

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Appelli dai vescovi del Mediterraneo. 

Per superare la mera assistenza, indispensabile in caso di emergenza, occorre considerare il fenomeno migratorio nella sua globalità, le cause, gli effetti, le conseguenze, e studiare i giusti modi per aiutare le persone migranti. Un fenomeno che comincia a interessare seriamente anche i Paesi dell’Africa settentrionale divenuti «di immigrazione e non più solo di emigrazione e di transito». 
Bisogna quindi «sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi troppo sovente ignorati o affrontati dai media solamente in caso di drammi terribili come quello di Lampedusa».
L’osservazione — contenuta nel comunicato finale dell’assemblea della Conferenza episcopale regionale del Nord Africa svoltasi a Roma dal 6 al 9 ottobre — trova eco nel messaggio dei vescovi di Sicilia riunitisi nei giorni scorsi a Siracusa per la sessione autunnale, a conferma che il tema dell’emigrazione forzata dall’Africa e dal Vicino Oriente (che si identifica spesso con quello dei rifugiati e dei richiedenti asilo) è sempre più al centro delle preoccupazioni pastorali.
«Questi morti e le migliaia che negli anni sono stati travolti in queste acque — scrivono i vescovi delle Chiese di Sicilia nel messaggio — chiedono verità, giustizia e solidarietà. È ora di abbandonare l’ipocrisia di chi continua a pensare che il fenomeno migratorio sia un’emergenza che si auspica ancora di breve durata».
I presuli invitano ad approfondire la conoscenza del fenomeno, «liberandosi da pregiudizi e luoghi comuni, per studiare forme possibili di aiuto e di solidarietà verso gli immigrati, per sollecitare interventi politici ai diversi livelli che contribuiscano ad affrontare realisticamente il problema e a elaborare soluzioni efficaci».
E la Conferenza episcopale maltese, in una nota, sottolinea che «è responsabilità dell’Unione europea sostenere i principi della dignità umana e della solidarietà, e insieme ad altri Paesi cercare di trovare i modi e i mezzi per mettere in atto tali principi a beneficio di tutti gli uomini, in particolare di coloro le cui vite sono in pericolo, come nel caso dei rifugiati».
Molte delle persone morte al largo di Lampedusa, e molte altre ancora a bordo dei barconi che continuano ad attraversare il mar Mediterraneo, fuggivano dalla Siria, stremati dalla guerra. Al riguardo don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, propone di «creare canali umanitari europei veloci e sicuri per chi scappa dalle guerre, organizzare servizi di navigazione bloccando le organizzazioni criminali degli scafisti, restituire ai profughi uno status giuridico certificato, abolire il reato di clandestinità, ideare un sistema di accoglienza unitario e articolato, varare una legge sul diritto d’asilo».
Il dramma siriano accomuna musulmani e cristiani. Per questo, di recente, una delegazione composta da dieci rappresentanti di organizzazioni umanitarie francesi e da personalità cristiane e musulmane si è recata in Giordania per incontrare alcuni delle migliaia di rifugiati. Della delegazione faceva parte l’arcivescovo Maroun Elias Lahham, ausiliare di Gerusalemme dei Latini per la Giordania.
In una intervista a «La Croix» l’arcivescovo ha messo in evidenza l’importanza di mostrare a queste famiglie che non sono dimenticate ma che sono sostenute, che sono «visitate», nel senso evangelico del termine, e che a visitarle è stato un gruppo composto da cristiani e musulmani, fatto che «ha una risonanza molto forte per i nostri Paesi arabi».
Nei giorni scorsi anche la Chiesa ortodossa russa, in occasione della visita di una delegazione di vescovi siriani al patriarcato di Mosca, ha affrontato il problema dell’assistenza alla popolazione civile in Siria, con riferimento ai cristiani.
L'Osservatore Romano