giovedì 17 ottobre 2013

«Ci vuole più coraggio nel proporre il Vangelo»



La vita della Chiesa in Italia. Più qualità nelle comunità

«C’è bisogno di comunità ecclesiali che formino un tessuto sociale, la cui originalità deve consistere nel distinguersi dal contesto per la qualità cristiana del loro modo di pensare e del loro stile di vita».
È quanto ha detto il vescovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Mariano Crociata, nella consueta relazione sulla vita della Chiesa in Italia, tenuta questa mattina alla Commissione presbiterale italiana, di cui il presule è presidente. Tali comunità, ha aggiunto, dovranno anche essere «profondamente inserite nell’ambiente circostante, in modo tale da fecondarlo con il seme del Vangelo e della testimonianza e, così, contribuire a dar forma a una società più umana e fraterna, nella quale l’annuncio e la presenza cristiana saranno spontaneamente riconosciuti credibili e convincenti».
Per Crociata «la situazione pastorale della Chiesa italiana è paragonabile a quella di un cantiere», in cui «il passato non c’è più e il futuro non c’è ancora». È una «situazione di transizione» in cui si registra «uno zoccolo duro (almeno il 20 per cento) di cristiani che vivono in modo vivace e propositivo la propria fede e appartenenza alla Chiesa». Di qui la necessità di un «primo annuncio», cui, come ricorda Papa Francesco, non va mai disgiunta la «misericordia», cuore dello stesso annuncio cristiano.
L'Osservatore Romano

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Il cardinale di Firenze Giuseppe Betori parla delle indicazioni del Papa ai vescovi italiani e della riforma della CEI voluta da Francesco

ANDREA TORNIELLI



«Un tema dovrebbe “inquietarci”, quello che ci invita a superare l’autoreferenzialità nella Chiesa. Qui c’è da superare una certa auto-compiacenza nel guardarsi dentro, a pensare che siano gli assetti infra-ecclesiali a essere decisivi per l’evangelizzazione, mentre il Papa ci richiama al primato della testimonianza e della proiezione verso l’altro».

Lo afferma l'arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori, già segretario della Conferenza episcopale italiana, che in questa intervista con «Vatican Insider» parla degli interventi di Francesco, della «conversione pastorale» chiesta dal Papa alla Chiesa, delle future riforme della CEI.


Lo scorso maggio il Papa ha parlato ai vescovi italiani presentando un modello di pastore: com’è stato recepito il suo discorso dalla Chiesa italiana?

Le parole del Papa hanno trovato convinta accoglienza tra i vescovi italiani, sia come singoli, come posso testimoniare per i contatti personali che ho potuto avere, sia nelle strutture istituzionali di cui faccio parte nella Conferenza episcopale italiana (il Consiglio permanente) e nella mia regione (Conferenza episcopale toscana). L’invito più significativo che il Papa ci ha fatto è stato di stare fortemente uniti al nostro popolo, pastori strettamente legati al gregge, nel triplice atteggiamento di «camminare innanzi al gregge, sciolti da pesi che intralciano la sana celerità apostolica, e senza tentennamenti nella guida, per rendere riconoscibile la nostra voce sia da quanti hanno abbracciato la fede, sia da coloro che ancora "non sono di questo ovile" (Gv 10,16)». Ma ricordando che «essere pastori vuol dire anche disporsi a camminare in mezzo e dietro al gregge: capaci di ascoltare il silenzioso racconto di chi soffre e di sostenere il passo di chi teme di non farcela; attenti a rialzare, a rassicurare e a infondere speranza».

Come può influire questa indicazione nell'episcopato?

È un’indicazione importante, che non ci trova del tutto impreparati: non mancano figure luminose nell’episcopato del nostro Paese, anche negli ultimi decenni, che si caratterizzano proprio per l’accentuata pastoralità del loro ministero. Ora il Papa ci conferma in questo e, al tempo stesso,ci induce a farlo in forme adatte ai tempi, esaltando il momento delle relazioni personali, a cominciare da quelle con i nostri preti, soprattutto fondando tutto su un’autenticità senza compromessi della nostra adesione a Cristo. Non va sottovalutato che Papa Francesco prima di esortarci a stare davanti, in mezzo e dietro al gregge, ha con forza richiamato l’esigenza della dedizione del vescovo alla persona di Gesù, sull’esempio di Pietro da lui interrogato sull’amore e questo proprio a partire dalla consapevolezza del limite e perfino dell’indegnità: «Colui che scruta i cuori (cfr Rm 8,27) si fa mendicante d'amore e ci interroga sull'unica questione veramente essenziale, premessa e condizione per pascere le sue pecore, i suoi agnelli, la sua Chiesa. Ogni ministero si fonda su questa intimità con il Signore; vivere di Lui è la misura del nostro servizio ecclesiale, che si esprime nella disponibilità all'obbedienza, all'abbassamento, come abbiamo sentito nella Lettera ai Flippesi, e alla donazione totale (cfr 2,6-11)… Non siamo espressione di una struttura o di una necessità organizzativa: anche con il servizio della nostra autorità siamo chiamati a essere segno della presenza e dell'azione del Signore risorto, a edificare, quindi, la comunità nella carità fraterna». Il tema della conversione non esclude i pastori, tutt’altro.

Francesco indica a tutta la Chiesa una "conversione pastorale": dall'approccio meno insistente sui principi non negoziabili all'attenzione ai poveri e alle periferie esistenziali, dalla richiesta di uscire dall'autorefenzialità all'invito a preti e vescovi di stare con la gente. Che cosa significa questo per un vescovo italiano?

Che Papa Francesco spinga verso un rinnovamento della nostra presenza pastorale è fuori dubbio, ma occorre stare attenti a non leggere questo in contrapposizione a quanto finora è stato fatto nella Chiesa universale e nella Chiesa italiana. Anche in tale ambito, come in tutta la tradizione della Chiesa vale il principio dell’ermeneutica della riforma, che, parlando del Concilio Vaticano II, Benedetto XVI definì acutamente così: «“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino». In questo senso, pur nelle evidenti novità delle modalità di proposta, siamo però sempre nell’ottica dell’evangelizzazione, del prima della fede rispetto alla morale, della ricerca del dialogo e del coraggio dell’annuncio.


Lei dunque sottolinea la «continuità»...

Non voglio con ciò sminuire il nuovo che il Papa ci invita a condividere: proprio questa carica di innovazione è il dono che lo Spirito Santo, tramite l’ultimo conclave, ci ha fatto. È quella novità che la gente, tutta, ha colto da subito e che ci sta aiutando molto, anzitutto nel rapporto con i cosiddetti lontani (quanti ritorni alla vita sacramentale, magari dopo decenni!), come pure nell’infondere slancio alle forme consolidate della vita pastorale.


Ma è una novità che ci spinge oltre sulla strada già condivisa con i Papi degli ultimi cinquant’anni: non ci devia da essa. Non mi sembra pertanto che i temi da lei evidenziati nella domanda ci trovino impreparati come episcopato italiano: proprio l’evangelizzazione e quindi la fede è l’asse portante della pastorale italiana dopo il Concilio, in tutti gli orientamenti decennali!

Non si tratta quindi di cambiare strada, ma di assumere forme di proposta evangelica più personalistiche e più coraggiose. Un tema tra quelli elencati mi sembra invece dovrebbe “inquietarci”, quello che ci invita a superare l’autoreferenzialità nella Chiesa. Qui c’è da superare una certa autocompiacenza nel guardarsi dentro, a pensare che siano gli assetti intraecclesiali a essere decisivi per l’evangelizzazione, mentre il Papa ci richiama al primato della testimonianza e della proiezione verso l’altro.


Secondo Lei, il modello della CEI - di cui lei stesso è stato Segretario generale - va rivisto? Crede che ci siano da alleggerire le strutture?

Ogni organizzazione porta con sé una inevitabile pesantezza, e la struttura della CEI non può sfuggire a questa regola. L’interrogativo deve riguardare piuttosto la sua funzionalità. Molte attività ecclesiali, dal punto di vista pastorale ma anche da quello giuridico, hanno bisogno di coordinamento e a volte di rappresentanza a livello nazionale. È difficile pensare che sul territorio italiano possano ad esempio convivere più forme dei testi catechistici e ancora meno più traduzioni dei testi liturgici, per non parlare di tutto il complesso pacchetto dei rapporti con lo Stato legati al Concordato, non da ultimo quelli afferenti ai fondi da otto per mille. E potrei continuare con l’ambito scolastico o quello della comunicazione sociale, ecc. Qualche economia di struttura può senz’altro essere fatta, ma con molta attenzione, se non si vogliono sguarnire proprio le diocesi più piccole e quelle pastoralmente più deboli (attenti al fatto che i due profili non sempre coincidono!). Piuttosto si potrebbe pensare a valorizzare il livello regionale, tenendo conto che alcune materie in cui la pastorale incrocia l’organizzazione sociale sono passate dalla competenza dello Stato a quella delle Regioni.


Il Papa ha chiesto ai vescovi italiani di discutere sulla revisione dello statuto della CEI, per arrivare, se la maggioranza lo vorrà, all'elezione del presidente e del segretario, non più di nomina papale. Che cosa ne pensa?

La richiesta del Papa non è stata formulata nel modo con cui lei pone questa domanda. Il Papa propriamente ci ha chiesto di trovare forme che rendessero più effettiva la partecipazione dei singoli vescovi alla vita della Conferenza. Questo lo ha fatto con riferimento anzitutto alla valorizzazione delle Conferenze episcopali regionali, che a mio modo di vedere dovrebbero assumere un ruolo più significativo nella elaborazione di progetti, documenti, delibere della CEI, evitando di esserne soltanto recettive e applicative. Non sarebbe però difficile studiare percorsi di elaborazione che prevedano l’intervento del livello regionale, anche se questo dovesse comportare allungare i tempi delle decisioni. Un secondo aspetto su cui alla luce delle parole del Papa si aprono scenari di innovazione per la CEI è quello che riguarda in genere le forme di gestione delle nostre riunioni di Consiglio e di Assemblea...

 
E per quanto riguarda la nomina dei vertici CEI?
 

Qui occorre trovare un sapiente equilibrio tra la voce dei vescovi e il ruolo del Papa, che insiste egli stesso sul suo essere vescovo di Roma e quindi in qualche modo legato a questa nostra nazione di cui è Primate. Le attuali modalità di nomina del Segretario generale della CEI possono essere istruttive al riguardo: si parte da una terna di candidati concordata tra la Presidenza della CEI e il Papa, che viene sottoposta al voto del Consiglio permanente, una votazione di cui solo il Papa conosce l’esito, restando libero di scegliere tra i tre nominativi proposti, ma potendo far tesoro della conoscenza della valutazione espressa dai membri del Consiglio. Mi sembra una buona miscela tra primato del Papa e partecipazione dei vescovi che, estesa a tutti i vescovi, potrebbe essere utilizzata anche per la designazione del Presidente.

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Incontro dei vescovi di rito orientale. L’evangelizzazione della cultura

I vescovi cattolici di rito orientale, in rappresentanza di quattordici Chiese in Europa, sono riuniti in questi giorni a Košice, in Slovacchia, in occasione dei millecentocinquant’anni dell’arrivo dei santi Cirillo e Metodio in terra slava (Grande Moravia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia sud-occidentale, Ungheria nord-occidentale). I presuli si confrontano sul tema dell’evangelizzazione della cultura, anche attraverso una rilettura della missione evangelizzatrice dei santi Cirillo e Metodio, dal punto di vista storiografico e delle sfide che pongono alla Chiesa oggi.
All’incontro, dal titolo «Evangelizzare la cultura, inculturare il Vangelo», prendono parte in qualità di relatori il cardinale Jozef Tomko, prefetto emerito della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, con un discorso intitolato «L’evangelizzazione della cultura», l’arcivescovo Cyril Vasil’, segretario della Congregazione per le Chiese orientali, che parlerà de «La missione dei santi Cirilli e Metodio, quali sfide», monsignor Dimitrios Salachas, esarca apostolico per i cattolici di rito bizantino residenti in Grecia, su «La missione dei santi Cirillo e Metodio nei documenti della Chiesa», e padre Juraj Dufka, del Centro di spiritualità est-ovest di Košice, che propone una riflessione su «L’arte come strumento dell’evangelizzazione». Partecipano, inoltre, il cardinale Péter Erdő, arcivescovo di Esztergom-Budapest nonché presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, e l’arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, Sviatoslav Shevchuk.
«Scopo dell’incontro — ha sottolineato monsignor Milan Chautur, vescovo di Košice per i cattolici di rito bizantino — è discutere tra vescovi cattolici di rito orientale quali sono le sfide che le nostre Chiese devono affrontare a livello locale. L’anniversario dei millecentocinquant’anni della missione evangelizzatrice dei santi fratelli Cirillo e Metodio verso le popolazioni slave e della Grande Moravia, nel corso dell’Anno della fede — ha proseguito Chautur — ci permette di interrogarci, partendo dalla nostra realtà ecclesiale, liturgica e anche culturale, sul tema dell’evangelizzazione delle culture moderne e dell’inculturazione del Vangelo, affinché il messaggio di amore e di verità sull’uomo che Cristo porta, pur rimanendo sempre lo stesso, possa essere accolto dagli uomini e le donne di oggi».
Nel corso dell’incontro (che si concluderà domenica), patrocinato dal Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, i partecipanti visiteranno la mostra di arte bizantina presso la cattedrale di Moyzesova, allestita nella facoltà di teologia di Košice.
L'Osservatore Romano

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Alla conferenza internazionale di Manila il cardinale Tagle ricorda le vittime del terremoto. La Chiesa nelle Filippine e il nuovo annuncio del Vangelo

Con una grande conferenza internazionale, dedicata alla nuova evangelizzazione e presieduta dall’arcivescovo di Manila, cardinale Luis Antonio G. Tagle, la Chiesa nelle Filippine si ferma a riflettere sul suo peculiare contributo all’opera di nuova evangelizzazione, soprattutto in Asia.
La conferenza — riferisce Fides — vede la partecipazione di circa cinquemila rappresentanti provenienti da tutte le diocesi filippine e da altri Paesi asiatici. 
I lavori si sono aperti ieri, mercoledì, e si concluderanno domani, venerdì, presso l’Università di Santo Tomas, a Manila.
Il cardinale Tagle ha presieduto la celebrazione eucaristica inaugurale esprimendo profondo dolore per il disastroso terremoto che martedì ha colpito il Paese. L’arcivescovo di Manila ha ricordato con commozione le vittime e i gravi danni che il sisma ha provocato alle chiese. «Spezza il cuore», ha detto, vedere come questi luoghi, «che sono fondamento di fede per secoli sono ora in rovina. Non sappiamo nemmeno se potranno essere utilizzate ancora». Il cardinale Tagle — riferisce l’agenzia Misna — ha voluto dare alla catastrofe anche una valenza simbolica, sottolineando l’esigenza di ripartire dalla sofferenza e dalla solidarietà per continuare nell’opera di costruzione della Chiesa, quella fatta di uomini e donne e non solo di mattoni. Questo concetto — ha ricordato il porporato — è alla base della conferenza che vuole essere «un umile contributo alla ricostruzione e al rafforzamento della Chiesa radicata in Gesù, nelle sue parole, nello spirito, in mezzo delle rovine».
Quella che si concluderà domani, quindi, «è l’evento culminate dell’Anno della fede nell’arcidiocesi di Manila. La Chiesa nelle Filippine — ha spiegato il porporato — ha sempre avuto un ruolo missionario di primo piano in Asia. Per questo abbiamo invitato vescovi, sacerdoti e rappresentanti di altre Chiese asiatiche».
All’evento hanno preso parte anche delegati provenienti da Taiwan, Vietnam, Myanmar e Brunei.
L’arcivescovo di Manila ha tenuto una lectio magistralis su «La dimensione missionaria dell’evangelizzazione», che è stata base di partenza nel confronto operato nei gruppi di lavoro, a seconda dell’ambito di impegno pastorale.
La conferenza, caratterizzata da un programma ricco di catechesi, laboratori, dibattiti e tavole rotonde, si concluderà con una solenne concelebrazione eucaristica, nel corso della quale i presenti emetteranno il rinnovo delle promesse battesimali e parteciperanno a una processione per le strade di Manila.
L'Osservatore Romano